Un sacerdote alla sua Chiesa: “Se tacete su Berlusconi, siete complici”

Mercoledì un ministro della Chiesa, tra quelli più noti e letti dai cattolici italiani, ha avuto il coraggio di dire una parola chiara. Sono rimbalzate su tutti i telegiornali le parole di don Antonio Sciortino, direttore di Famiglia cristiana, sulla questione morale legata a Silvio Berlusconi, che in questo momento occupa la poltrona di presidente del Consiglio. «La Chiesa […] non può abdicare alla sua missione e ignorare l’emergenza morale nella vita pubblica del Paese – si legge in uno dei passaggi più forti – Nessuno pensi di allettarla con promesse o ricattarla con minacce perché non intervenga e taccia». Puntualmente qualche anima bella dalla maggioranza si è sdegnato contro don Sciortino (cui ho già espresso la mia solidarietà in privato e la ribadisco qui), sostenendo che «Per fortuna la Chiesa è altra cosa»: se la Chiesa è quella di Sacconi, francamente me ne vergogno.

Do volentieri atto che la voce del direttore di Famiglia cristiana, per una volta, non è stata l’unica in questa direzione: prima di don Sciortino si sono espressi, tra l’altro, alcuni vescovi e vari sacerdoti (ma l’eco è stata decisamente ridotta). La Repubblica in questi giorni ha pubblicato una lettera di don Paolo Farinella, sacerdote e biblista genovese, indirizzata al cardinale Angelo Bagnasco: la propongo senza commento, si spiega benissimo da sé. Continua a leggere…

6-7 giugno: alle elezioni votate Pia Covre (e, se siete di Guastalla, pensate a me)

Manca ormai pochissimo alle elezioni del 6 e 7 giugno: si voterà per il rinnovo del Parlamento europeo, come pure di molte amministrazioni locali. La competizione per la prima volta mi interessa da vicino: ho scelto di candidarmi come consigliere comunale nella mia città, Guastalla (RE), per la lista «Guastalla insieme», che raccoglie Pd, Italia dei Valori, Partito Socialista, Circolo riformista democratico guastallese, Verdi, Rifondazione comunista, nonché vari esponenti del volontariato e della società civile. Per la prima volta le componenti maggiori del centrosinistra sono riunite sotto un’unica sigla e si propongono di governare la città per i prossimi cinque anni, in continuità con quanto è stato fatto finora: candidato sindaco della coalizione è Carlo Fiumicino, 29 anni, da oltre un decennio impegnato in politica (prima nei Ds, poi nel Pd). Vorrei mettere a disposizione della città le competenze che ho acquisito negli anni (ad esempio nell’università, nella scuola da studente e insegnante, nel mondo cattolico progressista); se non sarò eletto non ne farò un dramma, dovessi esserlo cercherò di svolgere il mio compito con serietà.

In questo momento, però, preferisco ospitare nel mio spazio un’altra voce, che non appartiene nemmeno al partito per cui voto, ma che merita di essere considerata: sto parlando di Maria Pia Covre. I lettori di questo blog già la conoscono, si tratta di colei che, insieme a Carla Corso, nel 1982 fondò il Comitato per i diritti civili delle prostitute e che io ho intervistato nei mesi scorsi, quando sembrava imminente l’approvazione dello squallido ddl Carfagna contro la prostituzione. Ora Pia è candidata al Parlamento europeo per la lista che raccoglie Rifondazione comunista, Comunisti italiani e altre forze politiche di sinistra: mi sento di sostenere la sua candidatura, perché a Strasburgo arrivi una persona che con cuore e tenacia sa garantire e difendere davvero i diritti di tutti (e non si dimentica dei giornalisti caduti in guerra, dei bambini e degli animali domestici).

Pia Covre

Questa è la mia pubblicità elettorale che non vedrete distribuita in giro … Non la stamperò perché sono ambientalista e credo che ad ogni elezione l’esagerato spreco di carta e l’inquinamento dovuto al ciclo di produzione e smaltimento dei materiali pubblicitari siano un danno e un costo assurdo per l’ambiente.

Perché in un periodo di crisi i soldi è meglio usarli per sostenere chi non ce la fa. L’equivalente del costo di stampa lo verserò a due associazioni che aiutano i bambini e gli animali, la donazione la devolvo alla “Fondazione Marco Luchetta, Alessandro Ota, Dario D’Angelo E Miran Hrovatin Onlus” e al gattile di Trieste Il Gatto Onlus .

I bambini sono il futuro del mondo e tutti dovrebbero avere le stesse opportunità fin da piccoli, ogni bambino ha diritto alle cure e all’istruzione. Gli animali perché il mondo è anche loro! Troppo spesso vengono maltrattati, abbandonati e uccisi dall’umanità egoista.

La mia candidatura è sostenuta da una lista di associazioni di altri Paesi europei. associazioni in cui collegh* attivist* si battono contro le discriminazioni sessuali e di genere e per l’affermazione dei diritti del lavoro e di cittadinanza per lavoratori e lavoratrici del sesso in Europa. Sostengono la mia candidatura perché credono che una rappresentante del nostro ambito al Parlamento Europeo serva per rafforzare i diritti individuali, sociali e politici. Affinché venga garantito il principio di libertà e di eguaglianza dei cittadini rispettando le loro differenze e diversità. Quindi mi impegnerò perché vengano recepite le richieste fatte nel Manifesto e nella Declaration dei/delle sex workers e presentato al Parlamento Europeo nel 2005.

Maria Pia Covre

Il cartoncino che fa traboccare il vaso

La vita è fatta così, a volte basta la classica goccia a far traboccare il vaso e scatta l’incazzatura. Capita così spesso che ti chiedi se il vaso è costantemente pieno o se, in quel momento, quella goccia valeva come un litro d’acqua o di fiele.

A volte anche un cartoncino di invito può trasformarsi in una goccia, soprattutto se in quel cartoncino non c’è scritto il tuo nome. Ce ne sono tanti, alcuni che conosci, altri mai visti, ma il tuo no, manca. Passa qualche secondo e ti incazzi, stracci il cartoncino, lo butti assieme ad altra carta inutile e poi vai avanti con le tue cose. Qualche altro minuto e ti chiedi perché hai reagito così, se valeva la pena e finalmente riesci a darti una spiegazione.

Il problema non è che non sei su quel cartoncino, il problema è che non esisti nella mente di chi lo ha composto. Un conto è non esserci perché hai cortesemente declinato un invito o una proposta (mancanza di tempo, di voglia, di conoscenza … quello che ti pare); altro è se nessuno ha avuto per il cervello di sollevare il ricevitore e tenerti in considerazione. D’ accordo, è solo un aperitivo letterario, ma sono convinto di valere di più di qualche nome pubblicato sul biglietto che ho stracciato.

Sono stanco da tempo di qualunque attività che sia gratis o quasi (non è avidità, voglio decidere io se donare il mio tempo o no), ma soprattutto non reggo più le persone che decidono anche per me senza pensare che sia giusto o delicato consultarmi. Si dica pure che sono un presuntuoso o un pallone gonfiato, ma sono stanco di essere trattato come non merito.

Cosa farò da grande (io, noi giovani, la sinistra)

L’amico Attilio, in occasione del suo compleanno, mi chiede di pensare a «cosa farò da grande», al futuro: è una domanda difficile, forse anche un po’ imbarazzante per me. Mi rendo conto che le mie parole sembrano assurde: se Gino Paoli si è fatto questa domanda a 52 anni (tanti ne aveva quando ha inciso il brano omonimo) e Attilio la propone a 64 anni, perché dovrei essere in difficoltà io che ne ho quasi 26? Il discorso, probabilmente, sta tutto qui: loro un futuro hanno il coraggio di reinventarlo, a me (come a tanti miei coetanei) tocca inventarlo di netto. È interessante vedere che persone già “arrivate” non hanno perso l’abitudine a farsi domande, anche se mettono in crisi delle certezze; è spiazzante vedere che «quelli della mia età» di certezze non ne hanno proprio e spesso le cercano, con scarso successo. Continua a leggere…

Benedetto XVI, i critici sbagliano sempre?

Leggo che ieri il cardinale Angelo Bagnasco, presidente della Conferenza episcopale italiana, all’apertura del consiglio permanente della Cei ha detto, tra l’altro: «Non accetteremo che il Papa sui media o altrove venga irriso e offeso». Da cattolico dovrei sottoscrivere integralmente la frase (così come il documento che la contiene): ne condivido le parole, l’irrisione e l’offesa non sono mai un buon esercizio, ma sul significato e sul contesto devo necessariamente riflettere.

Cosa intenderà effettivamente per «irriso e offeso» il cardinale Bagnasco? Non mi risulta che in questi giorni la radio o la televisione nazionali abbiano fatto satira pesante sulla cosa (persino Maurizio Crozza ci è andato piuttosto leggero); non posso escludere che qualcuno in questi giorni abbia insultato il Pontefice, magari per non averne condiviso alcune posizioni, ma non sono convinto che il presidente della Cei si riferisse a questo. L’impressione è che questa frase della prolusione, come altre, voglia fare quadrato attorno a Benedetto XVI e condannare ogni critica “aperta”, tanto più se proviene dall’interno della Chiesa. Continua a leggere…

Manuale di base per citazionisti

Nella recente fanta-intervista a Beppe Severgnini, si cercava di affrontare in poche righe una situazione esistente, che riguarda molte persone e in certi casi può essere rischiosa: si tratta della «sindrome del citazionista». Rovistate bene tra la cerchia dei parenti e degli amici: quasi sicuramente ne emergerà uno che ama costellare i suoi discorsi con citazioni varie, a volte anche inventate: potessimo osservarlo di notte, ci accorgeremmo che «sogna e vengon fuori i sogni di altri sognatori», come avevano detto in Il conformista i venerabili maestri Giorgio Gaber e Sandro Luporini (naturalmente è un’altra citazione, ma non sta bene dirlo).

Ci sono varie categorie di citatori, ognuna insidiosa a suo modo. Lo stesso maestro Severgnini bolla come pericolosi i «monocitatori», che traggono frasi ed esempi da un unico soggetto (che sia un politico sfacciato, un attore svampito, uno sportivo spompato o un cartone animato): la prima volta fanno sorridere, la seconda alzare un ciglio, la terza inducono perplessità, alla quarta citazione viene voglia di alzarsi e andare via. Non bisogna peraltro dimenticare altre specie di rilievo, a partire dagli «inquirenti»: questi simpaticoni amano fare la loro citazione e, a tradimento, chiedono allo sventurato interlocutore di completare la frase o di ricordarne l’autore (altri fanno il contrario, buttano lì un nome e pretendono una citazione sull’unghia). Non vanno sottovalutati nemmeno i «ruffianatori»: sanno che amate particolarmente uno scrittore o un personaggio e troveranno ogni scusa buona per ricordarne una frase. Se passerete una giornata con loro e non vorrete arrivare a odiare il vostro beniamino, dovrete imporre agli altri regole precise: alla terza citazione andrete in un’altra stanza o (peggio) presenterete loro un profondo conoscitore dei discorsi di Nanni Moretti. Più imbarazzanti che pericolosi sono gli «autocitatori»: pur non essendo dotati di un ufficio stampa personale, ricordano esattamente ogni parola detta nei loro anni di vita e sono convinti che non aspettiate altro che le loro perle di saggezza (quando si accorgono che siete più interessati al cibo che avete davanti o alla conferenza che state ascoltando, si offendono a morte). Continua a leggere…

Sanremo è finito, viva Sanremo?

È passata meno di una settimana dalla fine di Sanremo, ma la breve distanza è già sufficiente per tirare qualche somma. «Carta canta» e Marco Carta ha vinto: prima partecipazione a Sanremo tra i “big” (e qualcuno, prevedibilmente, ha detto «Carta chi?»), vittoria immediata. Casi simili in passato non hanno portato molta fortuna (per stare nell’abbastanza recente, la coppia Jalisse – Annalisa Minetti degli anni 1997-98), anche se Carta è arrivato all’Ariston con un discreto carico di fama, soprattutto tra i giovanissimi. La forza mia, canzone vincitrice, non è un capolavoro, anche se tutto sommato si fa ascoltare: un brano in qualche modo d’amore, decentemente orecchiabile e forse cantabile, senza esagerare in originalità.

A Marco Carta va in ogni caso riconosciuto un merito: l’aver impedito lo sconcio di una seconda vittoria sanremese di Povia (il 2006, con la bella Dove si va dei Nomadi battuta da Vorrei avere il becco, brucia ancora e non solo a me). Mi sono imposto di ascoltare più di una volta Luca era gay, per cercare di afferrarne il testo, e mi sono convinto che di quel brano non c’era alcun bisogno. Vietato parlare di omosessuali sul palco dell’Ariston? No, del resto è già successo (dalla meteora Federico Salvatore ad Anna Tatangelo, passando per illustri sconosciuti non indifferenti, come Principe e Socio M.).

L’autoanalisi psicologica, tuttavia, non mi ha convinto per niente: la prima parte della storia di Luca somiglia a quella di tante altre (compresa, modestamente, la mia), ma non tutti quegli adolescenti sono diventati gay e non tutti gli omosessuali hanno un passato simile: non credo che valesse la pena dare in pasto quell’unica vita a milioni di telespettatori (soprattutto se il testo rimanda a «cliché abbondantemente presenti nella letteratura psicologica che danno un taglio generalmente patologizzato dell’omosessualità», come si legge su Wikipedia). Forse le polemiche della vigilia (senza che il testo fosse noto) erano esagerate, ma Povia si è difeso attaccando, con un misto di veemenza e supponenza che mi ha personalmente irritato. Dell’esibizione sanremese salvo con certezza la vocalist del cantante, Monia Russo, peraltro già vista nei giovani di Sanremo; a Povia auguro di vendere copie del disco (a proposito, fortunatamente quest’anno si è ritornati a una sola compilation e bella l’idea di far votare l’orchestra), ma non speri nel mio acquisto.

Spiace non avere visto a disputarsi il titolo chi lo meritava veramente, a partire da Marco Masini, che con L’Italia aveva offerto un affresco a tinte decise del nostro Paese, molto somigliante, purtroppo anche quando parla di «ragazze stuprate dalle carezze di un branco cresciuto dentro gabbie dorate»: questa Italia ci ha veramente rotto i coglioni e basta sfogliare un giornale per capirlo; poco premiati anche Francesco Renga, la canzone di Patty Pravo (anche se l’esecuzione ormai è discutibile) e i Gemelli Diversi. Tra gli ospiti non sono riuscito a vedere Roberto Benigni (e mi spiace molto), mentre ho apprezzato all’inverosimile il momento in cui la PFM ha festeggiato il compleanno di Fabrizio De André con Claudio Santamaria e Stefano Accorsi: quella Bocca di rosa e quell’accenno del Pescatore hanno elettrizzato l’Ariston e il pubblico a casa, anche se è durato tutto troppo poco.

Qualche parola, infine, su Arisa. Il giudizio va dato letteralmente ad occhi chiusi, giudicando la canzone in sé senza badare al look per lo meno spiazzante, molto “segretaria azzimata anni ‘30″ e la sua voce in condizioni di “parlato” normale, piuttosto fastidiosa. Ammetto che il pezzo non è male, soprattutto musicalmente, e la ragazza la canta bene. Il fatto è che quel brano sarebbe stato ideale per il mio amatissimo Quartetto Cetra (anche se Lucia Mannucci, l’unica voce femminile del gruppo, non avrebbe mai cantato versi come «fare e rifare l’amore / per ore, per ore, per ore», questione di banalità, di censura e magari anche di buon gusto): non a caso era azzeccato l’abbinamento con l’ottimo Lelio Luttazzi, che proprio per i Cetra ha scritto alcuni brani storici, a partire da Vecchia America. Insomma, il pezzo non era malvagio, ma vederlo cantato da una “nuova proposta” fa decisamente riflettere: se tra i giovani vince chi propone materiale più “vecchio” di loro, che rinnovamento e sperimentazioni ci si potrà attendere?

Mirtilli neri e terre promesse

Non si abbia fretta di imparare o paura di non averne occasione: le possibilità sono molte e, quando arrivano tutte assieme, si rischia di esserne sommersi. Non posso negare un certo sdoppiamento di personalità: faccio l’insegnante da alcuni mesi e se i miei colleghi o i miei studenti mi sentissero dire questo, mi darebbero del matto (mi auguro che nessuno di loro sia iscritto qui). Eppure è facile avere la riprova che tutto ciò è vero: lo si voglia o no, ogni giorno dà spunti per aprire gli occhi e puntarli fuori o dentro di sé, per passare in rassegna presente e passato, anche quando il gesto ha un retrogusto amaro.

Capitava che i primi giorni di scuola una voce familiare chiedesse: «Cos’hai imparato oggi?»; con il tempo nessuno lo chiede più (tutti troppo occupati, troppo disincantati), eppure ieri ne avrei avute di cose da dire.

Ho imparato che una lettera può invecchiare prima di giungere a destinazione (soprattutto se non viene spedita), che certe parole – comprese quelle scritte da dita anarchiche – appassiscono prima di un fiore.

Ho capito che quando pensi di aver imparato dal passato e fai quello che avresti dovuto fare un tempo, sbagli di nuovo; che non sorprendere è sbagliato e sorprendere è doloroso (e soprattutto inutile).

Ho scoperto che la delusione mista ad incoerenza ha l’aroma della tisana al mirtillo nero e l’odore di vaniglia e cioccolato.

Ho compreso che la musica è uno spazio e ha il suo canone, le sue regole, e chi le tradisce o le sconfessa sparge sangue.

Ho decifrato una frase riemersa da un cassetto della mia mente: «Il poeta lo considero infallibile e inappellabile in fatto di lingua, di metrica, di grammatica, etc; se tale non è, cambi mestiere». Ho realizzato che vale anche per gli scrittori, che maneggiando familiarmente i vocaboli conoscono bene il significato delle parole (soprattutto di quelle di cinque lettere): l’errore di un comune mortale si può perdonare, quello – reiterato – di uno scrittore no.

Ho dovuto ammettere – e Dio sa quanto mi è costato – che dare una seconda possibilità è un lusso non alla portata di tutti: «Non regalate terre promesse a chi non le mantiene», troppo difficile e troppo penoso doversi rialzare esangui. Per l’ennesima volta. Forse è il caso di restarci, a terra.

Con Paolo di Tarso, «Fino al terzo Cielo»

Immaginate di percorrere, in auto o in bicicletta, una strada qualunque tra quelle che tagliano in varie direzioni la Bassa Reggiana; prendete la destra al semaforo e dopo poco andate di nuovo a destra. Fermatevi davanti a uno dei tanti capannoni che contraddistinguono una zona produttiva come questa e provate ad entrare. In questa terra, in cui il Fiume raccoglie e racconta favole vere, non bisogna mai stupirsi di nulla, nemmeno di trovare, oltre la porta di quel capannone, un palcoscenico già montato. Eppure è lì che, fino a poco tempo fa, abbiamo provato: in quel luogo, settimana dopo settimana, è nato un musical che è, ad un tempo, uno spettacolo e una coinvolgente esperienza di fede.

Il frutto dei nostri sforzi è Fino al terzo Cielo (http://www.sangiacomo-sanrocco.it/finoalterzocielo.html), il tentativo di condensare in circa due ore la vita e la teologia di Paolo di Tarso, senza imbrigliarla in formule o frasi fatte, ma comunicandola attraverso il canto, le coreografie e la recitazione, preservando un alone di mistero che rende sfuggente la materia raccontata e trasforma lo spettacolo in preghiera. Lo spettacolo è stato rappresentato al teatro «Ruggeri» di Guastalla dal 23 al 25 gennaio e ora (ancora abbastanza increduli) stiamo per farlo in varie località d’Italia. Vale la pena raccontare la storia di questo spettacolo, attraverso le immagini e le voci di chi, a vario titolo, ha contribuito a realizzarlo: ho cercato di raccontare tutto ciò che è accaduto in questi mesi di preparazione e, per noi, di crescita.

La locandinda del musical

La locandina del musical

Alla fine del quarto spettacolo in tre giorni eravamo indubbiamente stanchi (e chi poi ha dovuto smontare il palco ha consumato le sue ultime energie del fine settimana), ma sapevamo di aver vissuto un’esperienza che ci ha arricchiti in tempra e spirito. Ora stiamo per riprendere le prove, nell’attesa che un altro sipario si apra e ci permetta di raccontare a un altro pubblico l’avventura dell’Apostolo delle genti.

Leggi l’articolo nel sito del musical

Guida agli Italiani (e non solo) con Beppe Severgnini

Uno dei miei miti dichiarati – da quando l’ho letto per caso la prima volta – si chiama Beppe Severgnini. La tentazione di definirlo «collega» è forte, ma farò uno sforzo sovrumano per mettere a tacere la vanità tipica dei giornalisti. Per molto tempo ho cercato di ottenere un’intervista, a partire dagli spunti disseminati nei vari libri; l’ultimo diniego, cortese ed ironico («Passo, posso? Troppe domande, troppo buone. Troppo tempo. E poi io sto parlando troppo») mi ha spinto a cambiare obiettivo, ma neanche di molto.

L’intervista si farà, le domande resteranno le stesse e sarà sempre Beppe a rispondere; trucco ignobile (da parte mia), lo farà attraverso vari brani contenuti quasi per intero nei suoi libri. Saranno citati praticamente tutti, ad eccezione di Italians (l’ultimo, che devo ancora leggere), dell’Inglese (non ce l’ho) e degli Interismi, che mancano in una casa in cui è più facile trovare un dromedario che un nerazzurro (a parte qualche cravatta del sottoscritto). Buona lettura, e non me ne voglia Beppe se l’ho fatto parlare comunque: in fondo, questa fanta-intervista è una personalissima antologia o – se si preferisce – una mappa alla scoperta del  personaggio. Io ho compulsato quei libri; magari a qualcuno verrà voglia di sfogliarli di persona. Continua a leggere…