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	<title>Conversario inquieto</title>
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	<description>Come cercare di tutto, dalla curiosità all'alba dentro l'imbrunire; molta musica, società, libri, televisione, uno scorcio di mondo</description>
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		<title>Conversario inquieto</title>
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		<title>Il collezionista (esausto) di schiaffi</title>
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		<pubDate>Thu, 12 Nov 2009 09:10:51 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[Introspezione]]></category>
		<category><![CDATA[domani è un altro giorno]]></category>
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		<description><![CDATA[A prendere schiaffi non ci si abitua mai. Anche se negli ultimi mesi è già capitato, anche se qualcuno ti aveva avvertito. In fondo lo schiaffo te lo aspetti, l’unico dubbio riguarda chi te lo darà: il ripensamento, l’impossibile, un estraneo che si (ri)mette in mezzo, qualche bicchiere di troppo (non tuo). Eppure non c’è [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=gamma83.wordpress.com&blog=4104975&post=369&subd=gamma83&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p style="text-align:justify;">A prendere schiaffi non ci si abitua mai. Anche se negli ultimi mesi è già capitato, anche se qualcuno ti aveva avvertito. In fondo lo schiaffo te lo aspetti, l’unico dubbio riguarda chi te lo darà: il ripensamento, l’impossibile, un estraneo che si (ri)mette in mezzo, qualche bicchiere di troppo (non tuo). Eppure non c’è un filo di masochismo in tutto questo, nessun godimento nell’essere colpiti: solo tanta ingenuità, nello sperare che questa volta vada bene.</p>
<p style="text-align:justify;">C’è chi colleziona francobolli, chi farfalle, chi dischi. Io colleziono cravatte e schiaffi improvvisi, di quelli che fanno male; ho molte più cravatte che schiaffi, ma di questi farei volentieri a meno. A contare dall’inizio dell’anno ho collezionato quattro volte frasi sulla falsa riga di «Mi spiace, sei un ragazzo dolcissimo e non volevo farti male», arrivate come fulmini di piombo in un cielo che sembrava terso; negli anni lasciati indietro, la frase era già arrivata alle mie orecchie e (più spesso) ai miei occhi e non era stata meno devastante.</p>
<p style="text-align:justify;">Difficile capire dove stia la colpa per davvero, se ho una calamita che attira gli schiaffi, se circola gente incline ad assestarli, se me lo merito oppure no; certo è che la mia sopportazione ha raggiunto il limite. Per onestà intellettuale, confesso che anch’io qualche mese fa ho detto un «no» che ha fatto soffrire molto una persona. Non era proprio un «no», non ho scelto perché forse qualcosa non si è mai acceso, ma non per questo ho causato meno dolore; quasi certamente in qualcosa ho mancato, anche se credo di non aver usato parole a sproposito.</p>
<p style="text-align:justify;">Ora si tratterebbe di ripartire daccapo, per l’ennesima volta. Forse. Ammesso di essere disposti ad altri schiaffi.</p>
<blockquote><p><em>È uno di quei giorni in cui rivedo tutta la mia vita,<br />
bilancio che non ho quadrato mai.<br />
Posso dire d&#8217;ogni cosa che ho fatto a modo mio,<br />
ma con che risultati &#8230; non saprei:<br />
e non mi sono servite a niente esperienze e delusioni<br />
e, se ho promesso «Non lo faccio più»,<br />
ho sempre detto in ultimo «Ho perso ancora, ma<br />
domani è un altro giorno, si vedrà».</em></p>
<p style="text-align:right;">Giorgio Calabrese per Ornella Vanoni</p>
</blockquote>
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		<title>Quanto ti è costato vivere, Alda &#8230;</title>
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		<pubDate>Sun, 01 Nov 2009 18:28:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gamma83</dc:creator>
				<category><![CDATA[Libri e musica]]></category>
		<category><![CDATA[Ritratti]]></category>
		<category><![CDATA[alda merini]]></category>
		<category><![CDATA[roberto vecchioni]]></category>

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		<description><![CDATA[Non mi sento di dire nulla di mio, non ne sarei capace. Ricorro dunque alle parole di un poeta in musica e, da parte mia, aggiungo solo il mio &#8230; Grazie, Alda.
 


Alda Merini

Noi qui dentro si vive in un lungo letargo,
si vive afferrandosi a qualunque sguardo,
contandosi i pezzi lasciati là fuori,
che sono i suoi [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=gamma83.wordpress.com&blog=4104975&post=353&subd=gamma83&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p style="text-align:justify;">Non mi sento di dire nulla di mio, non ne sarei capace. Ricorro dunque alle parole di un poeta in musica e, da parte mia, aggiungo solo il mio &#8230; Grazie, Alda.</p>
<address class="mceIEcenter"> </address>
<dl class="wp-caption aligncenter">
<dt><img title="alda-merini" src="../files/2009/11/alda-merini1.jpg" alt="Alda Merini" width="269" height="400" /></dt>
<dd>Alda Merini</dd>
</dl>
<blockquote><p><em>Noi qui dentro si vive in un lungo letargo,<br />
si vive afferrandosi a qualunque sguardo,<br />
contandosi i pezzi lasciati là fuori,<br />
che sono i suoi lividi, che sono i miei fiori.<br />
Io non scrivo più niente, mi legano i polsi,<br />
ora l&#8217;unico tempo è nel tempo che colsi:<br />
qui dentro il dolore è un ospite usuale,<br />
ma l&#8217;amore che manca è l&#8217;amore che fa male.<br />
Ogni uomo della vita mia<br />
era il verso di una poesia<br />
perduto, straziato, raccolto, abbracciato;<br />
ogni amore della vita mia<br />
ogni amore della vita mia<br />
è cielo è voragine,<br />
è terra che mangio<br />
per vivere ancora</em></p>
<p><em>Dalla casa dei pazzi, da una nebbia lontana,<br />
com&#8217;è dolce il ricordo di Dino Campana;<br />
perchè basta anche un niente per essere felici,<br />
basta vivere come le cose che dici,<br />
e divederti in tutti gli amori che hai<br />
per non perderti, perderti, perderti mai.</em></p>
<p><em>Cosa non si fa per vivere,<br />
cosa non si fa per vivere,<br />
guarda&#8230; Io sto vivendo;<br />
cosa mi è costato vivere?<br />
Cosa l&#8217;ho pagato vivere?<br />
Figli, colpi di vento&#8230;<br />
La mia bocca vuole vivere!<br />
La mia mano vuole vivere!<br />
Ora, in questo momento!<br />
Il mio corpo vuole vivere!<br />
La mia vita vuole vivere!<br />
Amo, ti amo, ti sento!</em></p>
<p><em>Ogni uomo della vita mia<br />
era il verso di una poesia<br />
perduto, straziato, raccolto, abbracciato;<br />
ogni amore della vita mia<br />
ogni amore della vita mia<br />
è cielo è voragine,<br />
è terra che mangio<br />
per vivere ancora</em></p>
<p style="text-align:right;"><strong>Roberto Vecchioni</strong></p>
</blockquote>
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		<title>Il mio impegno per far conoscere e difendere la Costituzione: il 25 ottobre io sto con Marino</title>
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		<pubDate>Wed, 21 Oct 2009 09:56:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gamma83</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Tra le cose cui un italiano dovrebbe tenere di più c’è un testo di poche pagine, scritto oltre 60 anni fa ma con un linguaggio che non ha perso smalto: all’interno si trovano le “regole del gioco” del nostro Stato, ma soprattutto sono fissati i principi di fondo, i diritti e i doveri di ciascuno, [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=gamma83.wordpress.com&blog=4104975&post=332&subd=gamma83&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p style="text-align:justify;">Tra le cose cui un italiano dovrebbe tenere di più c’è un testo di poche pagine, scritto oltre 60 anni fa ma con un linguaggio che non ha perso smalto: all’interno si trovano le “regole del gioco” del nostro Stato, ma soprattutto sono fissati i principi di fondo, i diritti e i doveri di ciascuno, senza i quali il gioco della democrazia non è possibile o è iniquo.</p>
<p style="text-align:justify;">La <strong>Costituzione italiana </strong>in passato è stata una bellissima ragazza e, ancora oggi, ha l’immagine di una bella signora. Certamente ha subito qualche segno del tempo, proprio come accade alle persone; anche per questo ha subito via via alcuni ritocchi (le revisioni costituzionali), a dire il vero non sempre riusciti. In ogni caso, essa rappresenta il fondamento del nostro Stato: <strong>riguarda tutti noi</strong>, anche coloro che arrivano in Italia per poco tempo e, magari, da clandestini. Parla di chi governa e di chi viene governato, di chi comanda e di chi non ha un potere, di chi vive all’interno di una famiglia, di un gruppo, di un territorio.</p>
<p style="text-align:justify;">Conoscere e studiare la Costituzione è davvero fondamentale per ogni italiano: non passa giorno senza che almeno uno dei 139 articoli che compongono quel documento trovi un riscontro pratico o, purtroppo, sia messo in pericolo. È importante che la Costituzione sia <strong>studiata all’interno delle scuole in modo approfondito </strong>e con uno sguardo attento alla realtà, all’interno della materia «Cittadinanza e Costituzione» e tutte le volte che il sistema di valori contenuto nella nostra legge fondamentale emerga durante le lezioni; sarebbe bello che i ragazzi potessero parlarne anche con i loro genitori, sentendo il desiderio di crescere anche come cittadini, e che i genitori spiegassero con entusiasmo il significato di quelle parole.</p>
<p style="text-align:justify;">
<div id="attachment_334" class="wp-caption aligncenter" style="width: 427px"><img class="size-full wp-image-334" title="Marino - Costituzione" src="http://gamma83.files.wordpress.com/2009/10/marino-costituzione.jpg?w=417&#038;h=279" alt="Il 25 ottobre io sto con Marino" width="417" height="279" /><p class="wp-caption-text">Il 25 ottobre io sto con Marino</p></div>
<p style="text-align:justify;">Io sono un elettore del Partito Democratico e, alle <strong>primarie </strong>che si svolgeranno <strong>domenica 25 ottobre</strong>, ho deciso di schierarmi con <strong>Ignazio Marino,</strong> candidandomi nel collegio di Reggio 2 come membro dell&#8217;Assemblea <strong> </strong>regionale del Pd (sostenendo come segretario <strong>Thomas Casadei</strong>). Noi, come sostenitori di Ignazio Marino ma soprattutto come italiani democratici, siamo convinti che la Costituzione meriti di essere conosciuta da chiunque viva o scelga di vivere in Italia: solo se è conosciuta può essere pienamente rispettata e (cosa ancora più importante) fatta rispettare.</p>
<p style="text-align:justify;">Tutto questo vale naturalmente per tutti i diritti e i doveri contenuti nella prima parte del documento, vale per il principio di <strong>laicità </strong>che emerge pienamente dalla lettura della Carta, ma anche per le norme che regolano il funzionamento delle istituzioni. Basterebbe avere minime conoscenze di Diritto costituzionale per smontare tutte le critiche pretestuose circolate in questi giorni sulla sentenza della Corte costituzionale sul lodo Alfano, per capire se e quando il Presidente della Repubblica può rinviare al Parlamento una legge appena approvata, per sapere che i senatori a vita non sono parlamentari “di serie B”, ma valgono esattamente quanto gli altri (e spesso hanno più meriti di altri).</p>
<p style="text-align:justify;">Io voglio che il Partito Democratico si impegni, con tutte le sue forze, perché la Costituzione abbia nel nostro Paese la dignità e il rispetto che merita tra la gente e all’interno delle istituzioni. <strong>Io ci credo, noi ci crediamo.</strong></p>
  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/gamma83.wordpress.com/332/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/gamma83.wordpress.com/332/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/gamma83.wordpress.com/332/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/gamma83.wordpress.com/332/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/gamma83.wordpress.com/332/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/gamma83.wordpress.com/332/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/gamma83.wordpress.com/332/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/gamma83.wordpress.com/332/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/gamma83.wordpress.com/332/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/gamma83.wordpress.com/332/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=gamma83.wordpress.com&blog=4104975&post=332&subd=gamma83&ref=&feed=1" /></div>]]></content:encoded>
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	</item>
		<item>
		<title>Ora di religione: sì, ma quale?</title>
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		<pubDate>Mon, 19 Oct 2009 08:08:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gamma83</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Penso che ben pochi di noi avrebbero creduto, solo fino a pochi anni fa, di leggere sui giornali o di sentire nei telegiornali che un uomo come Gianfranco Fini avrebbe visto di buon occhio l&#8217;introduzione della cosiddetta «ora di religione islamica» (anche perché non era facile prevedere che un giorno si sarebbe posta questa necessità). [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=gamma83.wordpress.com&blog=4104975&post=327&subd=gamma83&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p style="text-align:justify;">Penso che ben pochi di noi avrebbero creduto, solo fino a pochi anni fa, di leggere sui giornali o di sentire nei telegiornali che un uomo come Gianfranco Fini avrebbe visto di buon occhio l&#8217;introduzione della cosiddetta «<strong>ora di religione islamica</strong>» (anche perché non era facile prevedere che un giorno si sarebbe posta questa necessità). Come era immaginabile, la proposta del parlamentare Pdl Adolfo Urso e considerata accettabile dal Presidente della Camera ha scatenato una vespaio di reazioni, alcune di assoluta contrarietà (con i leghisti a sbraitare il loro dissenso), altre più possibiliste, se non addirittura soddisfatte.</p>
<p style="text-align:justify;"><span id="more-327"></span>A prescindere dalla polemica politica, la questione ha un suo interesse e una sua fondatezza, ma è molto più delicata di quanto possa sembrare a prima vista. Tanto a destra quanto a sinistra, i favorevoli alla proposta hanno detto che occorre <strong>evitare che </strong>bambini e musulmani <strong>imparino i fondamenti dell&#8217;Islam da soggetti integralisti </strong>e – quindi – potenzialmente pericolosi. Perché questa idea si concretizzi, tuttavia, si dovrebbero superare alcuni ostacoli non di poco conto. Si potrebbe innanzitutto ricordare che lo Stato italiano, al momento, non ha stipulato alcuna intesa (in base all&#8217;art. 8 della Costituzione) con associazioni rappresentative del mondo islamico: occorrerebbe dunque questo passaggio, se non altro perché sarebbe irragionevole prevedere l&#8217;insegnamento a scuola diurna religione che non ha stipulato intese, quando nulla di simile è previsto per quei culti che invece possono contare su un&#8217;intesa con lo Stato approvata con legge (è il caso degli ebrei e di varie confessioni cristiane) o hanno perlomeno intrapreso quel cammino.</p>
<p style="text-align:justify;">Secondariamente, per evitare il rischio di un insegnamento integralista occorrerebbe prevedere dei controlli sull’insegnamento stesso, a partire dall&#8217;esigenza che esso sia impartito in <strong>lingua italiana </strong>(cosa necessaria, anche per evitare di dover ricorrere a tanti insegnanti quante sono le lingue parlate dai ragazzi di fede islamica presenti in una scuola), ma soprattutto si dovrebbero stabilire criteri molto chiari sul <strong>reclutamento </strong>dei singoli docenti, probabilmente non essendo sufficiente che le comunità islamiche o l&#8217;associazione che raggruppa &#8220;garantisca&#8221; sulla loro affidabilità; a quel punto, però, sarebbe difficile negare una disparità di trattamento tra l’insegnamento della religione islamica e la stessa materia legata alla religione cattolica, per la quale non sono previsti controlli da parte dello Stato sull&#8217;idoneità dei singoli insegnanti (è materia di esclusiva competenza della curia, la quale gestisce anche le graduatorie).</p>
<p style="text-align:justify;">Forse sarebbe meglio allora, come si immagina da tempo (e come ha proposto anche oggi il candidato alla segreteria del Pd Ignazio Marino), trasformare l&#8217;attuale ora settimanale di religione cattolica nella cosiddetta «ora di <strong>storia delle religioni</strong>», in cui si cerchi di dare un&#8217;informazione &#8220;di base&#8221; il più possibile completa sulle religioni presenti nel mondo, magari soffermandosi con maggior attenzione su quelle più diffuse, tra cui naturalmente le tre religioni rivelate (ebraismo, cristianesimo, islamismo). Bisogna ammettere che i programmi previsti negli ultimi anni per l&#8217;insegnamento della religione cattolica prevedono (soprattutto per gli anni terminali dei corsi) varie occasioni per conoscere piuttosto bene almeno le religioni principali diverse da quella cattolico-cristiana e che alcuni insegnanti sanno lavorare egregiamente in questo senso; tuttavia non può sfuggire che la proposta di cui parlo ora è fondamentalmente diversa da quanto si fa attualmente.</p>
<p style="text-align:justify;">Certo, l&#8217;istituzione di una simile materia richiederebbe che i potenziali insegnanti avessero una <strong>preparazione </strong>specifica, oltre che sufficientemente vasta per poter padroneggiare le conoscenze necessarie: attualmente manca un&#8217;istituzione pubblica che sia in grado di formare adeguatamente queste persone e certamente, pur concedendo il massimo della buona fede, non si può pensare che sia sufficiente la preparazione richiesta oggi agli insegnanti della religione cattolica. Pensare è creare una realtà di questo tipo (ad esempio uno specifico corso di laurea) richiederebbe naturalmente un certo tempo; in più lo Stato, che certamente potrebbe chiedere e ricevere l&#8217;aiuto delle varie confessioni religiose per la strutturazione della materia e del percorso che porta ad insegnarla, dovrebbe occuparsi in via esclusiva della valutazione dell&#8217;idoneità dei docenti e del loro collocamento in graduatoria. Questa soluzione permetterebbe di evitare potenziali trattamenti diversi tra religioni ed eviterebbe anche una proliferazione di docenti.</p>
<p style="text-align:justify;">Entrambi gli scenari, tuttavia, sono pressoché irrealizzabili così come li ho descritti. Come è noto, i rapporti tra Stato e Chiesa cattolica sono regolati dai Patti lateranensi e nel nuovo Concordato firmato nel 1984 è previsto l&#8217;insegnamento della religione cattolica. Ora, in base all&#8217;art. 7, comma 2 della Costituzione, «Le modificazioni dei Patti, accettate dalle due parti, non richiedono procedimento di revisione costituzionale» ed è francamente difficile – anche in base all&#8217;accoglienza che la proposta Urso-Fini ha avuto da parte di alcuni esponenti della gerarchia ecclesiastica – che la Chiesa cattolica accetti di buon grado di modificare le norme che riguardano l&#8217;insegnamento religioso a scuola, così come proposto dallo Stato. Certo, il Concordato potrebbe anche essere modificato unilateralmente, dunque dal solo Parlamento italiano, ma il procedimento richiesto in questo caso sarebbe quello di revisione costituzionale (regolato dall&#8217;art. 138 Cost.) che richiede tempi lunghi, ma soprattutto maggioranze piuttosto ampie, decise a portare avanti quel progetto: sembra evidente che l&#8217;attuale composizione di entrambi i rami del Parlamento (sono molti i cattolici presenti, spesso poco estimatori della recita) impedisca di pensare a un intervento di questo tipo, per lo meno in tempi brevi. Eppure, anche se ora è prioritario combattere la crisi e favorire la ripresa, il problema del rapporto tra religione e scuola esiste e occorre porselo in modo serio: sono in gioco la laicità e il futuro del nostro Paese, che merita di vedere i suoi cittadini convivere in pace.</p>
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		<title>Alcune parole chiare sul lodo Alfano</title>
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		<pubDate>Wed, 07 Oct 2009 22:54:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gamma83</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Quando, intorno alle ore 18, le agenzie battevano la notizia della sentenza della Corte costituzionale sul cosiddetto “lodo Alfano”, non ho stappato nessuna bottiglia, né sono sceso in piazza a festeggiare. Ho solo pensato che, almeno questa volta, qualcuno si era ricordato che non ci sono persone «più uguali di altre», tanto per citare l’originale [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=gamma83.wordpress.com&blog=4104975&post=301&subd=gamma83&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p style="text-align:justify;">Quando, intorno alle ore 18, le agenzie battevano la notizia della sentenza della <strong>Corte costituzionale </strong>sul cosiddetto “lodo Alfano”, non ho stappato nessuna bottiglia, né sono sceso in piazza a festeggiare. Ho solo pensato che, almeno questa volta, qualcuno si era ricordato che non ci sono persone «più uguali di altre», tanto per citare l’originale di Orwell, al posto della brutta copia ghediniana.</p>
<p style="text-align:justify;">Quello che mi ha fatto veramente arrabbiare è quanto è accaduto dopo e che, tutto sommato, ci si poteva aspettare. Si usa dire che delle sentenze della Corte costituzionale (come di tutte le pronunce) si dovrebbe prendere semplicemente atto con rispetto, e questo non è sempre facile, ma una critica velenosa e denigratoria come quella che è rimbalzata su taccuini, microfoni e telecamere da parte di vari esponenti del centrodestra e della stampa ad esso riconducibile è per lo meno vergognosa. <span id="more-301"></span></p>
<p style="text-align:justify;">Quando una cosa insensata viene detta da chi non conosce l’argomento, ci si limita a dire che la tal persona ha perso un’ottima occasione per tacere; quando lo sproposito arriva da chi dovrebbe sapere ciò che dice, non c’è una sola giustificazione che tenga. «La Consulta ha contraddetto sé stessa» si sono affrettati a dire gli onorevoli (si fa per dire) Cicchitto, Alfano, Pecorella e Ghedini: quando aveva “bocciato” il lodo Schifani, i giudici non avevano detto che per introdurre norme di quel tipo occorresse una revisione costituzionale (con procedimento aggravato rispetto alle leggi ordinarie), per cui se stavolta lo ha preteso è caduta in contraddizione.</p>
<p style="text-align:justify;">A loro dovrei suggerire di riprendere la <strong>sentenza 24/2004 </strong>della Corte (quella che ha dichiarato incostituzionale la norma centrale del lodo Schifani), per vedere che la questione di costituzionalità all’epoca era stata sollevata per contrasto con gli artt. 3, 24, 68, 90, 96, 101, 111, 112 e 117 della Costituzione, mentre l’art. 138 (quello che detta il procedimento aggravato da seguire in caso di <strong>revisione costituzionale</strong>) era solo implicito, ma non era usato come “parametro” di costituzionalità; fatto questo, i signori dovrebbero  consultare un buon manuale di diritto costituzionale per un’infarinatura di base e uno di giustizia costituzionale per approfondire la conoscenza della materia (personalmente consiglio il Bin-Pitruzzella e il Ruggeri-Spadaro, tanto per citare studiosi che stimo). Verrebbe così a sapere che la Corte è tenuta al rispetto del principio di «<strong>corrispondenza tra chiesto e pronunciato</strong>», per cui non può valutare la legittimità di una disposizione rispetto a una norma costituzionale diversa da quella che il giudice del processo “a monte” aveva segnalato: se nel caso del lodo Schifani nessun giudice ha “chiamato in causa” l’art. 138, la Consulta non poteva valutare la necessità di una legge costituzionale per introdurre quelle norme; visto che il tribunale di Milano stavolta ha invocato quell’articolo, la Corte ha risposto di conseguenza. Il guaio è che tutte queste cose quei signori dovrebbero saperle bene, visto che sono laureati in giurisprudenza e Pecorella e Ghedini sono pure avvocati (vergogna).</p>
<p style="text-align:justify;">Ogni commento sulla parzialità delle nomine degli ultimi tre Presidenti della Repubblica è superfluo: l’accusa è profondamente <strong>offensiva </strong>e, tra l’altro, non tiene affatto conto della realtà (basti vedere le nomine fatte da Napolitano). Nessuno si era mai permesso di tacciare di parzialità il Capo dello Stato – cosa che invece Silvio Berlusconi ha fatto fin dall’inizio – né tantomeno di proclamarsi «preso in giro», per motivi che davvero è impossibile comprendere. <strong>Il Presidente della Repubblica sta dalla parte della Costituzione</strong>, anche quando “firma lo scudo fiscale”: bisognerebbe piuttosto puntare il dito contro chi ha inserito le norme fiscali accanto alle misure anticrisi, così che se Napolitano non avesse promulgato la legge di conversione del decreto (per bloccare lo scudo) avrebbe fatto decadere anche il nuovo pacchetto anticrisi, con conseguenze catastrofiche.</p>
<p style="text-align:justify;">Ora i processi che vedono imputato l’attuale capo del governo continueranno: se risulterà innocente, tanto meglio per lui e per il paese (ma allora, perché tanta smania nel voler “congelare” quei procedimenti?); se risulterà colpevole o se interverrà la prescrizione (che non è affatto un’assoluzione, è bene ricordarlo), ne dovrà pagare le conseguenze come un comune cittadino. O anche questo, per caso, è una pericolosa idea sovversiva, da complotto comunista?</p>
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		<title>Difendere la libertà di informazione: c&#8217;ero anch&#8217;io</title>
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		<pubDate>Tue, 06 Oct 2009 10:33:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gamma83</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Sabato pomeriggio anch’io ero tra i 300mila che hanno affollato Piazza del Popolo e le aree vicine per dire il mio sommesso «Ci sono anch’io» a favore della libertà di informazione. È stata la prima manifestazione della mia vita e sono contento di avere partecipato: in quella piazza ho sentito molte parole sagge, vari contributi [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=gamma83.wordpress.com&blog=4104975&post=292&subd=gamma83&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p style="text-align:justify;">Sabato pomeriggio anch’io ero tra i 300mila che hanno affollato Piazza del Popolo e le aree vicine per dire il mio sommesso «Ci sono anch’io» a favore della libertà di informazione. È stata la prima manifestazione della mia vita e sono contento di avere partecipato: in quella piazza ho sentito molte parole sagge, vari contributi interessanti, assieme a qualche intervento inappropriato.</p>
<p style="text-align:justify;">
<div id="attachment_295" class="wp-caption aligncenter" style="width: 478px"><img class="size-full wp-image-295" title="Manifestazione" src="http://gamma83.files.wordpress.com/2009/10/manifestazione.jpg?w=468&#038;h=314" alt="La manifestazione dal palco (da Repubblica)" width="468" height="314" /><p class="wp-caption-text">La manifestazione dal palco (da Repubblica)</p></div>
<p style="text-align:justify;">Soprattutto ho sentito tanta energia e voglia di non arrendersi, da parte di chi cerca di dare le notizie e di chi le vuole ricevere. Peccato per chi non è riuscito a venire e per chi ha scelto consapevolmente di non esserci: da questi ultimi, tuttavia, avremmo apprezzato di più un dignitoso silenzio, rispetto ad attacchi disordinati e incomprensibili, magari andati in onda in prima serata, nel bel mezzo di un appuntamento che dovrebbe essere votato all’informazione e non al suo contrario.</p>
<p style="text-align:justify;">In quel pomeriggio mi sono trovato ad applaudire insieme a una folla di colleghi le parole dei nostri sindacalisti <strong>Franco Siddi </strong>(segretario nazionale FNSI) e <strong>Carlo Verna </strong>(segretario nazionale UsigRai), ad ascoltare la coraggiosa testimonianza dei cronisti siciliani <strong>Josè Trovato </strong>e <strong>Pino Maniàci</strong>, l’intervento atteso di <strong>Roberto Saviano </strong>e il parere (tanto inatteso quanto fondamentale) di <strong>Sergio Lepri</strong>, che dopo aver diretto per tanti anni l’Ansa e aver scritto molto sulla professione giornalistica non ha avuto paura di dire che lui è passato attraverso il fascismo e ora c’è bisogno di un grido indignato; mi sono commosso nel ricordare chi negli anni ha pagato con la vita il proprio mestiere e anche nel sentir ricordare una situazione che conosco fin troppo bene, quella di chi è pagato 5 euro a pezzo o anche meno per un lavoro che dovrebbe avere ben altra dignità.</p>
<div id="attachment_296" class="wp-caption aligncenter" style="width: 291px"><img class="size-full wp-image-296" title="Con Claudio Valeri del Tg2" src="http://gamma83.files.wordpress.com/2009/10/valeri.jpg?w=281&#038;h=374" alt="Con Claudio Valeri del Tg2" width="281" height="374" /><p class="wp-caption-text">Con Claudio Valeri del Tg2</p></div>
<p style="text-align:justify;">Rimando a Youtube per cercare di trovare tutto il materiale filmato che riguarda quelle ore e riascoltare le parole di tutti coloro che si sono alternati sul palco (compreso <strong>Neri Marcoré </strong>che ha letto un brano notevole, forse solo un po’ troppo lungo, di Tocqueville). Di quella giornata così particolare, oltre a tutto questo ho apprezzato soprattutto tre cose. Innanzitutto che ci fossero, mescolati tra la folla, vari giornalisti Rai più o meno noti al pubblico, a esporsi in prima persona per dire che qualcosa non va anche nell’informazione della tv di Stato: penso a <strong>Piero Damosso</strong>, <strong>Raffaele Genah</strong> e <strong>Aldo Maria Valli </strong>del Tg1, a <strong>Riccardo Cucchi </strong>(storica voce di <em>Tutto il calcio minuto per minuto</em>),<em> </em>ma soprattutto a <strong>Claudio Valeri </strong>del Tg2, autore di splendidi commenti sportivi, musicali e di costume per quella testata.</p>
<p style="text-align:justify;">Il secondo e il terzo elemento sono necessariamente fusi: sono felice che uno degli applausi più calorosi sia andato all’<strong>articolo 21 </strong>della nostra Costituzione e che uno degli interventi migliori della giornata sia stato quello di <strong>Valerio Onida</strong>, presidente emerito della Corte costituzionale. Riporto qui le sue parole (chiare e comprensibili), per chi vorrà leggerle e trovare spunti di riflessione importanti: in un momento in cui occorre reagire a un mondo che vede l’informazione solo come un mercato in balia dei potenti e uno strumento per ottenere vantaggi e scambi di favore, «non la rabbia, che è cieca – ha detto Onida – ma la consapevolezza ci può ancora salvare». <span id="more-292"></span></p>
<p style="text-align:justify;">
<blockquote>
<p style="text-align:justify;"><strong>Informazione e libertà</strong>, non solo per chi <em>fa informazione</em> – e se si crede nella libertà, si deve aver a cuore soprattutto quella di chi non la pensa come noi – ma anche per chi <em>la riceve</em> e ne usufruisce: infatti il cittadino correttamente informato è più libero, il cittadino non informato o scorrettamente informato è meno libero.</p>
<p style="text-align:justify;">Ma l’informazione è anche <strong>potere</strong> – il quarto potere, si dice – e in democrazia ogni potere dev’essere esercitato secondo la sua funzione, per l’interesse comune, non per quello particolare di chi lo detiene. Che la libertà di stampa e d’informazione sia centrale per la vita di una democrazia è indiscutibile; lo dirò non con parole mie, né con parole dell’autorità del nostro paese, ma con quelle della Corte europea dei diritti dell’uomo: «La libertà di espressione costituisce uno dei <em>fondamenti essenziali</em> di una società democratica. Salvi i limiti che essa incontra, essa vale non soltanto per le informazioni e le idee accolte con favore, o considerate come inoffensive o indifferenti, <em>ma anche per quelle che urtano, colpiscono o inquietano</em>: così vuole il pluralismo, la tolleranza, lo spirito di apertura, senza i quali non c’è società democratica» e ancora, sempre la stessa Corte: «La stampa gioca un ruolo essenziale in una società democratica: se essa non deve superare certi limiti, specialmente quando si tratta della protezione della reputazione e dei diritti altrui, essa deve tuttavia comunicare, nel rispetto dei suoi doveri e delle sue responsabilità, informazioni e idee su ogni questione di interesse generale. La libertà del giornalismo comprende anche il possibile ricorso a una certa dose di <em>esagerazione</em>, persino di <em>provocazione</em>». La Corte di Strasburgo ha definito o definisce abitualmente l’informazione e la stampa «cane da guardia della democrazia», perché la democrazia si fonda sul consenso, oltre che sul rispetto dei diritti di tutti; ma il consenso, per essere veramente tale, dev’essere <em>consenso informato</em>.</p>
<p style="text-align:justify;">Oggi in Italia la libertà di espressione è sicuramente garantita dalla Costituzione, dalle leggi, dai tribunali, occorrendo dalla Corte costituzionale, dalla Corte europea dei diritti dell’uomo. È garantita nei confronti delle minacce classiche: nessuno può temere l’arrivo di un commissario di polizia nei giornali o nelle tipografie, a sequestrare o ad arrestare. Ma qual è lo stato dell’informazione in Italia? C’è una malattia e riguarda il modo del <strong>rapporto tra informazione e politica</strong>: un potere politico troppo spesso intollerante della critica. Certo, la libertà di informazione deve trovare il giusto bilanciamento con altri diritti fondamentali (l’onore, reputazione delle persone, il rispetto della vita privata e familiare), ma i limiti della critica e anche dell’invasione della vita privata sono necessariamente <em>più larghi</em> quando parliamo di personaggi politici rappresentativi, rispetto a quelli che valgono nei riguardi dei privati cittadini.</p>
<p style="text-align:justify;">È ancora la Corte europea che parla: «Se è talvolta necessario proteggere gli uomini politici da attacchi gravi e destituiti di ogni fondamento, è vero anche che i limiti della critica ammissibile sono più larghi a loro riguardo, che non a riguardo di un privato; contrariamente  a quest’ultimo – cioè al privato – l’uomo politico  si espone <em>inevitabilmente e coscientemente</em> a un controllo attento delle sue azioni e dei suoi gesti, tanto da parte dei giornalisti, quanto da parte dei cittadini, e deve dunque mostrare una maggiore tolleranza». Questo è il ruolo di «cane da guardia» che spetta alla stampa in una società democratica. È dunque certamente legittimo che anche i politici si difendano se attaccati, anche che ricorrano ai giudici, per esempio se si ritengono diffamati da notizie false date consapevolmente; ma i politici non possono pretendere di difendersi rifiutando <em>a priori</em> la critica e accusando di ogni nefandezza i mezzi di informazione con cui questa si esprime.</p>
<p style="text-align:justify;">Ma perché produca libertà, l’informazione non deve solo rispettare i suoi limiti, che ci sono, ma deve soprattutto rispondere alla sua <em>funzione di servizio ai cittadini</em>. Ci possono essere – e ci sono – anche nel caso dell’informazione colpe commesse con azioni, ma ci sono anche – e sono più gravi in questo campo – le <strong>responsabilità per omissione</strong>. Se, per esempio, i telegiornali – che, lo si voglia o no, sono il mezzo di informazione che raggiunger il maggior numero di utenti oggi – informano sulla politica non raccontando e spiegando i fatti e offrendo strumenti per la comprensione dei problemi e dei contesti, ma offrendo quasi solo passerelle di esternazioni accuratamente dosate di esponenti dei partiti (e, sia ben chiaro, dei partiti rappresentati in Parlamento, cioè sempre gli stessi); se le trasmissioni di approfondimento si trasformano – e credo che accada solo in Italia – in spettacoli movimentati da risse verbali e trasformano gli ascoltatori (quelli presenti in studio e quelli davanti ai teleschermi) in tifosi delle contrapposte squadre; se gli umori e le paure che affiorano nella società non sono analizzati, discussi per trasformarli in razionalità politica, ma sono riecheggiati, amplificati come serbatoi di consenso elettorale; se tutto questo accade, la funzione liberante dell’informazione si perde o deperisce inevitabilmente.</p>
<p style="text-align:justify;">In un’intervista pubblicata giusto oggi sul <em>Sole 24 ore</em>, il direttore del <em>Giornale</em>, grande giornalista la cui intelligenza è eguagliata solo dal suo schietto cinismo, dice questo: «C’è anche l’effetto del bipolarismo, ci sono due fazioni, due magliette, due tifoserie». Vero, sacrosanto, ma ciò che è grave è quanto egli aggiunge subito dopo: «La stampa non può starne fuori», dalle tifoserie intende. Le condizioni di una buona informazione, dunque, non si riducono all’esistenza delle garanzie formali, che non mancano – da arresti, da sequestri – né si riducono alle pure indispensabili capacità, professionalità e onestà dei giornalisti. Conta molto anche la struttura dei mezzi di informazione, il <strong>sistema di proprietà e di controllo</strong> sui mezzi di informazione.</p>
<p style="text-align:justify;">La stampa, i giornali perdono continuamente in numero di copie vendute, avanza inesorabilmente una generazione di lettori che dalla carta stampata passa alla Rete: ciò accade in Italia – ed è questo il male – prima ancora che il numero di lettori di giornali abbia raggiunto i livelli dei paesi più maturi, noi siamo sempre stati al di sotto, e il <em>gap </em>tecnologico (perché non tutti sanno utilizzare la Rete) accresce il <em>gap </em>informativo fra i vari pezzi della nostra società. L’intreccio fra stampa e poteri politici economici e finanziari è lontano dall’essere in Italia pienamente trasparente. Lo dice anche il direttore del <em>Giornale</em>, in quest’intervista che ho già citato, ma lo fa dando per acquisita e inevitabile una conseguenza che invece è inaccettabile. Queste sono le sue parole: «I giornali rappresentano gruppi di potere, che usano i giornali per scambi di favore», come a dire, parliamoci chiaro, è così. C’è invece una società che non accetta, non si arrende a questo: per noi la stampa ha il <em>dovere di stare fuori</em> dai giochi di puro potere e dallo scambio di favori.</p>
<p style="text-align:justify;">C’è poi l’altro grande mezzo, il più pervasivo, la televisione, che è presente e ascoltata in tutte le case: qui le cose vanno anche peggio. Nonostante ricorrenti leggi di riforma e sentenze della Corte costituzionale quasi regolarmente eluse poi dal Parlamento nella loro portata sostanziale, siamo ancora fermi all’antico male del <strong>duopolio</strong>: duopolio tra un’emittente pubblica strettamente marcata e all’occorrenza lottizzata da apparati di partito – con ovvia, conseguente prevalenza della maggioranza politica del momento – e un’emittente privata in posizione dominante nella diffusione di programmi e nel gettito della pubblicità. Ma da tempo ormai questo duopolio è aggravato dalla clamorosa <em>anomalia</em> per cui il Presidente del Consiglio è vertice (sempre più sostanzialmente monocratico) del potere politico di maggioranza che controlla l’emittente pubblica e, insieme, proprietario della maggiore emittente privata.</p>
<p style="text-align:justify;">Non può meravigliare allora che lo stato complessivo dell’informazione sia <em>sofferente e fragile</em>. Dobbiamo rassegnarci? No. La nostra società dispone ancora di risorse ideali, umane e professionali contro la rassegnazione; dispone credo ancora degli anticorpi necessari per evitare i pericoli maggiori, ed è questo credo il senso della presenza in questa manifestazione, di tante associazioni della società civile. Dobbiamo smettere di pensare che sia normale e inevitabile – come dice il direttore del <em>Giornale </em>– che l’informazione sia solo un mercato usato dai gruppi di potere per scambi di favore.</p>
<p style="text-align:justify;">Non la rabbia, che è cieca, ma la consapevolezza ci può ancora salvare.</p>
<p align="right"><strong>Valerio Onida </strong></p>
<p align="right"><strong> </strong>Presidente emerito della Corte costituzionale,</p>
<p align="right">ora docente di Giustizia costituzionale</p>
<p align="right">all’Università statale di Milano</p>
</blockquote>
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			<media:title type="html">Manifestazione</media:title>
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			<media:title type="html">Con Claudio Valeri del Tg2</media:title>
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		<title>Riflessione isolata sul tema: L&#8217;imbarazzo</title>
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		<pubDate>Sun, 04 Oct 2009 12:02:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gamma83</dc:creator>
				<category><![CDATA[Introspezione]]></category>
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		<description><![CDATA[E dopo? Ci vuole troppa comprensione per trasformare in dolcezza una cosa venuta male
Giorgio Gaber e Sandro Luporini, Dopo l&#8217;amore (1978)

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			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><blockquote><p><em>E dopo? Ci vuole troppa comprensione per trasformare in dolcezza una cosa venuta male</em></p>
<p style="text-align:right;">Giorgio Gaber e Sandro Luporini, <em>Dopo l&#8217;amore</em> (1978)</p>
</blockquote>
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		<title>La passione in un calice</title>
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		<pubDate>Thu, 10 Sep 2009 09:31:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gamma83</dc:creator>
				<category><![CDATA[Costume]]></category>
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		<description><![CDATA[«La prima coppa riguarda la sete, la seconda il buon umore, la terza il piacere dei sensi, la quarta la follia». Lo scrittore latino Apuleio, nell’introdurre un brano sulle muse della sua Florida, cita questo detto filosofico, sorta di proto-vademecum per il consumo consapevole di vino a tavola. Soprassediamo sulla sete (troppo banale e poi [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=gamma83.wordpress.com&blog=4104975&post=322&subd=gamma83&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p style="text-align:justify;">«La prima coppa riguarda la sete, la seconda il buon umore, la terza il piacere dei sensi, la quarta la follia». Lo scrittore latino Apuleio, nell’introdurre un brano sulle muse della sua <em>Florida</em>, cita questo detto filosofico, sorta di proto-<em>vademecum</em> per il consumo consapevole di <strong>vino</strong> a tavola. Soprassediamo sulla sete (troppo banale e poi può bastare l’acqua) e sulla follia (troppo pericolosa) e concentriamoci sui due stati mediani.</p>
<p style="text-align:justify;">Che nel frutto della vite si nascondesse un “potere socializzante” fortissimo, capace di portare il buonumore all’interno di un gruppo, è cosa nota da secoli. Lo sapevano bene gli studenti del Duecento, che giravano le università europee e nei loro canti goliardici parlavano di piaceri, donne e – ovviamente – vino: non a caso uno dei <em>Carmina Burana </em>più famosi musicati da Carl Orff è <em>In taberna quando sumus</em>. Persino nella Bibbia, in cui non mancano dure critiche all’ubriachezza e ai suoi effetti, si dà gloria a Dio perché fa nascere le piante da cui si trae «vino che allieta il cuore dell’uomo» (salmo 104); del resto, la parola «vino» viene dal sanscrito <em>vena</em>, che significa «amare».</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>In bilico tra sensi e memoria. </strong>Tutto questo, però, non risponde alla domanda di base: perché si sta bene insieme attorno a una bottiglia di vino? Dà una risposta da esperto <strong>Massimo Zanichelli</strong>, giornalista con la passione del cinema e della buona tavola, con il cuore ben piantato nella Bassa reggiana: «Il vino è sensorialità, convivialità, produce ebbrezza, con conseguenti effetti di rilassamento e benessere psicofisico;  affina le percezioni dei sensi e non di rado spinge al recupero di analogie sensoriali legate a esperienze precedenti della nostra vita, spesso localizzate nell’infanzia o adolescenza: è insomma una vera e propria <em>madeleine</em> proustiana, capace di espandere ricordi ed emozioni».</p>
<p style="text-align:justify;">
<div id="attachment_323" class="wp-caption aligncenter" style="width: 305px"><img class="size-medium wp-image-323" title="massimo zanichelli" src="http://gamma83.files.wordpress.com/2009/10/massimo-zanichelli.jpg?w=295&#038;h=300" alt="Massimo Zanichelli" width="295" height="300" /><p class="wp-caption-text">Massimo Zanichelli</p></div>
<p style="text-align:justify;"><span id="more-322"></span>Se la memoria di Proust si attivava con dolcetti all’aroma di burro e limone, in più casi lo stesso effetto può arrivare da un buon bicchiere. Certo, c’è molta più poesia nell’assaporare il vino appena versato al ristorante che nello scegliere una bottiglia dagli scaffali del supermercato; eppure, anche quel momento ha il suo rilievo, visto che la varietà dei vini è tale che ci si può permettere il lusso di scegliere quali emozioni sollecitare. Che sensazioni si cercano, allora, nella bottiglia che si è appena ordinata o che è finita nel carrello? «Ci sono più livelli – spiega Zanichelli – dal semplice gusto, alla freschezza di un fiore o di un frutto, all’ebbrezza di cui sopra o, per i palati più appassionati e raffinati, al riconoscimento di uno stile, di un vitigno, di un territorio».</p>
<p style="text-align:justify;">Gli scrittori sembrano aver presenti tutte queste cose: se per qualcuno il vino è «la poesia della terra» (lo si legge nella <em>Messa dei villeggianti</em> di Mario Soldati), per Ernest Hemingway è «uno dei maggiori segni di civiltà al mondo», forse proprio perché ogni goccia è una carta d’identità di un luogo, di una terra. Altre volte il vino segna un’età della vita: lo ricordano per esempio i <em>Quattro amici </em>di Gino Paoli (nel frattempo diventati tre) che annaffiano con un bicchiere i loro discorsi «di individui e solidarietà», nel periodo in cui i sogni si incrinano, ma c’è ancora voglia di fare progetti.</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>Siamo tutti sommelier? </strong>Certo, la ricerca di sensazioni e ricordi ha un costo e, in tempi di crisi, prima di mettere mano al portafogli (già non particolarmente gonfio) il pensiero è d’obbligo. Varie ricerche continuano a dare il consumo di vini in calo in uno dei paesi che produce di più e meglio: ci rimettono tutti, tanto i vini di livello più alto (accantonati puntualmente da chi vuol spendere poco) quanto quelli di minor pregio. Come beve, allora, l’italiano comune? «Spesso come capita, sempre di più “poco ma bene” – precisa Zanichelli – La “missione” del futuro è spingere il maggior numero di persone al consumo intelligente e consapevole».</p>
<p style="text-align:justify;">Il vino, del resto, per chi può permetterselo può diventare una faccenda terribilmente seria, come il cibo: negli ultimi anni tra gli italiani sembra essere scoppiata una vera “passione” enologica e, con il tempo, si sono moltiplicati i corsi più o meno validi per diventare <em>sommelier</em> (altre persone hanno preferito cimentarsi, per esempio, con l’assaggio di formaggi). Molta gente sembra impaziente di sottoporsi a studi metodici e severi – sulla vinificazione, su tutte le varietà di vino italiane ed estere e sugli abbinamenti più corretti – pur di armarsi di cavatappi e termometro da bottiglia e portare al collo il <em>tastevin</em>, quella coppetta di metallo un tempo usata per la degustazione e oggi, soppiantata dai bicchieri di cristallo adatti ai vari tipi di vino, è rimasta come segno distintivo della categoria.</p>
<p style="text-align:justify;">Cos’abbia causato questo fenomeno, che contagia in egual misura commercialisti di Brescia, operatori del commercio estero della Bassa padana e chirurghi di Vicenza, non è ancora ben chiaro: si rimane stupiti alla pari del venerabile maestro Beppe Severgnini quando nota che «la generazione che si faceva un punto d’onore di bere Coca-Cola con l’arrosto ora discute del retrogusto di un Illivio dei Colli orientali del Friuli». Quanto c’è di genuino in tutto questo e quanto si finge? «Dipende come sempre dalle persone – spiega Zanichelli – Dalla superficialità o dall’ostentazione di un sapere inesistente alla grande cultura ci sono tutti i gradi intermedi». Come dire, per gli aspiranti millantatori c’è ancora la possibilità di salvarsi.</p>
<p style="text-align:justify;"><img class="aligncenter size-medium wp-image-324" title="calice di vino" src="http://gamma83.files.wordpress.com/2009/10/calice-di-vino.jpg?w=300&#038;h=231" alt="calice di vino" width="300" height="231" /></p>
<p style="text-align:justify;"><strong>Chi non beve, chi parla troppo. </strong>Tra chi non millanta affatto la conoscenza dei vini, c’è la categoria degli astemi: si tratta di una sorta di setta segreta e spesso non se ne confessa volentieri l’appartenenza. Chi osa farlo, mentre sfodera un sorriso candido, come minimo riceve un ventaglio di frasi piene di stupore e compassione («Non sai cosa ti perdi», «Si fa presto a perdere le brutte abitudini», «Fatti visitare»): per questo, durante i matrimoni, il cenno per chiedere al cameriere di non versare lo spumante è accompagnato da un certo senso di colpa, surclassato solo dalle smorfie di disapprovazione degli amici che detestano vedere qualcuno che brinda con l’acqua nel calice.</p>
<p style="text-align:justify;">Viene il sospetto che essere astemi sia una sorta di <em>handicap</em>, per lo meno in determinate situazioni: si può immaginare una colazione di lavoro a tasso alcolico zero o una cena teoricamente romantica senza una goccia di vino? «Essere astemi non è per forza un problema: meglio certo non esserlo! – sentenzia Zanichelli con il sorriso sulle labbra – Non è mai troppo tardi per convertirsi; occorre però trovare il vino giusto, la situazione giusta o la persona giusta capaci di far scoccare la scintilla».</p>
<p style="text-align:justify;">Se qualcuno fa di tutto per stare lontano dalle bottiglie, altri ne fruiscono volentieri e, magari, alzano un po’ il gomito. Lasciate perdere l’ubriachezza: altri effetti collaterali sono ben più interessanti (o imbarazzanti, quando ad ascoltare ci sono colleghi impertinenti e donne dalla memoria di ferro). Il rischio più insidioso è rappresentato da una massima latina, <em>in vino veritas</em>: ma sarà vero che un incontro annaffiato di vino può trasformarsi in terreno propizio per le rivelazioni?</p>
<p style="text-align:justify;">«È tutto vero! – conferma Zanichelli – Il vino produce ebbrezza con tutti gli effetti collaterali del caso, tra cui anche l’abbassamento delle inibizioni: si è più sciolti, più in “armonia” con il mondo, maggiormente disposti a lasciarsi prendere dall’entusiasmo, dalla tentazione alla confessione e alla rivelazione, giusto per non interrompere (anzi per amplificare) questo senso di appartenenza all’armonia delle cose e al sentimento di complicità e coinvolgimento con le persone che hai accanto in quel momento; inoltre la passione per il vino unisce spesso persone che altrimenti difficilmente si frequenterebbero».</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>Bere a tavola. </strong>Rivelazioni compromettenti o no, è indubitabile il fatto che tra vino e tavola si sia stabilito un binomio quasi indissolubile, cui la società difficilmente saprebbe rinunciare. «Un pasto senza vino è come un giorno senza sole» sentenziava nella sua <em>Fisiologia del gusto</em> Anthelme Brillat-Savarin, politico e giurista francese, vissuto tra ‘700 e ‘800 e tra i primi a sconfinare con piacere nella gastronomia; vari secoli prima, un uomo nato e cresciuto in Palestina e abituato a dare il meglio di sé negli incontri di mensa, non esitò a rendere speciale l’ultimo calice di vino bevuto.</p>
<p style="text-align:justify;">Che gli italiani siano abituati a mangiar bene, si sa; che bevano altrettanto bene quando possono, lo si è detto. Ma può un vino ottimo rovinare un buon piatto solo perché abbinato male (per distrazione o millanteria di chi l’ha scelto) o per la tavola è comunque più dannoso un vino cattivo? «Fa più danni un vino cattivo – non ha dubbi Zanichelli – Spesso si può anche mangiare un buon piatto e bere un buon vino insieme senza necessariamente dover ricorrere all&#8217;abbinamento corretto, che naturalmente quando riesce produce vere e proprie scintille di piacere».</p>
<p style="text-align:justify;">Di bottiglie, per il suo lavoro di giornalista enogastronomico, Massimo Zanichelli ne ha sperimentate parecchie, ma dal suo tavolo di ristorante trasformato in osservatorio ha potuto vedere centinaia di persone intente a rapportarsi col vino, sviluppando un certo occhio clinico per capire in fretta se la persona al suo fianco è davvero un appassionato del nettare di Bacco. «Un vero esperto si riconosce dal suo atteggiamento, dalle cose che dice, dalla consapevolezza dell’assaggio e altri dettagli – spiega il giornalista – Per essere giudicato un vero intenditore non basta certo sapere ruotare in modo corretto un bicchiere per poterne sentire i profumi e, forse, nemmeno riuscire necessariamente a riconoscere i vini alla cieca, anche se questo indubbiamente fa sempre colpo». Soprattutto se, per la meraviglia, l’astemio seduto a fianco si converte <em>seduta stante</em>: una soddisfazione sottile che non ha prezzo.</p>
<p style="text-align:justify;">
<p style="text-align:justify;"><strong>Massimo Zanichelli</strong> è pubblicista iscritto all’Ordine dei Giornalisti, collabora con la  Guida Vini e la Guida Ristoranti de <em>L’espresso</em> dal 2001; scrive per <em>Go</em> <em>Wine</em> e <em>Identità golose</em> (in passato anche per <em>Grand Gourmet</em> ed <em>Ex Vinis</em> di Luigi Veronelli, fino alla loro chiusura). Recentemente ha collaborato al volume <em>I grand cru del Soave</em>. Laureato in lettere moderne, si occupa anche di cinema insegnandone storia e linguaggio attraverso corsi e lezioni, organizzando rassegne cinematografiche e scrivendo articoli per riviste e web.</p>
<p style="text-align:justify;"><em>L’articolo è stato pubblicato sul numero di settembre di </em><strong><a href="http://www.ereticoideeartepensiero.com/">L’Eretico – idee arte pensiero</a></strong>.</p>
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		<title>Sport e tv: una storia da raccontare (e la voce di chi c&#8217;era)</title>
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		<pubDate>Thu, 03 Sep 2009 16:20:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gamma83</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Lo sport è sicuramente uno degli ingredienti fondamentali di un palinsesto televisivo: se si escludono i canali tematici dedicati soltanto a determinate attività (cucina, musica, cartoni animati e quant&#8217;altro), non è difficile sperimentare come immagini di competizioni, gare abbiano un certo rilievo all&#8217;interno della programmazione di una rete. Non deve essere un caso, dunque, che [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=gamma83.wordpress.com&blog=4104975&post=310&subd=gamma83&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p style="text-align:justify;">Lo sport è sicuramente uno degli ingredienti fondamentali di un palinsesto televisivo: se si escludono i canali tematici dedicati soltanto a determinate attività (cucina, musica, cartoni animati e quant&#8217;altro), non è difficile sperimentare come immagini di competizioni, gare abbiano un certo rilievo all&#8217;interno della programmazione di una rete. Non deve essere un caso, dunque, che fin dalla sua nascita (e, paradossalmente, anche in precedenza) la televisione abbia dato uno spazio notevole allo sport; se però molto si è scritto per raccontare la storia del mezzo televisivo attraverso programmi e protagonisti, fino a poco tempo fa mancava un&#8217;opera che realizzasse a fondo il rapporto sport-tv.</p>
<p style="text-align:justify;">Fortunatamente lo scorso anno questa lacuna è stata colmata da<em> La Tv per sport</em>, un volume scritto da <strong>Pino Frisoli</strong> e pubblicato dall&#8217;editore Tracce (€ 10). Pino, laureato in scienze politiche, giornalista sportivo (redattore di vari siti dedicati allo sport e telecronista per Alice Home Tv) e documentatore dell&#8217;ultima edizione della<em> Domenica sportiva estate</em>, racconta l&#8217;avventura dello sport in tv in quasi 50 schede, ognuna delle quali si sviluppa attorno a un avvenimento rilevante.</p>
<p style="text-align:justify;">
<div id="attachment_311" class="wp-caption aligncenter" style="width: 314px"><img class="size-full wp-image-311" title="TvSport" src="http://gamma83.files.wordpress.com/2009/10/tvsport.jpg?w=304&#038;h=491" alt="Copertina del libro di Pino Frisoli" width="304" height="491" /><p class="wp-caption-text">Copertina del libro di Pino Frisoli</p></div>
<p style="text-align:justify;"><span id="more-310"></span>Il viaggio all&#8217;interno di oltre 50 anni di sport in televisione è, secondo Frisoli, «una storia che meritava di essere raccontata» e che lui narra con la passione di chi conosce bene l&#8217;argomento, raccontando fatti e contesti precisi fino ai dettagli. «Direi che le tappe fondamentali di questa storia sono la prima partita trasmessa in Tv in Italia, il 5 febbraio 1950, Juventus-Milan 1-7, visibile solo a Torino e dintorni ma che già aveva evidenziato quanto potesse essere efficace il mezzo televisivo<em> </em>[del resto, appartiene a questo incontro il famoso calcione dello juventino Parola al milanista Nordahl,<em> ndb</em>]; la mondovisione che ha permesso di seguire in diretta eventi da ogni parte della Terra e a beneficiarne sono stati eventi come Mondiali di calcio e Olimpiadi; l&#8217;arrivo del colore, secondo me la novità tecnologica più importante nella storia della Tv, in Italia arrivata purtroppo in forte ritardo per ragioni politiche; l&#8217;arrivo dei concorrenti privati che si sono imposti all&#8217;attenzione con lo sport. Proprio la rottura del monopolio della tv di Stato ha portato a un miglioramento della qualità delle trasmissioni; parallelamente, il prezzo dei diritti sportivi ha iniziato ad aumentare notevolmente».</p>
<p style="text-align:justify;">Le &#8220;tappe&#8221; del viaggio sono molto più frequenti nei primi decenni della televisione, mentre si diradano nell&#8217;ultimo periodo («I fatti degli ultimi anni sono più cronaca che storia, dunque sono già conosciuti dal grande pubblico – precisa Pino – mentre io ho voluto evidenziare episodi meno recenti, spesso dimenticati o trattati con grande superficialità, che invece sono pagine molto importanti di storia della Tv»). Eppure, proprio nelle prime pagine del libro si dischiude un universo praticamente sconosciuto anche a chi ha una media conoscenza della storia della televisione: si scopre, ad esempio, che in Italia le trasmissioni televisive e regolari sono iniziate già nel 1939, dunque ben prima del famoso 3 gennaio 1954, solitamente accreditato come primo giorno di trasmissioni ufficiali. «Questa dimenticanza mi ha molto sorpreso – conferma l&#8217;autore del libro – Quest&#8217;anno, il 22 luglio, ricorrevano i 70 anni dall&#8217;inizio di queste trasmissioni e nessuno, a partire dalla Tv, lo ha ricordato. L&#8217;ho fatto io sul mio blog e, tra i grandi mezzi di informazione, lo ha fatto molto bene solo la <em>Gazzetta dello sport</em>, raccogliendo prontamente una mia segnalazione».</p>
<p style="text-align:justify;">Quel che è certo è che, fin dai primi tentativi di trasmettere immagini a distanza, il calcio si impone subito come il re degli spot televisivi: il gerarca fascista Pavolini arriva addirittura ad immaginare il primo commento giornalistico con telecamera di una partita di pallone, anche se tra i primi eventi ad essere commentati sul piccolo schermo (e, prima ancora, alla radio) ci sono anche alcune sfide di pugilato. «Il calcio è lo sport più popolare, così come il pugilato, sport particolarmente adatto alla ripresa televisiva, e a questi aggiungo anche il ciclismo – ricorda Pino – In realtà l&#8217;apertura agli altri sport c&#8217;è stata da subito, già negli anni Cinquanta, perché era interesse di tutti avere una maggiore visibilità che il mezzo televisivo poteva portare».</p>
<p style="text-align:justify;">La storia dello sport in tv è fatta naturalmente di eventi, atleti, cronisti e trasmissioni: alcune sono assolutamente storiche e ben note al pubblico (nel libro si ricorda la nascita, tra l&#8217;altro, della radiofonica<em> Tutto il calcio minuto per minuto</em>, delle rubriche televisive<em> Processo alla tappa</em> di Sergio Zavoli e<em> 90º minuto</em> del compianto Paolo Valenti, nonché dell&#8217;arena biscardiana del<em> Processo del lunedì</em>), altre meriterebbero di essere riscoperte. È il caso, ad esempio, di<em> Eurogol</em>, rubrica del Tg2 che prese avvio nel 1977: «Considero <em>Eurogol</em> una delle più belle trasmissione sportive della storia della Rai – spiega con entusiasmo Frisoli – Questo perché, da appassionato di calcio estero quale sono, permetteva di vedere tutti i gol delle coppe europee: a differenza di oggi, bisognava aspettare la tarda serata del giovedì per vedere tutto questo. Anche la sigla, con quella mongolfiera che si alzava e gli speaker che dicevano &#8220;Eurogol&#8221; è a mio parere una delle più belle della storia della Tv italiana. Bravissimi poi i due conduttori, Gianfranco De Laurentiis e Giorgio Martino, che ha inventato la parola &#8220;eurogol&#8221;, oggi molto usata per definire un gol dalla distanza. Tutti i programmi sul calcio estero che vediamo oggi nascono da questa trasmissione».</p>
<p style="text-align:justify;">Dalla lettura del libro emerge soprattutto la natura controversa del rapporto tra televisione e sport soprattutto negli anni in cui si temeva che le trasmissioni degli eventi sportivi potessero indurre gli italiani a lavorare di meno o a disertare gli stadi (per cui si assiste a dirette negate per evitare assenteismi pomeridiani sui luoghi di lavoro o «per rispetto del pubblico pagante»): «Spesso la Rai ha penalizzato lo sport con decisioni che oggi appaiono assurde, come la mancanza della diretta per alcuni eventi dei quali parlo nel libro, come Italia-Inghilterra del 1976, che è anche la prima partita a colori trasmessa dalla Rai. Lo stesso discorso vale per il mondo sportivo: il calcio, fino agli Ottanta, ha visto con molta diffidenza la tv perché temeva di perdere pubblico, mentre gli altri sport spesso si lamentavano per la scarsa visibilità, cosa che accade anche oggi, visto che per i cosiddetti sport minori la tv è un grande mezzo per farsi conoscere dal grande pubblico».</p>
<p style="text-align:justify;">Tutto il volume è frutto di una profonda documentazione, certamente non limitata alla «bibliografia essenziale» che ogni singola scheda riporta; la narrazione si avvale di molte &#8220;voci&#8221; dell&#8217;epoca, attraverso dichiarazioni tratte dai giornali oppure, quando è stato possibile, da interviste realizzate per l&#8217;occasione. «Fondamentale quella di Carlo Bacarelli, il primo telecronista della storia della tv italiana, quello di Juventus-Milan del 1950, che ha creato la prima generazione di telecronisti italiani. Poi Giorgio Martino, che mi ha dato alcune informazioni su <em>Eurogol</em>,<em> </em>e Marco Blaser per la parte sulla tv della Svizzera Italiana, della quale è stato direttore per tanti anni. Bisognerebbe citare anche tante altre persone che hanno dato il loro contributo e che sarebbe lungo elencare, ma ancora una volta li ringrazio tutti per la loro disponibilità e cortesia che hanno avuto con me».</p>
<p style="text-align:justify;">
<p style="text-align:justify;">Per acquistare il libro (al momento non facile da trovare) ci si può rivolgere direttamente all&#8217;autore, contattandolo al suo indirizzo di <a href="mailto:pinofrisoli@yahoo.it">posta elettronica</a>, oppure alle librerie segnalate in <a href="http://pinofrisoli.blogspot.com/2008/10/dove-acquistare-la-tv-per-sport_6026.html">questa pagina</a>. Altre informazioni su<em> La Tv per sport</em> si possono trovare seguendo <a href="http://pinofrisoli.blogspot.com/2008/04/il-libro-la-tv-per-sport.html">questi</a> <a href="http://pinofrisoli.blogspot.com/2008/04/indice-la-tv-per-sport.html">collegamenti</a>.</p>
<p style="text-align:center;">* * *</p>
<p style="text-align:justify;">Mentre leggevo il libro di Pino, ho avuto la possibilità di ascoltare un racconto che si posiziona esattamente all&#8217;interno della storia raccontata dal volume. Il narratore era <strong>Enrico Pirondini</strong>, giornalista da anni trapiantato nella mia città, fino allo scorso anno direttore della <em>Provincia di Cremona</em>, ma in precedenza a lungo attivo a Canale 5. Lui ha fatto parte della squadra giornalistica che ha seguito una delle edizioni del <em>Mundialito</em> organizzato da (e per) la tv: gli ho chiesto di ricordare quell&#8217;esperienza per <em>Conversario inquieto</em>.</p>
<blockquote>
<p style="text-align:justify;"><em>Ho fatto  parte della “squadra” di telecronisti sportivi  di Canale 5. Mi aveva ingaggiato Berlusconi stesso in una sera d’estate a Vipiteno, sede del ritiro del Milan, primo anno di Donadoni. Correva l’anno 1986.</em></p>
<p style="text-align:justify;"><em>All’epoca facevo l’inviato del </em>Giorno<em> e stavo alle calcagna dei rossoneri a tempo pieno. Succede che il Berlusca (allenatore Liedholm) arriva in elicottero a Vipiteno – credo che fosse in assoluto uno dei suoi primi voli – ed io ho l’ardire di andare a riceverlo nel campetto di atterraggio, giusto accanto a quello dove il Milan stava per iniziare la partitella pomeridiana. Eravamo io e il presidente della Pro Loco, certo Adolf Girtler, nome naturalmente che non ho più dimenticato. Io che sovrastavo Adolf, lui tutto incravattato e crucco, sono stato scambiato per chissà chi e Silvio Berlusconi ha cominciato a parlare con me. Siamo entrati insieme nel campetto dove c’erano già 5mila spettatori sulle gradinate. Sotto il boato, il Cavaliere mi dice: «Lei che fa stasera?», ed io, senza rossori: «Cosa faccio? Vengo a cena con lei». Fatto.</em></p>
<p style="text-align:justify;"><em>Dopo cena (al nostro tavolo ricordo che c’erano anche Umberto Zapelloni del </em>Corriere <em>e Alberto Cerruti della </em>Gazzetta dello sport<em>) stiamo per uscire dalla porta principale del ristorante-albergo «Aquila nera» quando, di istinto, “stoppo” il Cavaliere e gli dico: «Ma cosa fa, fuori c’è un muro di tifosi, non si passa. Meglio passare dalle cucine e sparire nella notte». Fatto anche questo. </em></p>
<p style="text-align:justify;"><em>Nel corso centrale di Vipiteno poco illuminato Silvio Berlusconi mi racconta quel che avrebbe fatto nei successivi cinque anni, compreso il cambio di formato del </em>Giornale<em>. Poi, al termine della passeggiata, si avvia verso una villetta che il proprietario dell’albergo gli aveva affittato per la notte. Eravamo solo noi due e c’era buio. «Presidente – gli dico – è meglio che l’accompagni, questo buio non mi piace molto; eppoi tengo un pugno da un quintale, può servire». Ora, non so come mi sia venuta fuori questa “smargiassata”; in effetti ho accompagnato Berlusconi alla villetta e … l’ho messo a letto. Il giorno dopo siamo stati di nuovo insieme, in una tavolata con molti giornalisti, e io ho preso in giro i francesi che stavano ostacolando l’espansione di Canale 5 dalle loro parti. Credo sia stata quella la “scintilla” che ha convinto Berlusconi a portarmi a Canale 5: ingaggiato sul campo. Anzi tra i monti.</em></p>
<p style="text-align:justify;"><em>A Canale 5 e Italia 1 ho fatto varie cose, ma le telecronache del </em>Mundialito<em> mi sono rimaste dentro e ho provato un certo piacere nel verificare che, proprio per questo lavoro, il critico Aldo Grasso mi ha inserito nella sua </em>Storia della televisione italiana<em>. Di </em>Mundialito<em> ne erano già stati fatti due (1981 e 1983) quando io sono entrato nella squadra. Era il giugno 1987. Un evento perché, come scrive Aldo Grasso, «era la prima volta che un evento sportivo era totalmente predisposto in funzione delle telecamere: due telecronisti (Giuseppe Albertini e Roberto Bettega), coadiuvati da altri giornalisti per le interviste in tribuna e a bordo campo (Gigi Garanzini, Marco Francioso, Enrico Pirondini)». Giocavamo in casa, a San Siro: 12 chilometri di cavi, un sacco di telecamere, Popi Bonnici in regia, intervista prima della partita, nell’intervallo, alla fine, </em>replay<em> da almeno tre angolazioni. Un successone anche di </em>audience<em>. </em></p>
<p style="text-align:justify;"><em>Qualcosa di simile l&#8217;avevamo già fatto l&#8217;anno prima a Barcellona, in un quadrangolare in cui c’era il PSV guidato da Gullit. Re Silvio arriva in tribuna in giacca bianca, tutti in piedi a festeggiarlo; poi scopre che quel “Riace nero” di nome Ruud Dil Gullit, olandese di Amsterdam, è un fenomeno, il più applaudito. Rientriamo in albergo, all’Hotel Principessa Sofia, e Berlusconi si convince che «è da comprare». A cena mi permetto di dirgli che Gullit sarebbe un investimento favoloso perché «sa suonare il basso e noi con la Five Record potremmo anche lanciarlo come cantante». Il giorno dopo l’affare è fatto: avevo appena saputo da Xavier Cugat, grande direttore d&#8217;orchestra e all&#8217;epoca manager di Frank Sinatra, che &#8220;The Voice&#8221; di lì a poco sarebbe tornato ad esibirsi in Italia (ero l’unico giornalista ad esserne a conoscenza), quando Galliani viene in camera con una bottiglia di Porto, mi dà la bella notizia e brindiamo. Gullit è rimasto al Milan 6 stagioni, fino al 1993. Con lui la squadra ha vinto tutto quello che c’era da vincere.</em></p>
<p style="text-align:right;"><em><strong>Enrico Pirondini</strong><br />
</em></p>
</blockquote>
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		<title>Addio Nanda, grazie di tutto</title>
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		<pubDate>Wed, 19 Aug 2009 10:47:52 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Era il 26 maggio 2000, per la prima volta entrai in quella bomboniera elegante che è il teatro Ariosto di Reggio, per un incontro a base di musica e poesia. Non andai là tanto per Luciano Ligabue (che, anche a 10 anni dal suo primo album, sentivamo ancora come il nostro rocker di Correggio) o [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=gamma83.wordpress.com&blog=4104975&post=286&subd=gamma83&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p style="text-align:justify;">Era il 26 maggio 2000, per la prima volta entrai in quella bomboniera elegante che è il teatro Ariosto di Reggio, per un incontro a base di musica e poesia. Non andai là tanto per Luciano Ligabue (che, anche a 10 anni dal suo primo album, sentivamo ancora come il nostro <em>rocker </em>di Correggio) o per Patrizio Roversi (il moderatore più simpatico che si potesse immaginare): io, ragazzo non ancora 17enne, ero in quel luogo per ascoltare <strong>Fernanda Pivano</strong>.</p>
<p style="text-align:justify;">Di letteratura ne avevo praticata poca, ma sulla mia strada avevo già incontrato questa donna, che allora aveva già superato gli 80 e trent’anni prima aveva contribuito alla nascita di uno dei dischi più belli della musica italiana, <em>Non al denaro, non all’amore né al cielo </em>di <strong>Fabrizio De André</strong>: alla base dei testi c’è l’<em>Antologia di Spoon River</em>, tradotta per la prima volta in Italia proprio dalla Pivano (uscì in piena Seconda guerra mondiale, nel 1943). Non sapevo ancora che l’originale di Edgar Lee Masters era arrivato nelle sue mani di ragazza poco più che vent’enne grazie a <strong>Cesare Pavese</strong>, suo insegnante al liceo, e che da lì era nata l’esperienza della maggiore traduttrice della letteratura americana.</p>
<p style="text-align:justify;">
<div id="attachment_284" class="wp-caption aligncenter" style="width: 310px"><img class="size-full wp-image-284" title="Fernanda e Fabrizio" src="http://gamma83.files.wordpress.com/2009/08/pivdean.jpg?w=300&#038;h=447" alt="Fernanda e Fabrizio" width="300" height="447" /><p class="wp-caption-text">Fernanda e Fabrizio</p></div>
<p style="text-align:justify;">Qualche anno più tardi avrei conosciuto da vicino la <em>beat generation</em>, tutto quel mondo a stelle e strisce fatto di visioni, ispirazioni, viaggi, messa in gioco, ritmo ed emozioni che lei tradusse e diffuse come nessun altro in Italia, con la passione di chi ha vissuto fianco a fianco con <strong>Allen Ginsberg</strong>, <strong>Jack Kerouack</strong> e il resto di quella Generazione. Dalla sua penna e dalla sua macchina da scrivere sarebbero uscite anche le traduzioni di Ernest Hemingway (con cui e di lei si sarebbero giovati anche tanti altri scrittori americani, si trattasse di un dissacratorio Bukowski (che mi ha fatto “incontrare” di nuovo Fernanda grazie a una conversazione pubblica con Paolo Roversi, autore mantovano e adepto di Buk) o dei “nuovi” Ellis e Wallace. Scrittrice a sua volta (dedita alla narrativa e all’autobiografia), la «Nanda» (come la chiamavano tutti) era però soprattutto innamorata della musica e degli artisti, sapendone riconoscere il valore: la ricordo nella giuria di qualità a Sanremo nel 1999, autrice di testi per la  PFM (<em>Domo doso</em>) e Ricky Gianco (<em>Danni collaterali</em>), ma soprattutto amica di vari «poeti con la chitarra» (come li chiamerebbe il mio amico Ernesto Capasso). Non dev’essere un caso se, di Fabrizio De André (genovese come lei), arrivò a dire: «Sarebbe necessario che invece di dire che Fabrizio De André è il Bob Dylan italiano si dicesse che Bob Dylan è il Fabrizio De André americano».</p>
<p style="text-align:justify;">Ora Fernanda non c’è più e temo che non se ne sia andata col sorriso, visto che di recente ha detto: «Con molto dolore per i morti e per la tragedia, devo dichiararmi perdente e sconfitta perché ho lavorato 70 anni scrivendo esclusivamente in onore e in amore della non violenza e vedo il pianeta cosparso di sangue». Di «Nanda» conservo il ricordo di quella serata reggiana e di un pomeriggio a Novellara, legato alla luna e al viaggio (pensato da un altro grande, Marco Incerti Zambelli, uno che ha visto Dylan in concerto venti volte, per capirci). Soprattutto, però, nella mia libreria custodisco la mia copia <em>dell’Antologia</em>, con la dedica personale fatta dalla sua vera Traduttrice: sarà per questo, per il <em>Suonatore Jones</em> o per <em>George Gray</em> (soprattutto in questi giorni, mi fa pensare tanto a un angelo di nome Pier) che, nello sfogliare le pagine, mi commuovo con facilità.</p>
<p style="text-align:justify;">
<div id="attachment_285" class="wp-caption aligncenter" style="width: 338px"><img class="size-full wp-image-285" title="La dedica di Fernanda" src="http://gamma83.files.wordpress.com/2009/08/spoon-river.jpg?w=328&#038;h=555" alt="La dedica di Fernanda" width="328" height="555" /><p class="wp-caption-text">La dedica di Fernanda</p></div>
<p style="text-align:justify;">
  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/gamma83.wordpress.com/286/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/gamma83.wordpress.com/286/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/gamma83.wordpress.com/286/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/gamma83.wordpress.com/286/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/gamma83.wordpress.com/286/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/gamma83.wordpress.com/286/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/gamma83.wordpress.com/286/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/gamma83.wordpress.com/286/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/gamma83.wordpress.com/286/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/gamma83.wordpress.com/286/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=gamma83.wordpress.com&blog=4104975&post=286&subd=gamma83&ref=&feed=1" /></div>]]></content:encoded>
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