Addio a Guido Angeli, vendeva i mobili come fossero sogni

Della notizia non c’è traccia nel Tg1 e nemmeno nei servizi del Tg2; nel crawl che scorre al fondo dello schermo (il “sottopancia” o “serpentone”) però si legge: «È morto Guido Angeli, il re delle televendite». Quelle poche parole mettono la parola «fine» su una pagina fondamentale della storia della televisione commerciale, di quelle emittenti private che negli anni sono nate in tutta l’Italia ed hanno sfornato piccole e grandi divinità, destinate ad una rapida ascesa, ad un’onesta carriera oppure ad un lento declino dopo un improvviso fulgore.

Il fulgore di Guido Angeli non è stato breve, soprattutto non è stato circoscritto. Approdato quasi per caso in televisione nel 1983 (per vendere dei quadri), divenne un volto noto quando fu ingaggiato da Rete A, il canale dell’editore Alberto Peruzzo. Mancava poco al suo incontro più importante, quello con l’imprenditore Giorgio Aiazzone, titolare di un mobilificio biellese. Da allora quella coppia divenne inseparabile: Angeli divenne in poco tempo il più credibile venditore di sogni, con cui riempire case (e per cui svuotare il portafogli), ma anche il convinto propugnatore di un personaggio, di uno stile di vita: Aiazzone, la sua famiglia e i suoi mobili sbucano da tutti i televisori d’Italia, perché le televendite (che non si chiamavano ancora così) di Guido Angeli finiscono sulle reti locali di ogni regione, «isole comprese», tanto per usare un’espressione che lo caratterizzava (e che divenne il titolo di un ottimo programma-inchiesta sulle tv private).

Senza sapere chi fosse quel signore piuttosto distinto che si muoveva con agilità e magari canticchiando all’interno di un mobilificio, mi colpì il sorriso smagliante che accompagnava le parole «Provare per credere», unitamente al gesto della mano, più da mercante ammiccante che da Fonzie. Alla corte del mobiliere Giorgio andarono in molti, aggiungendo magari «Mi manda Guido Angeli», seguendo il suggerimento del televenditore ed assecondando l’italico costume della raccomandazione. La favola finì il 7 luglio 1986, con un incidente aereo che strappò alla vita Aiazzone; a ricordare l’imprenditore prima pensa Wanna Marchi, poi (ovviamente) Angeli, due figure diversamente kitsch, per questo fenomenali. L’orazione funebre di Guido Angeli dura oltre 80 minuti, fa stomacare i deboli e rapisce l’attenzione insospettabili come Umberto Eco e Carmelo Bene: quel miscuglio di canti gregoriani, dialoghi con foto e poltrona vuota, ricordi ed appelli accorati fa breccia e si riserva un posto nella storia del piccolo schermo.

Finito Aiazzone, non finì Guido Angeli: navigò ancora in qualche televisione locale e fu risuscitato da qualche programma di amarcord, come Meteore. L’ultima apparizione “famosa” risale a due anni fa, in una puntata di Matrix dedicata ai trent’anni di “libertà d’antenna”: non sembrava molto diverso, salvo i capelli incanutiti, non più neri quasi corvini. Il suo ruolo è stato nel tempo occupato da altre persone, con alterne fortune e risultati di dubbio gusto; la stessa Rete A non esiste più dal 2005 (è l’attuale All Music) e quel mondo, non più pionieristico e gioiosamente sventato, se n’è andato ben da prima. La tv saluta definitivamente «l’uomo del vecchio miracolo italiano» (così Piero Chiambretti definì scherzosamente Angeli), colui che fece credere a molti che la felicità non fosse poi lontana, passando da Biella.

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Nessuno tocchi Beppino Englaro (che non somiglia affatto a Caino)

Sento di voler dire qualcosa sul caso di Eluana Englaro, la ragazza che è diventata donna senza poter mai lasciare il suo letto, in 16 anni di «stato vegetativo permanente». Un incidente stradale ha aperto una pagina straziante, che coinvolge la famiglia di Eluana e le persone che le stanno vicino, ma sta progressivamente chiamando in causa altre persone, con una lotta (spesso invero poco edificante) tra chi vorrebbe girare quella pagina e chi vi si aggrappa saldamente, perché resti dov’è. Continua a leggere

“I trans? Persone come noi, da conoscere e rispettare”

L’intervista che segue ha una storia molto particolare. Era una mattina di marzo, quando nella redazione del Giorn@linkio (il giornalino scolastico del Russell di Guastalla, di cui ero direttore) si lanciavano idee per un concorso cui dovevamo partecipare. Si era deciso come tema «Amore, uguaglianza, libertà» (leggerino, non c’è che dire) ed erano stati assegnati i compiti: l’apertura, il sondaggio, la spalla … Mancava però un’intervista, che avrebbe completato il lavoro. La scelta non era facile: il rischio di banalità era grande, si cercava qualcosa che fosse davvero originale e che colpisse, anche per avere qualche possibilità di essere premiati (avendo vinto l’anno scorso, sapevamo che non avremmo avuto vita facile).

Ad un tratto, l’idea di Luca Lugli, uno dei ragazzi “nuovi”: perché non far parlare dell’amore chi di solito su quel tema non ha voce, per colpa di pregiudizi e timori ingiustificati? Sviluppando questo pensiero, abbiamo deciso di intervistare una persona transessuale, un soggetto che per la società rientra in pieno (a torto, vorremmo dire) tra chi è «ai margini» e che difficilmente trova spazio su giornali e tv (a meno che sia successo qualcosa di brutto). Dicono che la fortuna aiuti gli audaci: nel giro di pochi giorni ottenni un colloquio con Porpora Marcasciano, sociologa e vice presidente del Movimento Identità Transessuale, con sede a Bologna (per questo ringrazio anche l’amico Romano Giuffrida che ha favorito il contatto).

Abbiamo preparato le domande e, il 26 marzo, l’ho incontrata: un’ora di intervista serena, in cui si è parlato di tante cose. La disponibilità di Porpora è stata quasi disarmante: ad ogni domanda (dalla più banale alla più insidiosa) ha risposto con gentilezza e cortesia. Ci sembrava ingiusto che di quell’esperienza restasse traccia solo nel breve estratto dell’intervista pubblicato sulla Gazzetta di Reggio: il testo quasi intero è stato riportato nell’ultimo numero del giornalino, mentre qui c’è la versione integrale. Il testo è lungo, ma sono certo che chi lo dovesse leggere porterà con sé qualcosa di quel nostro incontro.

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Le molte vite di Gianfranco Funari

L’altro giorno, tv, siti internet e cellulari rimbalzavano una notizia: era morto Gianfranco Funari e tutti sembravano colpiti, quasi avessero perso un pezzo della loro storia (televisiva e non). In tutta onestà, non me la sento di iscrivermi tra coloro che santificano quel personaggio: non apprezzavo particolarmente il suo stile, troppo urlato e troppo “de panza” per i miei gusti. Ciò posto, devo ammettere che uno dei programmi che ricordo di quando ero piccolo era Aboccaperta, arrivata nel 1984 (quando non avevo ancora un anno) su Raidue: in trasmissione arrivarono perfetti sconosciuti, la famosa “gente comune” (o la ‘ggente, per dirlo nella lingua cara a Funari) che si confrontava o si scontrava su un argomento ogni settimana diverso; chi non entrava in studio poteva intervenire al telefono e gran sacerdote (nelle vesti di incendiario o, a seconda, di pompiere) era proprio Gianfranco Funari.

Quel viso caratteristico, la dentatura ben in vista e gli occhiali enormi (prima visibili su Telemontecarlo e, prima ancora, nei locali di cabaret) “bucarono” lo schermo di molte case italiane e divennero familiari al pubblico, che tributò a Funari un successo impensabile solo pochi anni prima. Ai programmi televisivi si aggiunsero le campagne pubblicitarie di prodotti che, inevitabilmente, puntavano a quella fascia di spettatori che lui stesso chiamava «delle casalinghe» (gli spot della carne Manzotin rimasero impressi a molti). La carriera televisiva di Funari, a partire dal 1992, si fece piuttosto tormentata, in bilico tra Rai, Mediaset, circuiti privati (il suo esperimento di Zona Franca gli permise di andare in onda comunque, grazie a 75 emittenti locali, nonostante l’ostracismo dei due poli tv maggiori); nella sua stessa vita Funari si è adattato a molti ruoli. Nella sua biografia trovano posto le attività più disparate, dal rappresentante di acque minerali al croupier, fino all’attore teatrale e il direttore del quotidiano L’Indipendente (ma tanti commentatori in questi giorni hanno ricordato come il conduttore abbia sempre rifiutato l’appellativo di giornalista, preferendo quello autoirridente di «giornalaio più famoso d’Italia»).

Se si escludono varie ospitate tv, il ritorno di Funari sulla tv generalista (in particolare su Raduno, che non aveva mai ospitato un suo programma) avvenne nel 2007; purtroppo Apocalypse show – Vietato Funari andò decisamente male sul piano degli ascolti e si disse che era mancato l’elemento che aveva fatto la fortuna di Funari, ossia l’improvvisazione (mentre questa volta prevaleva il copione, con la formula dell’one man show consacrata da Celentano e altri). Francamente ero convinto che in televisione si vedesse di ben peggio rispetto a quel programma (anche se la distanza della verve del conduttore, rispetto alle trasmissioni storiche degli anni ’80, era innegabile) e mi spiace sapere che da ora in poi i suoi programmi saranno solo nelle teche delle varie televisioni. Proprio sul piccolo schermo Funari aveva coniato una delle frasi più azzeccate, nel suo tipico stile corporale: «La televisione è come la cacca, la devi fa’ ma nun la devi guarda’» (l’amico ed esperto televisivo Luca Martera ne prese spunto per una sua pubblicazione). Fu lo stesso conduttore, tuttavia, a correggere in seguito quella frase, ritenendo che la tv (persistendo nel paragone coprofilo), dovesse essere fatta, ma anche guardata e portata ad analizzare: segno inequivocabile che anche per il giornalaio più famoso d’Italia la televisione era decisamente cambiata. In peggio, ovviamente.

Gli anni ’70 e le meteore che “Ballarono una sola estate”

Ogni periodo ha le sue stelle e le sue meteore: personaggi che (più o meno meritatamente) conquistano il successo e vi rimangono legati a lungo ed altri che si affacciano al firmamento del mondo che conta, sparendone poi quasi alla stessa velocità del loro sorgere. Il campo che maggiormente si presta a questa analisi è certamente quello musicale, soprattutto perché periodicamente i revival delle varie stagioni riportano a galla (per sempre o per una volta soltanto) artisti più o meno dimenticati.

Una delle novità editoriali più apprezzate dello scorso anno fu Ballarono una sola estate, sorta di guida cartacea ai personaggi da one shot degli anni ’60 curata da Alberto Tonti, architetto milanese con la passione della musica: da poche settimane è uscita per Rizzoli la “seconda puntata”, con lo stesso titolo ma dedicato stavolta al decennio successivo (anche in questo caso, con opportuno cd provvisto di 15 brani). Il look della copertina si adegua ai tempi (stile molto flower power, abbigliamento in linea, testi nello storico carattere Davida – quello dei primi dischi di Lucio Battisti, per capirci) e le meteore sembrano aumentare: dalle 70 dichiarate nel primo volume si passa alle 100 del nuovo cofanetto, anche se probabilmente il numero non è preciso. «Non credo personalmente che le meteore dei ’70 siano state maggiori rispetto a quelle del decennio precedente – spiega Tonti – Può essere che ne siano uscite di più perché valeva la pena allargare il raggio di questa indagine, anche in senso spaziale. Di fatto, scrivendo il libro, mi sono accorto che le storie da one shot dei ’70 sono meno complicate e forse meno interessanti di quelle che sono venute prima. Del resto, è facile avere la prova che varie meteore dei Sixties le ricordano tutti, persino i più giovani, mentre quelle dei ’70 generalmente tornano in mente solo a chi ha vissuto quel periodo in giovinezza».

Qualcosa di simile scrive Lella Costa nella sua passionale prefazione del libro: «Non è che non le abbia riconosciute, le meteore degli anni Settanta […] Solo che, rispetto a quelle del decennio precedente, non mi suscitano la stessa passione e neanche lo stesso automatismo»; è la stessa attrice, tuttavia, a sottolineare che l’ascolto di quei brani è per lei l’importante condivisione di una memoria collettiva, di «cose che altri hanno desiderato» (per citare Eliot) in anni che, rispetto ai “favolosi” ’60, erano «molto meno lievi e molto più amari; più intensi, anche, e molto più complicati».

 

Copertina di "Ballarono una sola estate"

Copertina di "Ballarono una sola estate"

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Preparare a camminare

Immaginate di essere altro da voi, di essere un uomo giovane, amante della vita che sorride, dello sport (soprattutto del calcio). Immaginate di essere cresciuti negli anni ’60 – ’70 e di esservi nutriti della musica migliore di tutti i tempi. Figuratevi di avere una moglie dolce, carina, molto impegnata nel suo lavoro ma che, quando ritorna a casa, non perde mai il sorriso. Soprattutto, immaginate di avere un figlio, piccolo di età ma sveglissimo di mente e ancor più di cuore: certo, per i propri figli si ha sempre un occhio di riguardo, ma dentro di voi siete certi di avere di fronte una creatura speciale.

All’improvviso, un segno. Inizialmente si maschera dietro una malattia qualunque, poi il sospetto si accresce. Quando ci si decide ad indagare, cartelle, esami, analisi danno un unico responso: di tempo da trascorrere con le persone più care della vostra vita ne resta poco. La candela si sta consumando, non sapete quanta cera rimane, ma ogni giorno la fiamma si abbassa. Turbini di vento attraversano i pensieri e ne sconvolgono l’ordine consueto; solo una certezza rimane ben salda: la vostra famiglia. Più di tutto, vostro figlio.

Ora fermatevi e riflettete: quanti di voi sarebbero in grado di farsi forza, guardare quel bimbo negli occhi, prendergli serenamente la mano e sceglierlo come compagno di viaggio, giorno per giorno, fino a che il vostro sole calerà? Io so di una persona che c’è riuscita. Dopo aver visto in lontananza la fine della strada, quel padre ha scelto di vivere (con) suo figlio, standogli vicino e raccontandosi a lui, sera dopo sera. Non passava giorno che i due non passassero varie ore insieme e il papà trasmettesse al bimbo un pezzo della sua vita, raccontandogli della sua gioventù, delle sue esperienze, delle sue passioni; il bambino era attento ad ogni singola parola, custodendole dentro di sé man mano che i racconti aumentavano. Se il corpo di quell’uomo era sempre più provato, il viso rimaneva sereno e lo sguardo rassicurante accompagnava quel tesoro sotto forma di parole. Così, con lo sgretolarsi del tempo, il padre preparava il figlio a quando avrebbe dovuto camminare solo e, ad un tempo, gli trasmetteva il suo passato, perché potesse vivere in lui.

Alcuni scrittori latini, per indicare l’atto del lasciare la terra, dicevano «diem obire supremum», andare incontro all’ultimo giorno: in un certo senso, è accaduto questo, perché quel papà ha percorso il cammino e, facendolo con il figlio, ha messo a frutto ogni giorno di quel viaggio fatto assieme. Le strade si sono divise per davvero dopo oltre un anno, in un giorno che era vicino a Pasqua. Non passa giorno in cui quel bambino, che ancora non ha 10 anni (nacque – incredibile a dirsi – sotto Natale), non dimostri un sereno attaccamento a quell’uomo che non vede più, ma che rivive con discrezione in molto: nei suoi pensieri, nei suoi scritti, nella musica che suona e ascolta, nei suoi piedi quando gioca a calcio.

Sono onorato di conoscere quel bambino, che della condanna ad esser grande non sente minimamente il peso: sono stato il suo catechista – e ne ero felice – ma sono convinto che lui potesse insegnare a me. Grazie Fede, salutami papà Pier (e, già che ci sei, anche l’altro nostro Pier che gli fa compagnia).

La cedrata Tassoni, tra passato e futuro

Durante l’estate si beve molto; si impara da piccoli quanto sia urgente spegnere la sete (e sanno bene i genitori quanto sia difficile accontentare in fretta i loro figli, se l’acqua è finita). Anche per questo motivo, da giugno a settembre impazzano le varie bevande che offrono una varietà cromatica notevole: dal rosso e arancione delle aranciate al giallino del pompelmo, fino al marrone dei derivati della cola, fino ai vari succhi ed alle bibite preparate con gli sciroppi. Una bevanda più di tutte, in ogni caso, merita una certa attenzione: parlo della cedrata. Più di una persona, a questo punto, sarebbe tentata di aggiungere «Tassoni» e, magari, sentirebbe risuonare nella sua testa un motivetto di una decina di secondi, con le parole «Quante cose al mondo vuoi fare, costruire, inventare … ma trova un minuto per me». Quella bevanda e quel jingle musicale hanno attraversato varie generazioni ed hanno caratterizzato molti momenti, con un colore ed un sapore inconfondibili.

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