“I trans? Persone come noi, da conoscere e rispettare”

L’intervista che segue ha una storia molto particolare. Era una mattina di marzo, quando nella redazione del Giorn@linkio (il giornalino scolastico del Russell di Guastalla, di cui ero direttore) si lanciavano idee per un concorso cui dovevamo partecipare. Si era deciso come tema «Amore, uguaglianza, libertà» (leggerino, non c’è che dire) ed erano stati assegnati i compiti: l’apertura, il sondaggio, la spalla … Mancava però un’intervista, che avrebbe completato il lavoro. La scelta non era facile: il rischio di banalità era grande, si cercava qualcosa che fosse davvero originale e che colpisse, anche per avere qualche possibilità di essere premiati (avendo vinto l’anno scorso, sapevamo che non avremmo avuto vita facile).

Ad un tratto, l’idea di Luca Lugli, uno dei ragazzi “nuovi”: perché non far parlare dell’amore chi di solito su quel tema non ha voce, per colpa di pregiudizi e timori ingiustificati? Sviluppando questo pensiero, abbiamo deciso di intervistare una persona transessuale, un soggetto che per la società rientra in pieno (a torto, vorremmo dire) tra chi è «ai margini» e che difficilmente trova spazio su giornali e tv (a meno che sia successo qualcosa di brutto). Dicono che la fortuna aiuti gli audaci: nel giro di pochi giorni ottenni un colloquio con Porpora Marcasciano, sociologa e vice presidente del Movimento Identità Transessuale, con sede a Bologna (per questo ringrazio anche l’amico Romano Giuffrida che ha favorito il contatto).

Abbiamo preparato le domande e, il 26 marzo, l’ho incontrata: un’ora di intervista serena, in cui si è parlato di tante cose. La disponibilità di Porpora è stata quasi disarmante: ad ogni domanda (dalla più banale alla più insidiosa) ha risposto con gentilezza e cortesia. Ci sembrava ingiusto che di quell’esperienza restasse traccia solo nel breve estratto dell’intervista pubblicato sulla Gazzetta di Reggio: il testo quasi intero è stato riportato nell’ultimo numero del giornalino, mentre qui c’è la versione integrale. Il testo è lungo, ma sono certo che chi lo dovesse leggere porterà con sé qualcosa di quel nostro incontro.

 

Porpora, partiamo dalla base, con una nozione per noi “profani”: chi è un transessuale o una transessuale?

«La persona transessuale è quella persona che non sente di appartenere al sesso di nascita: può essere nata maschio e si sente donna o nata femmina e si sente uomo. Uso i termini maschio/femmina e donna/uomo perché fanno un po’ la differenza: parlando del sesso ho usato l’alternativa maschio/femmina; successivamente si diventa uomo/donna, che invece è qualcosa di più ampio, di più “culturale”; si può dunque nascere maschi e sentirsi donne e viceversa. Tutto questo è sempre esistito, la differenza nel tempo l’ha fatta il tipo di cultura in cui la persona trans nasce e vive: ci sono culture più aperte e tolleranti ed altre molto più chiuse e repressive. In base al grado di accoglienza e tolleranza, varia il grado di conoscenza dell’esperienza trans: più una cultura è chiusa, che non riconosce le varie diversità, meno si sa delle stesse».

 

L’impressione è che oggigiorno, anche grazie ad alcuni personaggi noti (dalla moda allo spettacolo), si parli spesso di omosessuali, mentre dei transessuali si parla molto meno e quasi si nega la loro personalità, come se (in un’ipotetica e deprecabile visione popolare) fossero considerati a un livello più basso rispetto a gay e lesbiche, già considerate “inferiori” rispetto ai cosiddetti “normali”…

«Teoricamente la persona trans, nella morale comune, potrebbe essere considerata “meglio” rispetto all’omosessuale, perché in quest’ultimo caso c’è un problema di gusti sessuali, mentre per il trans è un modo di sentirsi: siccome viviamo in una cultura in cui il sesso è ancora visto con una serie di filtri e paraocchi (e conseguenti pregiudizi), l’orientamento sessuale può essere visto come una depravazione, una traviazione, mentre l’identità di genere meno. Nella realtà dei fatti, però, la persona trans è equiparata all’omosessuale, il tipo di discriminazione può essere lo stesso, se non maggiore: è vero, ci sono alcune zone del Sud Italia (ove il pregiudizio generalmente è molto più forte) in cui a chi si sente donna e vive da donna la cultura popolare riconosce un ruolo – penso ai femminielli a Napoli – ma la realtà dell’Italietta è diversa.

Le persone trans sono più discriminate rispetto agli omosessuali semplicemente perché sono più visibili: l’omosessuale può dire o non dire di esserlo, il cd. coming out è una propria scelta, a meno che l’omosessualità sia manifesta da atti e comportamenti; la persona trans invece interviene sul fisico, per trasformare il corpo e sentirsi di più sé stessa, per cui è chiaro che diventa molto evidente, visibile. Le persone trans usano dei segni e siccome nella nostra società i segni sono importanti, visto che di norma si ricollega ad essi un preciso significato, il loro modo d’essere e di porsi mette in discussione i valori cosiddetti “normali” su cui poggia la società e crea la discriminazione. Secondo me poi questo è vero soprattutto per i transessuali che transitano dal maschile al femminile, perché sono più evidenti, hanno segni più forti ed una visibilità più marcata; i trans da donna a uomo invece sono molto più discreti e meno visibili, anche perché spesso sono fisicamente meno appariscenti e caratterialmente più introversi.

Il fatto è che, grazie agli stereotipi che si sono formati, la prima immagine che leghiamo alla parola “trans” è la persona che passa da uomo a donna e che si prostituisce: una figura caricaturale, la “super vamp” e siliconata che, pur rappresentando una piccola parte dell’universo trans (mentre le altre persone cercano proprio di rendersi invisibili, il loro sogno è di rientrare nella normalità), è la più facilmente rinviabile ai mass media. Una trans che si prostituisce in strada è generalmente riconosciuta perché “si sa dove trovarla” e si vede, ma una trans che lavora come cassiera in un supermercato non si vede, perché si dà per scontato che lì una trans non può esserci».

 

Trans, transessuale, transgender, travestito: c’è molta confusione nella società su questi termini, vuoi spiegarli meglio?

«La parola “transessuale” nasce nel 1952 in ambito accademico, in seguito alla pubblicazione di un saggio, Il fenomeno transessuale, del dott. Harry Benjamin: era un periodo in cui di quelle persone manco si parlava, quelle poche che c’erano in Italia venivano chiuse nei manicomi. Negli anni ’60 il fenomeno trans inizia ad essere più visibile, ma fino a quasi tutti gli anni ’80 il termine in uso era “travestito”, perché così l’opinione pubblica ci vedeva; e poi subentrato il termine “transessuale”, che dunque è passato dall’accademia al vocabolario comune. Quella parola, però, contiene il riferimento al sesso, mentre le persone trans vogliono sia percepita la loro identità, il loro modo di percepire e di sentirsi, non l’orientamento sessuale che non è determinante; all’estero invece il termine usato da sempre è “transgender“, che è molto più corretto perché rimanda al genere più che al sesso. In Italia stiamo cercando di portare avanti questa battaglia culturale sul nome, per cui vorremmo che fosse usato transgender; ci rendiamo conto però che ormai la parola “transessuale” è radicata per le persone comuni ed anche per noi … anche per questo, spesso parliamo di “trans“, così non usiamo né una forma, né l’altra».

 

Una persona è considerata transessuale anche dopo l’intervento di rettifica del sesso?

«Qui c’è un grosso dibattito, anche al nostro interno. Normalmente la persona transessuale è quella che intraprende il transito, cioè le cure ormonali e gli interventi sul proprio fisico perché questo corrisponda alla propria percezione di sé. Quest’esperienza ha un termine con l’operazione sugli organi sessuali e la successiva rettifica del sesso anagrafico: a quel punto la persona è considerata a tutti gli effetti del sesso, del genere di arrivo. Di queste persone che hanno completato il loro percorso, c’è chi si definisce ancora trans, chi dice “Sono una donna trans“, chi parla di “ex trans“, chi infine si ritiene “donna e basta”».

Porpora Marcasciano

Porpora Marcasciano

Se è sconosciuto ai più l’universo transessuale, ancor più sconosciuto è il loro mondo degli affetti: come vive l’affetto e l’amore una persona che si sente di un’altra identità di genere? C’è più sensibilità in loro?

«La sensibilità delle persone trans non è di più o di meno o particolare rispetto agli altri; credo piuttosto che la sensibilità delle persone trans – come quella di tutte le persone la cui vita non è semplice – acquisti un particolare peso; la difficoltà di vita sviluppa la sensibilità, quello che per gli altri può essere scontato per il trans non lo è, c’è più attenzione, più delicatezza. Posto che ogni persona è diversa ed ha il suo modo di vivere, ti faccio un mio esempio personale: io ho avuto due grandissime storie d’amore con uomini, una durata tre anni, l’altra ufficialmente sei anni ma in realtà siamo stati insieme 22 anni; entrambe queste persone si consideravano eterosessuali, avevano avuto prima e dopo legami con donne (avendo anche dei figli), ma sono state anche con me. In quale categoria, in quale “scaffale” si inseriscono queste persone? In quale scaffale inserisco le 450 persone che si rivolgono al consultorio Mit, ognuna delle quali ha una storia a sé? C’è quello sposato con figli che vuole diventare donna e viceversa …

Penso che la nostra percezione ed identità è talmente particolare, unica che ci sentiamo obbligati ad “incasellarla”, ma in altre culture non è così: gli induisti usano la meraviglia, lo stupore per ogni cosa nuova, è una predisposizione verso la novità, un’apertura, un modo di prepararsi alla conoscenza (o, se si vuole, all’avventura). Ciò detto, i trans sono persone fisiche, con una loro materialità, mentre l’amore è impalpabile ed è difficile dirne qualcosa: c’è sempre il rischio di banalizzare qualcosa di grande, è nella grande sfumatura e varietà dell’essere umano che si ritrova la bellezza e la ricchezza della vita, in tutto questo e nella fusione tra le varie sfumature preferisco vedere la divinità più che la perversione.

Rispetto all’amore, vado di nuovo sul personale: io sono nata in un piccolo paese ai confini tra Campania Puglia e Molise e sono un po’ cresciuta con il senso della mancanza, della solitudine, anche dell’angoscia che mi ha accompagnato in adolescenza. Ho vissuto fino al 1976, ai miei 19 anni nel mio paesino, dove non si parlava nemmeno di omosessuali, erano innominabili: in quegli ambienti è naturale sentirsi soli, diversi, mi sembrava di essere l’unico mostro – perché così ti facevano sentire – come se a me fosse vietato l’accesso ai piaceri, ai sentimenti, alle cose belle della vita perché non rientravo nel modello della coppia classica, che peraltro nelle pubblicità ancora trionfa. Nell’Italia degli anni ’70 io non sapevo che ci fosse tanta gente come me, che condivideva quest’esperienza, per cui pensavo di essere destinata alla solitudine; facendo in seguito interviste ad altre trans, mi sono resa conto che il sentire era comune e, di fatto, lo è ancora».

 

Quando sono cambiate le cose per te?

«Devo dire che il cambiamento è coinciso con la “presa di coscienza”, un termine che allora si usava molto: mi ha aiutato a non sentirmi il “mostro”, a sentirmi come chi stava “da un’altra parte” e condivideva la posizione con tante altre persone. Il mio percorso di coscienza politica mi ha dato un po’ il senso delle cose, mi ha fornito uno strumento di comprensione, di analisi esterno, ma anche interno, che mi ha permesso di far luce su chi ero e sul mondo in cui vivevo. Un’altra cosa che per me ha fatto la differenza è stato il buddismo: sono buddista da 18 anni ed anche quello è stato uno strumento importante di comprensione, accettazione e valorizzazione. Mi rendo conto però che non è per tutti così, per cui la mia responsabilità oggi è fare in modo che quanta più gente possibile (trans ma non solo) possa avere una vita migliore, una qualità di vita più elevata».

 

La scarsa considerazione della vostra affettività credo dipenda anche dal fatto che molti ricollegano il trans alla prostituzione; eppure, anche chi fa questa scelta non compromette per ciò solo il mondo dei suoi affetti, anche se la prostituzione per molti è una scelta in antitesi agli affetti…

«Beh, è in antitesi rispetto ad un’immagine che ci siamo costruiti, ad una visione del mondo. Si arriva alla prostituzione per diversi motivi: quello principale è proprio la sopravvivenza, in un mondo in cui è difficile accedere ai posti di lavoro per una persona trans. La prostituzione, in più, è l’unico settore in cui, paradossalmente, sei riconosciuta (parliamo qui di trans dal maschile al femminile): permane un’esigenza di fondo di riconoscimento e, vivendo in una società basata sul “dio danaro”, quando ti viene dato un “prezzo” e di conseguenza hai un “valore” quell’esigenza viene in qualche modo appagata.

Volendo parlare di numeri, anche se non mi piace, oggi la prostituzione riguarda il 20% della popolazione totale trans, mentre dagli anni ’60 agli anni ’80 coinvolgeva praticamente tutti, dal momento che il mondo del lavoro per i trans era sbarrato. La prostituzione poi non riguarda chi passa da donna a uomo, queste persone non la considerano nemmeno. Aggiungi poi che quando cresci in un ambiente in cui dai per scontato che non hai diritti, che non li puoi avere, che l’accesso al lavoro è difficoltoso – e sappiamo quanto giochi la pigrizia su questo, visto che il lavoro non te lo regala nessuno e si deve comunque condurre una battaglia, anche se oggi è più semplice con l’aiuto di sindacati ed associazioni – finisci per non avere più alcuna stima di te e ti resta quasi soltanto la prostituzione, per chi la vuole fare. Molte trans non se la sentono e restano nel limbo della disoccupazione, di vivere con borse lavoro e sussidi: secondo me, da un certo punto di vista, è una condizione ancora peggiore, perché nella prostituzione – finché è una scelta – non vedo nulla di particolarmente tragico, mentre queste sono situazioni di debolezza, in cui non si riesce a portare avanti una battaglia e si è in balia di qualcos’altro che non si sa bene cosa sia.

Ultimamente è venuta da noi una ragazzina trans di 24 anni, che non voleva prostituirsi ed era disperata, perché non riusciva a trovare lavoro: nel suo lavoro era brava, alle imprese inviava curriculum (col nome da maschio, il suo) che venivano considerati interessanti, ma poi quando lei si presentava personalmente e in azienda si trovavano di fronte ad una bella ragazza, veniva scartata; per questo abbiamo deciso di truccare il curriculum, mettendo direttamente un nome di donna, e se mai ci faranno causa renderemo evidente quello che è accaduto fino a quel momento».

Il logo del Movimento Identità Transessuale

Il logo del Movimento Identità Transessuale

Quali sono oggi le discriminazioni più forti che una persona trans sente di subire?

«Le sfumature della discriminazione, del pregiudizio sono tante e si possono manifestare in tanti modi. Certo, quelle che compromettono la vita di una persona sono la discriminazione sul lavoro e quella nell’offerta dei servizi, che a noi crea non pochi problemi. Ti faccio alcuni esempi: una ragazzina siciliana, voleva diventare uomo ed era stata cacciata dalla famiglia, l’hanno inserita in una casa d’accoglienza maschile e questa si è suicidata dopo quattro mesi; in un ospedale che ha reparti maschili e femminili, una bella ragazza trans non ancora operata (quindi con documenti da maschio) verrebbe inserita nel reparto uomini, con grande imbarazzo suo e di chi le sta intorno. Lo stesso vale, per esempio, per i bagni e le docce nelle strutture pubbliche: da giovane, in piena terapia ormonale, ero in un campeggio e chiesi al direttore quale bagno potessi usare, e per permettermi di utilizzare quello delle donne si dovette convocare una riunione di tutto il personale. C’è poi un’altra discriminazione, quella tangibile, che vivi per strada, ed invito tutti a riflettere su questo aspetto: una persona trans – che, in quanto tale, è visibile – da quando esce di casa a quando vi rientra è sotto gli occhi di tutti, come se stesse sotto un riflettore continuo. In quelle circostanze c’è la persona tranquilla che si limita a guardarti, c’è chi fa un commento con la persona a fianco che gli dà di gomito, chi alza la voce, chi si sente in diretto di qualcosa, fino a colui che si sente in diritto di aggredirti, addirittura, di uccidere.

Tieni presente che nel 2007 ci sono state 8 persone trans uccise, almeno quelle di cui si sa, e l’Italia purtroppo si colloca ai primi posti al mondo. Stare continuamente sotto i riflettori è stancante, perché significa uscire rimanendo sotto l’attenzione di tutti e lo scherno di molti. Si tratta di fenomeni culturali, che non si cambiano un giorno in un anno; esistono però i momenti in cui quei problemi si acuiscono ed altri in cui si allentano e tutto questo ha evidentemente una causa. La causa va ricercata nelle politiche, nei messaggi che vengono passati: in un periodo in cui dai pulpiti arriva un attacco molto forte verso tutte le diversità, verso tutte quelle forme che – secondo le gerarchie – mettono in discussione la famiglia e gli altri valori, è chiaro che c’è una recrudescenza. Le parole hanno un peso e sono proiettili, una volta dette non restano lì, sono devastanti nell’opinione pubblica: cominciano ad esserci politici – come tutta la Lega – che sono omofobi dichiarati, mentre prima magari lo sostenevano a mezza voce … Pensa anche al bullismo che ormai dilaga: il termine dispregiativo più usato in quell’ambiente è “frocio”, con tutte le varianti regionali. Non si può ignorare l’importanza di questo aspetto, siamo divisi tra forza negativa e positiva».

 

Di cosa sentono di aver bisogno i trans?

«Oggi come oggi abbiamo bisogno soprattutto di un riconoscimento reale della nostra vita., perché negli ultimi anni in Italia, a differenza di tutti gli altri paesi europei, c’è stata una battuta d’arresto per quanto riguarda i diritti di gay, lesbiche e trans. In questo momento, secondo me, la legge più importante è quella contro la discriminazione, va fatta, è un distintivo della democrazia ed è necessario agire contro l’aumento delle aggressioni di omosessuali e transessuali; raccogliamo decine di denunce da tutt’Italia, ma vorremmo che questo fosse riconosciuto anche da chi ci governa e da una società più in generale. Non si può parlare di una trans solo quando partecipa al Grande fratello, quando fa uno spettacolo, quando ci sono di mezzo Vladmir Luxuria ed Eva Robin’s».

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6 Risposte

  1. Bravo,
    parliamone tutti senza sorrisi ironici, l’identità di ruolo sessuale non è sempre un regalo, una cosa “naturale”.
    Gli spiritosi sono avvertiti: per alcuni – fortunati – l’Amore è un dono, per altri una conquista.

  2. Oggi nel mio blog si festeggia il compleanno dell’amico Pulvigiu !!!

  3. Questo articolo è da incorniciare!!
    Non solo credo che l’affrontare il tema sia importante, ma ancora di più lo è far conoscere le sfumature e i risvolti di chi vive sempre e comunque non vedendo riconosciuta la propria identità .
    L’intervista l’ho trovata esaustiva e assolutamente bella di contenuti e modi.
    Credo che sia sempre più impellente sviluppare nuova coscienza nelle persone su ciò che li circonda, la vera ignoranza sta nella non conoscenza e anche nel pregiudizio costruito da una società che troppo spesso parla e decide per definire cosa sia giusto o sbagliato, senza porsi il rispetto della persona.
    Grazie di questo bellissimo post

  4. quel luca lugli dovrebbe essere una delle menti più espansive e funzionanti di questo pianeta
    AHAHAHHAHAHAHAUAHUAHAHAHHAUAHUAHAUHAUHHAH XD
    ma che cazzata XD
    oh; bisogna dargli un giro di vita a questi commenti, cioè sembrano scritti da cariatidi >_<

    bye Direttore

  5. […] ogni mia domanda e mi ha fornito molti spunti di riflessione. Anche questa volta, come ho fatto con Porpora Marcasciano, preferisco pubblicare la nostra conversazione per intero, con domande e risposte, inserendo mie […]

  6. L’argomento di questa intervista vè ed andrebbe letto da moltissime persone,Porpora Marcasciano è di un amore grande e la sua tolleranza è sublime.Grazie per esserci Porpora, spero che molti leggano questa intervista e imparino ad amare e rispettare le diversità.Ciao. Luisa.

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