Nessuno tocchi Beppino Englaro (che non somiglia affatto a Caino)

Sento di voler dire qualcosa sul caso di Eluana Englaro, la ragazza che è diventata donna senza poter mai lasciare il suo letto, in 16 anni di «stato vegetativo permanente». Un incidente stradale ha aperto una pagina straziante, che coinvolge la famiglia di Eluana e le persone che le stanno vicino, ma sta progressivamente chiamando in causa altre persone, con una lotta (spesso invero poco edificante) tra chi vorrebbe girare quella pagina e chi vi si aggrappa saldamente, perché resti dov’è.

Gli ultimi sedici anni sono stati ricchi di sofferenza per quella famiglia, ma certamente ha sofferto (in modo diverso, ovviamente) chi nello stesso periodo è stato chiamato a pronunciarsi secondo diritto sulla vicenda. Nell’intervista che ha rilasciato ai telegiornali della Rai, Filippo Lamanna, il giudice estensore del decreto che permetterebbe già ora di cessare l’alimentazione, confessa di non aver dormito le notti precedenti il provvedimento, ma di averlo fatto dopo averlo emesso perché «in base alla legge non era possibile una decisione diversa». Non avrei davvero voluto essere nei suoi panni ed ammiro la sua risposta, tanto sofferta quanto sincera, alle reazioni che hanno seguito la decisione: «Un giudice deve rispondere solo alla Legge e alla propria coscienza». Già, la propria coscienza: una parola che conduce in un terreno minato, visto che viene in gioco l’etica e, con essa, coloro che appaiono o si pongono come suoi tutori.

Visto quanto era accaduto prima e dopo la morte di Piergiorgio Welby, era prevedibile che l’intervento della Cassazione prima e della Corte d’appello poi avrebbe scatenato uno scontro almeno equivalente, se non peggiore. Alcuni tra rappresentanti ufficiali della Chiesa, parlamentari cattolici e opinion makers (o presunti tali) si sono schierati con risolutezza contro la decisione dei giudici: nessuno può “staccare la spina” (in senso atecnico) a Eluana, men che meno un magistrato. Le opinioni di queste persone sarebbero da rispettare, ma personalmente mi urtano. Trovo che nelle parole che ho sentito e letto manchi soprattutto una cosa: la sensibilità, il tatto. Non credo d’avere mai visto messi al primo posto la reale vicinanza alla famiglia e l’estrema prudenza che la delicatezza della situazione richiede; certo, tv e giornali potrebbero non aver riportato le dichiarazioni per intero, ma è indubbio che il «no» (di Bagnasco, Bertolini, Roccella, Ferrara ed altri) sia stato il cuore di tutti quei messaggi, a scapito dell’umana comprensione.

Intendiamoci, per fortuna non è sempre accaduto così: ho apprezzato il tono usato dal cardinale Dionigi Tettamanzi e ancor più le parole del dottor Marco Melazzini, che pure hanno ribadito con garbo la loro scelta per la vita. «Vita» è un’altra parola chiave, se non altro per le diatribe legate ad essa. È vita quella che Eluana conduce da 16 anni? Non ho le conoscenze per esprimermi in merito, ma non me la sento di rispondere «sì» con certezza; con fatica ben maggiore ricollegherei il suo stato alla parola «dignità», che forse solo le cure amorevoli (su questo non discuto) delle suore misericordine e della famiglia hanno conservato. Per qualcuno questo basta, ma dire che Eluana «è un fiore» mi sembra francamente eccessivo.

Che sarebbe successo se questa vicenda fosse accaduta nemmeno troppi anni prima, quando non esisteva la possibilità della nutrizione artificiale? Probabilmente Eluana sarebbe morta, certo con dolore e sofferenza di molti; non posso però fare a meno di pensare che la tecnologia, nel voler salvare in ottima fede una vita deviando il corso della natura, qui abbia moltiplicato la sofferenza e avvelenato il clima (e lo stesso si può dire di tutti i neonati recuperati in extremis, quasi sempre affetti da gravi problemi durante la crescita).

Trovo assolutamente ingiusto criminalizzare i giudici e parlare, come ha fatto Giuliano Ferrara, di «decisione folle»: la loro scelta è stata ponderata, sofferta e pienamente rispettosa della Costituzione (lo si voglia o no, anche l’alimentazione artificiale è un trattamento sanitario e non può essere imposto, in base all’art. 32) e l’idea di sollevare addirittura conflitto di attribuzione tra Parlamento e Magistratura è per lo meno ridicola (mi chiedo cos’abbiano seriamente fatto Camera e Senato in questi anni per colmare il vuoto sulla questione “testamento biologico”).

Ora, probabilmente, non resta che attendere le scelte della procura generale: se non farà ricorso in Cassazione, Beppino Englaro sarà completamente al riparo da conseguenze se interromperà l’alimentazione e l’idratazione della figlia. Forse, fino alla decisione finale, sarebbe molto più dignitoso un silenzio totale dei mass media, ma soprattutto un rispetto assoluto per ciò che farà la famiglia di Eluana. Se papà Englaro decidesse di staccare il sondino, sarebbe davvero abominevole che qualche soggetto tanto osservante quanto privo di tatto (penso alle parole dell’Udc Luca Volonté sui giudici e sull’anestesista che staccò il respiratore a Welby) trattasse quell’uomo come un assassino: si usa dire «Nessuno tocchi Caino», ma tra l’uccisore del fratello e Beppino Englaro c’è un abisso e volerlo annullare è scandaloso.

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Una Risposta

  1. Your blog is interesting!

    Keep up the good work!

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