Trent’anni fa, quando Odeon faceva spettacolo

Trent’anni fa si concludeva uno dei programmi televisivi più importanti nella storia del costume italiano. Il suo nome era Odeon ed aveva preso avvio l’8 dicembre 1976 sulla Rete 2 (questo era il nome assunto dal Secondo Programma dopo la riforma Rai del 1975, la stessa rete che oggi si chiama Raidue). A firmare la trasmissione, inserita tra le rubriche del neonato Tg2, erano due tra i giornalisti più apprezzati della Rai, Brando Giordani ed Emilio Ravel. Definiti spesso «pionieri della televisione», anche con quel loro programma inaugurarono un genere ed un modo di porgere le notizie legate al mondo dello spettacolo.
Il logo della trasmissione Odeon, disegnato da Piero Gratton

Il logo della trasmissione Odeon, disegnato da Piero Gratton

  Continua a leggere

Don Mario Prandi e il parafulmine della carità

Sulle montagne dell’appennino modenese, ad un tiro di schioppo dal confine con la provincia di Reggio, all’inizio degli anni ’40 prese avvio un’avventura della carità che tuttora continua, con grande dedizione ed amore, e si è estesa in Italia e nel mondo. Ne fu artefice un sacerdote reggiano, don Mario Prandi, che a Fontanaluccia di Frassinoro fondò la prima «Casa di Carità». L’esperienza di quel prete e della sua “creatura” è raccontata in un libro, … dicevano: «È fuori di sé», edito da Diabasis e scritto da Sandro Chesi. L’autore, ex professore di lettere e preside, cattolico impegnato in politica, ha parlato di don Mario in un incontro organizzato dal mio gruppo di ispirazione cristiana, il «Pozzo di Giacobbe». Continua a leggere

Una pausa di riflessione

Eccomi di ritorno dalla mia disintossicazione, attesa da mesi: otto giorni che ho condiviso con la mia “seconda famiglia”, gli amici dell’oratorio che spesso non sono riuscito a dare il tempo che meritano. Il luogo è sempre lo stesso, Fenilliaz di Brusson (AO), anche se tutt’intorno sono spuntate alcune gru per ristrutturare gli edifici della zona (e uno di quei mostri metallici è piazzato esattamente davanti alla nostra casetta).
Per me questo era il decimo campo in Val d’Aosta, ma non era mai capitato che io fossi il più vecchio dei ragazzi partecipanti. E’ una sensazione strana, visto che il ricordo dei primi anni è ancora vivo, anche se varie persone che ho frequentato lì hanno preso da tempo altre strade. Sono arrivato nella nostra casa da sogno – anche se è fragilissima e ogni tanto perde qualche pezzo – piuttosto stanco e con molto bisogno di recuperare energia (tra l’altro, il pomeriggio e la notte prima di partire li avevo passati a lavorare a due pagine per il giornale); non so se sono riuscito a rimettermi in sesto, ma almeno ho vissuto alcuni giorni con persone cui sono legato.
Ogni anno porta con sé esperienze simili e diverse. Questa volta il tempo ha limitato le sue pazzie ed il bagno delle ragazze non ha fatto le bizze; ho ripreso a fare qualche gita (non c’ero più abituato, dopo cinque anni in cui la Val d’Aosta mi è servita a preparare sette esami), ho passato vari pomeriggi a giocare con i ragazzi o a leggere per conto mio (avevo scelto La scoperta dell’alba di Walter Veltroni e L’Italiano di Beppe Severgnini, mi hanno dato molto entrambi).
Mentre nella nostra Guastalla si moriva di caldo, abbiamo cercato di godere dello spettacolo della montagna, fatto di luce, toni di colore, rumori sottili e, talvolta, profumi. In questo contesto è certamente più facile riflettere sulla nostra vita e sul nostro “posto nel mondo”: don Roberto e il diacono Paolo ci hanno guidato giorno per giorno, con passi biblici o riferimenti alla vita quotidiana, aiutandoci ad aprire gli occhi sempre di più. Le nostre storie, le piccole disavventure di ogni giorno, la cucina di Maddalena (ottima ed abbondante come sempre), i giochi in compagnia e l’abbuffata dell’ultima sera sono stati gli altri ingredienti di quella settimana; certo, non ci siamo scordati di chi è rimasto a casa e, soprattutto, ha pesato l’assenza di Pierluigi che con le sue ali da angelo di certo avrà vegliato su di noi.
Ora la vita è ricominciata, con tutte le sue difficoltà; nel frattempo però la Val d’Aosta ci ha visti di nuovo insieme e possiamo ringraziare il Signore e le nostre famiglie per averlo permesso.

* * *

Ad un giorno di distanza dal mio ritorno, confermo in sostanza quello che ho scritto (quando ancora ero via), ma aggiungo che questa è stata la mia ultima Val d’Aosta. Speravo di averne un ricordo migliore, ma l’ultimo giorno lo ha decisamente guastato. Addio roccione, addio casetta: dopo dieci anni, forse è meglio così. Per tutti.