Don Mario Prandi e il parafulmine della carità

Sulle montagne dell’appennino modenese, ad un tiro di schioppo dal confine con la provincia di Reggio, all’inizio degli anni ’40 prese avvio un’avventura della carità che tuttora continua, con grande dedizione ed amore, e si è estesa in Italia e nel mondo. Ne fu artefice un sacerdote reggiano, don Mario Prandi, che a Fontanaluccia di Frassinoro fondò la prima «Casa di Carità». L’esperienza di quel prete e della sua “creatura” è raccontata in un libro, … dicevano: «È fuori di sé», edito da Diabasis e scritto da Sandro Chesi. L’autore, ex professore di lettere e preside, cattolico impegnato in politica, ha parlato di don Mario in un incontro organizzato dal mio gruppo di ispirazione cristiana, il «Pozzo di Giacobbe».

Don Mario Prandi

Don Mario Prandi

 

INVENTARE UN PARAFULMINE. L’avventura che avrebbe portato don Mario Prandi ad una scelta radicale iniziò nel 1938: allora aveva 28 anni e fu nominato parroco a Fontanaluccia, vi giunse con un camioncino (prestato da alcuni amici della parrocchia in cui era stato curato, Villa Cadè) e poche altre cose. «Una volta arrivato lì – ha speigato Chesi – don Mario cominciò a guardarsi intorno: girò la sua nuova parrocchia in lungo ed in largo, parlando con tutti, raggiungendo a piedi luoghi anche molto distanti, magari serviti soltanto da mulattiere; divenne un montanaro a tutti gli effetti e imparò il dialetto, lui che era uno della pianura, un piandsanin, come si diceva allora in montagna. Si accorse in poco tempo dell’estrema povertà degli abitanti, in una terra in cui i campi rendevano meno rispetto alla pianura e in cui era normale la migrazione dei lavoratori; si rese contro, soprattutto, che in tante case c’erano persone con handicap fisici, soprattutto tra gli anziani, e penso che occorresse fare qualcosa per prendersi cura di loro».
Già, ma che si poteva fare? Don Prandi, quando era curato a Castelnovo Monti, aveva conosciuto il dottor Pasquale Marconi: medico impegnato in politica (divenne anche parlamentare Dc), era riuscito ad aprire l’ospedale in quella città, mentre altre persone prima di lui avevano fallito. L’impresa, tuttavia, lo aveva portato ad indebitarsi parecchio: «In quell’occasione – ha ricordato il professore – Marconi lanciò una sorta di provocazione alla Provvidenza e le si abbandonò completamente. Aprì un piccolo reparto per disabili, deformi, assistiti gratuitamente: un “piccolo Cottolengo” in cui quelle persone che vi venivano accolte erano “i loro Re”».
Ad ogni modo, in un incontro tra don Mario e Marconi, all’inizio degli anni ’40, uscì un’idea: costruire un vicino al “campanile”, alla chiesa di Fontanaluccia, un «parafulmine», cioè una risposta di amore al male che c’è nel mondo. Il sacerdote riflettè un poco, poi decise. «Don Mario iniziò a prendere sottobraccio il superiore della confraternita del ss. Sacramento e varie madri di famiglia – ha continuato Chesi – poi ad una “riunione dei casi” con i confratelli del vicariato nel 1941 disse di voler fare un ospizio per i casi più disperati della parrocchia e dintorni». Per una persona “normale”, quell’iniziativa sarebbe stata una sorta di pazzia, per di più in un momento difficile come quello: l’Italia era già in guerra, era cominciato il periodo delle restrizioni con il tesseramento. Anche per questo molte persone nicchiarono, anche i confratelli del sacerdote dubitarono della fattibilità della cosa, tranne il parroco di Cervarolo (successivamente fucilato dai tedeschi) che disse: «Forse con molta Fede si potrà fare».

SUORE FATTE IN CASA. Il nucleo della prima Casa della Carità nacque in una vecchia osteria diroccata, donata a don Prandi da una donna che peraltro aveva due figlie sordomute; c’era peraltro il problema delle assistenti, visto che qualcuno avrebbe dovuto prendersi cura stabilmente dei malati. «Inizialmente don Mario pensò di partire chiedendo la disponibilità di alcune ragazze di Azione Cattolica, sostituendole poi con dellle suore, appena le avesse trovate – ha ricordato l’autore – La disponibilità però scarseggiava e ne parlò con monsignor Edoardo Brettoni, allora vescovo di Reggio Emilia: lui suggerì di “mettere un vestito” alle ragazze che avevano manifestato la vocazione alla consacrazione e da lì nacque il progetto delle “suore fatte in casa”». Tra loro c’era Maria Giubbarelli che stette vicino a don Prandi sino alla sua morte, nel 1986.
L’inizio di quella che sarebbe diventata la Congregazione Mariana delle Case della Carità, tuttavia, fu tutt’altro che facile: se le prime quattro candidate, sotto la costante guida del sacerdote, sperimentatono un particolarissimo periodo di noviziato, vari problemi vennero invece dalle famiglie delle giovani, che spesso si opposero alla loro scelta vocazionale in quelle condizioni. «Quelle suore erano necessarie perché la Casa di Carità potesse continuare ad operare – ha precisato Chesi – Don Mario temeva che il rifiuto delle famiglie fosse insormontabile, per cui si rivolse alla Madonna, dicendo che se il giorno dopo le ragazze non avessero preso gli abiti come era stato concordato, sarebbe stato costretto a dire che non era vero che ogni richiesta alla Madre di Dio sarebbe stata esaudita. Quella preghiera “particolare” fu interrotta da un confratello piuttosto zelante, ma il giorno dopo le cose andarono secondo i programmi e la “famiglia” contò le sue prime suore».

LO SPIRITO DELLE CASE. Da quando la Casa di Fontanaluccia fu aperta, tutta la vita di don Prandi e delle persone attorno a lui fu improntata alla fiducia nella Provvidenza: quando si è sparsa la voce dell’apertura tantissime persone hanno cominciato a portare suppellettili ed alimenti necessari. Ancora oggi, nelle oltre 40 case presenti in Italia e nel mondo, si procede così: si vive di assoluta carità come segno di abbandono e fiducia nel Signore che non fa mancare mai nulla ai suoi poveri e a chi si fida di Lui. Nella famiglia della Casa della Carità ogni cristiano si impegna a vivere il proprio battesimo nutrendosi con l’Eucaristia (centro di tutta la giornata), con la Parola di Dio (che attraverso la preghiera indica la sua volontà), con il servizio ai fratelli (il servizio permette di riconoscere il volto di Cristo nei povero). Si tratta di tre pilastri che vengono chiamati “pani”: uniti in un unico cesto, diventano la via per vivere appieno il Battesimo e, per questo, sono il fondamento delle Case.
In ogni Casa di Carità la vita è regolata secondo quanto stabilitì don Prandi, uomo dalla grande volontà, decisamente vulcanico, al punto che in certi periodo era davvero considerato “matto” (anche da certi preti); per parte sua suor Maria – che era l’esatto opposto di lui – a chi le parlava così del sacerdote rispondeva: «Sarebbe un peccato che una mattana così bella dovesse tramutarsi nell’andazzo comune dei più». Don Prandi, nella sua vita, ha anche attraversato tre gravi periodi di malattia: «Nel 1943 don Mario si ammalò per la prima volta – ha ricordato Chesi – accumulò un esaurimento da superlavoro e dovette essere ricoverato a Castelnovo Monti dall’amico Marconi per rimettersi in forze, ma in quell’occasione ebbe alcune intuizioni fondamentali sullo spirito delle Case, che espresse in una lettera a monsignor Brettoni. Per lui le Case di Carità dovevano nascere e crescere attorno a ciascun campanile; le persone che vi erano ospitate dovevano trovarsi come in una famiglia, pensando al modello patriarcale di allora, in cui convivevano adulti e giovani, donne e uomini. Le Case, oltre che essere un parafulmine per la comunità, erano viste anche come lenzuolo che coprisse la moltitudine dei peccati». «Il bello – fu detto allora – è che il “materiale umano” con cui il Signore doveva agire aveva le sue pecche, non era perfetto, ma proprio per questo l’opera del Signore è ancora più chiara: dove l’uomo manifesta la sua debolezza, il Signore si manifesta potente».
Non bisogna peraltro dimenticare che, se le Case di Carità sono nate e tuttora operano, lo si deve al fatto che don Prandi si sentì parroco fino in fondo: «Il sacerdote – ha specificato l’autore del libro – diede un grande impulso all’Azione Cattolica, alimentò la pietà popolare, mostrò particolare cura per le preghiere (ripristinò per esempio le rogazioni legate alle stagioni della terra), diede molta attenzione al mondo della famiglia e del lavoro, impegnandosi in prima persona anche nel grande movimento cooperativo modenese; infine don Prandi diede un impulso fondamentale per l’erezione dell’ospedale partigiano di Fontanaluccia, che accoglieva tutti i feriti, indipendentemente dal loro schieramento».

Questa è una parte della storia di un servo di Dio che, per oltre quarant’anni ha trovato la via per mettersi a servizio di alcuni fratelli. Tante persone, negli anni, sono passate in quelle Case ed hanno trovato sempre persone disposte a prendersi cura di loro, con amore e attraverso la preghiera. Un miracolo, per chi ci crede, ed un tesoro umano da non dimenticare mai.

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Una Risposta

  1. mi servirebbero i contatti della casa di carità di fontanaluccia.
    sono una capo scout e vorrei venire con un gruppetto di ragazzi a fare servizio.

    se è possibile avere il num di telefono..

    grazie

    buon lavoro
    valeria

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