L’anima e il suo destino: incontro con Vito Mancuso

Parlare di anima ha senso anche nell’età della tecnologia, che per alcuni sembra la più lontana da tutto ciò che è «trascendente», che va oltre. Nei mesi scorsi l’affermazione è stata confermata, tra l’altro, dalle vendite (oltre 120mila copie) di un libro che ha creato un vasto dibattito culturale, a tratti anche piuttosto acceso: si trattava di L’anima e il suo destino, pubblicato per i tipi di Raffaello Cortina (un editore specialistico, ricercato, certo non da bestseller) e scritto dal teologo Vito Mancuso. L’autore, 46 anni, nato a Carate Brianza, insegna Teologia moderna e contemporanea alla Facoltà di Filosofia presso l’Università «Vita e Salute San Raffaele» di Milano; per presentare il suo volume ha girato gran parte dell’Italia, compresa la mia città (lo avevamo chiamato noi come gruppo «Il Pozzo di Giacobbe»).

La copertina del libro di Mancuso

La copertina del libro di Mancuso

DOMANDE E RISPOSTE. Il libro è prefazionato dal cardinale Carlo Maria Martini, che riconosce il coraggio di Mancuso nel decidere di parlare di una cosa «tanto imprendibile da far dubitare che essa esista». Il prelato non sempre concorda con il ragionamento dell’autore, ma gli riconosce volentieri il rigore, l’onestà e la lucidità con cui porta avanti le sue tesi: già questo dovrebbe indurre a guardare con rispetto e senza pregiudizi al contenuto dell’opera.

«Parlare di anima e del suo destino significa sostanzialmente porsi due domande, anzi le domande di tutti i tempi, per le quali non esiste la risposta – ha premesso Mancuso – I quesiti sono “Chi sono? Qual è la mia identità?” parlando dell’anima e “Che fine faccio?”, circa il destino: l’uomo mostrerà la sua differenza ontologica, la differenza di essere rispetto agli altri animali». Si tratta di domande così radicali che, al mutare di tempo e spazio, ricevono risposte molto diverse tra loro, quando non addirittura contrapposte.

CHI SONO IO: QUALE PUNTO DI VISTA? Si può partire dalla prima domanda: «chi sono io». Probabilmente pessimismo ed ottimismo, fiducia e sfiducia nella vita finiscono quasi sempre per equivalersi, tanto nelle storie degli esseri umani, quanto nella letteratura; lo stesso si potrebbe dire per religioni e filosofie. Qual è dunque il punto di vista in base al quale si può onestamente rispondere alla domanda, senza influenze ideologiche o di “gruppo” in cui si è cresciuti?

Solo la Verità può permettere di arrivare ad una risposta, qualcosa di assoluto, di universale, che ingloba tutto e fa sentire legati («La stessa parola “religione” del resto rimanda al “legame” – ha sottolineato Mancuso – Il vero religioso è colui che percepisce sé stesso come legato al senso complessivo del tutto, pur essendo un piccolo atomo all’interno dell’universo»); dal momento che le culture, le esperienze, le filosofie, perfino le religioni nel complesso propongono contraddizioni, occorre davvero trovare qualcosa di universale.

DOTTRINA E BIBBIA INADATTE. «Sono cresciuto in ambito cattolico e sono sempre felicemente rimasto all’interno della Chiesa e del Cristianesimo, la sua dottrina per me era quel punto di vista per rispondere al quesito – ha spiegato l’autore – oggi, tuttavia, la questione decisamente problematica è che la Chiesa, soprattutto come istituzione, sembra presentarsi come un fattore di divisione del genere umano, piuttosto che essere un elemento di unità; forse la colpa non è sua, ma di fatto le cose stanno così». Mancuso ha ricordato il caso di Eluana Englaro, su cui la Cassazione si era da poco pronunciata, consentendo alla famiglia di rivolgersi di nuovo ai giudici per chiedere la sospensione dell’alimentazione (le divisioni sarebbero emerse con ancora maggiore asprezza negli sviluppi successivi della vicenda): in quell’occasione come in altre, è indubbio che la Chiesa abbia avuto nei fatti un ruolo di divisione. «Per questo motivo – ha argomentato Mancuso – non credo più che la dottrina della Chiesa possa costituire il punto di vista universale per cercare l’origine e l’identità dell’uomo».

Se la dottrina non è dunque adatta a ricoprire quel ruolo, può farlo invece la Bibbia, in una visione che sarebbe condivisibile magari dai protestanti? «Credo che nemmeno la Bibbia risolva il problema – ha precisato l’autore – se non altro perché rappresenta l’uomo almeno in due modi ben distanti: da una parte ogni essere umano è figlio di un Dio misericordioso che lo pensa da sempre, ma dall’altra parte si parla dell’uomo come peccatore in sé, separato da Dio e quindi bisognoso di redenzione». In un caso, dunque, l’uomo è già figlio di Dio e non necessita di alcun mediatore, mentre nell’altro è così distante dal Padre da avere bisogno di una figura che lo riconcili. Questa “contraddizione” di rilievo – che non dovrebbe sconvolgere nessuno tra i conoscitori della Bibbia, un po’ come la coesistenza del Dio misericordioso e del «Signore degli eserciti» – sembra escludere che il Libro sacro dei cristiani possa essere la “roccia” su cui fondarsi per rispondere alla domanda sull’identità, relegandolo (al pari della dottrina della Chiesa) nella categoria della doxa, dell’opinione da rispettare ma non necessariamente da condividere.

È innegabile, da questo punto di vista, che oggi viviamo in un mondo decisamente più frammentato rispetto al passato per cui le risposte date in precedenza non funzionano più per la gran parte delle persone. «Il cristiano – ha messo in evidenza il teologo – si trova diviso tra l’irrinunciabile assunto secondo cui la sua religione è la verità e, dall’altra parte, l’incapacità di fondare questa pretesa di verità assoluta su qualcosa di incontestabile per tutti, esponendosi così alle critiche di parte del mondo laico».

ALL’ORIGINE, LA RELAZIONE. Come rispondere allora alla domanda «Chi sono io», in modo che tutti siano d’accordo? Mancuso identifica quella “roccia” all’interno della natura (che anche dal punto di vista teologico ha un’importanza enorme, come “primo linguaggio di Dio”, con cui il Creatore si manifesta). «Anche l’ateo più incallito – ha spiegato – sarebbe d’accordo nel dire che l’uomo è materia, un numero enorme di particelle subatomiche; queste particelle formano gli atomi solo perché si relazionano armonicamente tra loro, formano un sistema; allo stesso modo dagli atomi si formano le molecole, da esse le cellule, fino ad arrivare ai tessuti, agli organi ed infine all’organismo.

Sarebbe dunque la relazione l’essenza vera della vita, il punto di vista che permette di rispondere alla domanda «Chi sono io»: proprio «relazione» sarebbe la migliore traduzione di «logos», quella parola che ricorre all’inizio del Vangelo di Giovanni e che solitamente viene tradotta come «Verbo», «Parola». Le stesse persone della Santissima Trinità, a pensarci bene, non esistono l’una indipendentemente dall’altra, il Padre è tale solo perché genera il Figlio ed è in relazione con esso e viceversa; qualcosa di simile vale per lo Spirito, così anche al grande mistero del cristianesimo è applicabile la stessa legge che governa l’uomo. Anche dicendo che «Dio è amore» si rafforza il concetto: l’amore, grammatica di fondo del mondo, altro non è che la relazione perfetta. «In questo modo – ha sottolineato con forza Mancuso – si avrebbe un risultato straordinario, per cui fisica e metafisica risulterebbero governate dalla stessa legge, sanando la lacerazione dolorosissima tra chi ragiona in base alla scienza e chi segue piuttosto la sapienza».

Il teologo Vito Mancuso

Il teologo Vito Mancuso

L’ANIMA, UN SURPLUS DI ENERGIA. Parlare di anima, dunque, significa parlare di relazione: questo tuttavia, è solo il primo grado di un percorso ancora più affascinante, che l’autore propone con un esempio pratico. «Immaginiamo di avere nelle mani un sasso ed un ranocchio; aprendole, il sasso resterebbe ovviamente fermo, mentre la rana probabilmente spiccherebbe un salto. La fisica ci insegna che tutto è energia, per cui anche il sasso che “appare” fermo in realtà al suo interno conosce un continuo movimento delle particelle; eppure il sasso è fermo perché l’energia si risolve completamente nella massa. Nel caso del ranocchio invece, il suo corpo non “assorbe” completamente l’energia, c’è un surplus che si traduce nel balzo». Gli uomini si sono sempre accorti della meraviglia del movimento e per quel «di più» hanno coniato il termine «anima»: il termine ha un’origine greca e viene da anemòs, il vento, il simbolo stesso della libertà e del movimento.

Il processo di liberazione, di affrancamento dalla massa corporea permette di distinguere vari livelli di anima, da quella vegetativa (ossia i movimenti inconsapevoli che caratterizzano il funzionamento e la crescita del corpo) a quella sensitiva, che presiede alle sensazioni di ogni essere animato; il perfezionamento prosegue con l’anima razionale, tipicamente umana, fino all’anima spirituale ed, infine, all’anima spirituale santa. Quest’ultimo grado è quello di colui che riesce a vivere la relazione con sé stesso e gli altri secondo la perfetta legge della relazione, l’Amore.

L’IMMORTALITÁ, ULTIMO SALTO DI ENERGIA. Se si è data una risposta al primo quesito, resta da vedere il secondo, «che fine faccio», ben più impegnativo; il dato di partenza, in ogni caso, resta l’esistenza dell’anima, intesa nel modo in cui si è detto sopra (e non tanto la concezione di sostanza separata, così come è presentata dal Catechismo della Chiesa Cattolica e che, secondo Mancuso, è davvero impalpabile e probabilmente è causa dell’oblio della nozione di anima).

Per tentare di rispondere alla domanda, è necessario ripercorrere il cammino dell’energia all’interno dell’evoluzione cosmica, dalla nascita dell’universo (oltre 13 miliardi di anni fa) ad oggi: inizialmente l’universo era di dimensioni microscopiche, un punto in cui era contenuto tutta l’energia esistente oggi nello spazio, almeno fino al Big Bang. Quell’esplosione “libera” l’energia che resta identica nella quantità, ma fa un “salto” e cambia configurazione; un nuovo momento di discontinuità si ha quando la stessa energia giunge a produrre la vita. «Questo è un passaggio che non abbiamo ancora compreso appieno ed è il miracolo più grande: alla base della vita ci sono le proteine e sappiamo che le probabilità contrarie alla formazione delle proteine hanno un ordine di grandezza di 10 elevato alla 40millesima potenza, un numero difficile anche solo da immaginare; se si pensa che la vita, per svilupparsi, ha bisogno di altre cose altrettanto improbabili ma che pure sono accadute, viene spontaneo fare una riflessione».

Il percorso dell’energia, che si fa sempre più complessa e “raffinata” pur rimanendo la stessa, continua con la formazione della vita “intelligente” ed arriva all’uomo, con il suo cervello e tutto ciò che la mente è in grado di produrre. In alcuni casi la mente umana è in grado di arrivare ad atti particolarmente nobili, con un totale disinteresse verso la sorte dell’io (l’autore ha citato l’esempio di Dietrich Bonhoeffer, teologo protestante che combatté strenuamente il nazismo con scritti, parole ed azioni): questa si presenta come un’ulteriore discontinuità rispetto all’iniziale situazione di “egoismo”.

«Visti questi passaggi – ha concluso il teologo – la mia teoria ritiene per lo meno plausibile il fatto che in alcune persone, che riproducono dentro di sé la stessa logica di ordine e di simmetria che le ha portate all’esistenza e le ha fatte vivere moralmente e spiritualmente, possa verificarsi una quinta discontinuità, con l’energia completamente libera dalla massa. Il percorso dell’energia, dunque, continuerebbe nella forma di Dio, che non è corpo ma puro spirito: non è dunque irragionevole pensare all’immortalità dell’anima come un “diventare come Dio”, con la sua stessa sembianza». Anche qui è evidente lo sforzo di Mancuso di argomentare le sue tesi in modo plausibile ed accettabile anche per la coscienza contemporanea laica.

RIFLESSIONI FINALI. Si tratta indubbiamente di temi difficili, che richiedono una certa attenzione per seguire ogni passo del ragionamento proposto dall’autore. Certo, se si riesce a comprendere il discorso nella sua interessa, gli spunti di riflessione possono essere molti e decisamente stimolanti, per chi non crede e anche per chi ha fede; occorre però essere disponibili a percorrere quella via, accettandone il percorso necessariamente non lineare.

Quando Mancuso ha terminato il suo discorso sull’immortalità dell’anima, un sacerdote ha subito fatto notare il collegamento alla liturgia del Natale («Dio si è fatto come noi per farci come lui»), sottolineando però che «il dogma cattolico è lineare, semplice, senza tanti giri: qui ci vuole la fede». Certo, il fedele cristiano se ha fede non si porrà problemi nell’accettare il dogma, ma qui si tratta proprio di cercare di rendere accettabile un concetto tanto importante a tutti, anche a costo di qualche deviazione in più

C’è chi ha fatto notare come per la prima volta si sia andati oltre la semplice non-contrapposizione tra scienza e fede, ma ci si è chiesti se questo atteggiamento debba comportare delle revisioni dal punto di vista teologico e dottrinale; Mancuso ha risposto facendo riferimento al Denzinger (compendio di tutti i principali testi dogmatici del magistero della Chiesa), mostrando come nel tempo la Chiesa abbia mutato radicalmente idea su vari punti della dottrina, come ha dimostrato il caso del giansenista Pasquier Quesnel. Tra le proposizioni di questo monaco che nel 1713 furono condannate si trovano anche queste: «La lettura della sacra Scrittura è per tutti», «È un inganno l’essere persuasi che la conoscenza dei misteri della religione non deve essere comunicata alle donne mediante la lettura dei libri sacri. Non dalla semplicità delle donne, ma dalla scienza superba degli uomini è sorto l’abuso delle Scritture, e sono nate le eresie» oppure «Strappar via dalle mani dei cristiani il Nuovo Testamento, oppure tenerglielo chiuso privandoli del modo di comprenderlo, è chiudere a loro bocca di Cristo». Nessuno oggi si sognerebbe di smentire queste affermazioni, eppure poco meno di tre secoli fa furono duramente condannate: il magistero evolve come tutte le cose umane, spesso in modo conflittuale.

«Nessuno parla di cancellare certe parti della dottrina della Chiesa – ha precisato Mancuso – ma credo che occorra comunque una revisione, a partire dall’idea del peccato originale, che presa così com’è fa sì che ogni bambino, per il solo fatto di nascere, sia automaticamente peccatore, in quanto frutto di un amor perversus, per dirla con sant’Agostino. Del resto, se la teologia fungesse da megafono del magistero della Chiesa, non farebbe il suo mestiere e non offrirebbe spunti di evoluzione, come invece accade regolarmente in Francia o in Germania».

È indubbio che Vito Mancuso, con il suo libro, ha toccato un nervo scoperto, che ha dato spunti per discussioni e in certi casi ha fatto nascere dispute accesissime, persino all’interno di comunità religiose; ha richiamato l’attenzione di laici e cattolici sul tema dell’anima, mostrando l’urgenza di riflettere su di esso (e non tanto perché dalla ricerca possa venire qualcosa “di più comodo e meno faticoso” per il fedele, come qualcuno ha pensato). Varrebbe forse la pena che tutti ci provassero, con la certezza di uscire, in ogni caso, più ricchi da quell’esperienza.

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Una Risposta

  1. Il successo del libro religioso in Italia è confermato soprattutto dal lavoro dotto di Mancuso, che per la sua posizione “fuori dalle mura” suscita se non interesse almeno la curiosità.

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