Cinquant’anni fa, quando l’Italia tollerava

Per gli amanti degli anniversari, oggi non si celebra solo la ricorrenza della breccia di Porta Pia, ma anche un cinquantenario storico, per qualcuno addirittura doloroso. È datata 20 settembre 1958 la morte d’imperio delle «case chiuse»: a decretarla, esattamente sei mesi prima, la legge 20 febbraio 1958, n. 75, indissolubilmente legata al cognome della senatrice che la propose, la socialista Angelina Merlin. Con quel provvedimento venne meno una sorta di istituzione “storica” – senza voler scomodare l’adagio del mestiere più antico del mondo – e il mondo della prostituzione cambiò completamente, non necessariamente in meglio.

In precedenza, al di fuori delle case di tolleranza, la prostituzione era lecita solo se non era abituale (e non avveniva in locali chiusi). Dopo la «Merlin», non fu possibile aprire nuove case di piacere, mentre a quelle esistenti furono concessi sei mesi per programmarne la chiusura; in base alla legge diventò reato avere la proprietà o la gestione di un “bordello”, tollerare abitualmente in un pubblico esercizio la presenza di persone che vi si prostituiscono, indurre una donna a prostituirsi e fare il lenone (il «ruffiano») in pubblico.

Al di fuori del dato normativo, tuttavia, fu proprio un mondo intero ad essere cancellato con un colpo di spugna, tanto dalle grandi città, quanto dai piccoli centri come il mio paese. Per i guastallesi che hanno almeno 68 anni, infatti, tra le vie del centro storico ce n’era una assolutamente innominabile nelle conversazioni in famiglia; nei dialoghi con gli amici, invece, quella strada era spesso oggetto di battute, ammiccamenti e, magari, sogni più o meno inconfessabili. Il luogo in questione, naturalmente, era «appetibile» (o, a seconda dei casi, da evitare come il peccato) perché «l’era la strada dal casén», come ricordano puntualmente alcuni anziani: chiedendo l’indirizzo della casa di tolleranza a chi la frequentava (anche senza «combinare» nulla) capita ancora di sentirsi rispondere in meno di un nanosecondo «Via San Ferdinando numero 18!», tanto quel luogo era noto in città, anche a chi non ci ha mai messo piede.

Di quella «casa» non resta granché, anche se l’ingresso è ancora riconoscibile: lo si indovina grazie ad una rientranza in un muro, in corrispondenza della vecchia porta, allora chiusa da un uscio in ferro; vicino c’era un urinatoio, ora scomparso, così come non c’è più il vicolo che da via Cesarea «al purtava drét in casén» (portava dritto nel casino). Quasi intatto, invece, è il ricordo che si è conservato in molti guastallesi: a lungo per mandarsi più o meno garbatamente a quel paese (o «in casino», come si dice altrove) si apostrofavano dicendo «Ma va’ dla siùra Maria!» (Ma vai dalla signora Maria!), la prima tenutaria del postribolo; è diventato quasi leggenda il suo successore che sulla carta d’identità aveva fatto scrivere «pescatore» come professione, mentre era lui a comprare lenzuola e provviste per la casa. Divenne un personaggio irrinunciabile della società guastallese anche la prima maîtresse, in precedenza prostituta a La Spezia: tutti la chiamavano «Loris» e tengono a ricordare che era una vera signora. «E’ stata la prima donna a girare con le “volpi” e le calosce per non sporcarsi i piedi – mi ha detto uno che da ragazzino è cresciuto letteralmente “in strada” –  Quando morì, un frate la portò in cimitero, mentre io e gli altri bambini di strada facemmo i chierichetti; sulla sua tomba erano incisi il suo vero nome ed anche il soprannome, ma era nascosto dal disegno di un fiore», tanto per rimarcare lo stile.

Il casino di Guastalla non brillava né per pulizia, né per la bellezza delle “donnine”, ma per molti è stato un luogo di passaggio e – sia permesso dirlo – di formazione. «Compii 18 anni nel 1956 – mi diceva un antico frequentatore della Bassa, poi divenuto critico d’arte – A Guastalla c’era una tradizione: usciti idonei dalla visita militare che ti classificava “uomo”, si andava al casino per diventare adulti ad ogni effetto. La casa però si prestava anche per le persone timide o con difficoltà fisiche, che non potevano sfogare altrimenti il loro istinto maschile; c’era anche chi s’innamorava di quelle donne ed alcune di loro hanno iniziato una nuova vita».

Tra quei muri del sesso a tassametro è accaduto davvero di tutto: «Una volta portammo un nostro amico un po’ introverso perché facesse la sua prima esperienza – mi raccontava ridendo un altro cliente, un guastallese classe 1923 – Una ragazza gli si avvicinò, lo circuì e lo portò al piano di sopra, dove c’erano le stanze, ma lo vedemmo scendere nemmeno due minuti dopo, piuttosto contrariato. Incuriositi gli chiedemmo spiegazioni e lui ci disse che, alla richiesta di pagamento della marchetta, aveva risposto strabuzzando gli occhi “Quand i cuntadén i vé da me padar par far muntar li vachi dal nostar tòr, i’è lur ch’i paga, mia me!” (Quando i contadini vengono da mio padre per far montare le mucche dal nostro toro, sono loro che pagano, non io!)». Chi viveva la vita grama di quel tempo, tuttavia, ha potuto sperimentare l’altro lato delle prostitute che, smessa la veste “da lavoro”, mostravano un’umanità non comune. «Con noi erano gentili, cercavano di aiutarci – mi spiegava ancora l’ex “ragazzo di strada” – Una di loro mi comprò un paio di scapre, una addirittura mi propose di prendere il suo cognome, per l’affetto che aveva».

Di ciò non rimane traccia, come delle «passeggiate» delle prostitute che arrivavano in stazione ogni quindici giorni e, nel percorso in centro verso il casino, avevano addosso centinaia di sguardi, sfacciati o furtivi: tutto è chiuso dietro a quella porta che, fino a cinquant’anni fa, nascondeva un angolo d’inferno o di paradiso. Oggi come allora la prostituzione in sé non è illecita, ma lo sono molte condotte che la favoriscono: è contro la legge accompagnare la prostituta nel luogo in cui esercita o permetterle di cambiarsi dentro l’auto; commettono reato pure le prostitute che vivono insieme e prendono gli appuntamenti una per l’altra. Fin dall’inizio il dibattito sulla chiusura delle «case» coinvolse intellettuali di spicco come Indro Montanelli, che in Addio, Wanda! scrisse, destando clamore: «In Italia un colpo di piccone alle case chiuse fa crollare l’intero edificio, basato su tre fondamentali puntelli, la Fede cattolica, la Patria e la Famiglia. Perché era nei cosiddetti postriboli che queste tre istituzioni trovavano la più sicura garanzia»; pochi anni più tardi gli italiani intrigati dal mondo del meretricio (se non addirittura affezionati) fecero sparire rapidamente dalle librerie un volume piuttosto costoso come Quando l’Italia tollerava di Giancarlo Fusco (che andò a ruba anche nella ristampa del 1995) e molto tempo dopo non disdegnarono di guardare Paprika di Tinto Brass.

I frequentatori di allora ricordano con un certo lirismo, magari non sempre giustificato, quei tempi (si veda lo stesso Luciano De Crescenzo in Le donne sono diverse) e difficilmente apprezzano i risultati della legge Merlin: «Per eliminare il bubbone, lo sconcio dei casini, la Merlin di fatto ha creato un tumore – ha cetto con convinzione il futuro critico d’arte – perché non diede una valida alternativa a quelle donne, che finirono tutte nelle strade, fino alla situazione indecente di oggi». Chissà che penserebbero di loro Carfagna e gli altri?

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31 agosto 2008 – Gazzetta di Reggio: a questo collegamento troverete la pagina che ho scritto per il mio giornale, proprio in ricordo della vecchia “casa” di Guastalla. Non è stato facile trovare le testimonianze su quell’epoca, ancora meno reperire notizie sull’inizio dell’attività; è stata però un’avventura divertente che non potrò certo dimenticare. Mi sento in dovere di ringraziare infinitamente due colleghi: Andrea Melosi che due anni fa mi ha “buttato lì” l’idea, tra un sogghigno e un atto di fiducia, e Mauro Grasselli che ha creduto alla mia idea e l’ha fisicamente tradotta in pagina.

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