(2)9 settembre: racconto di una giornata dedicata a Lucio

Reggio Emilia non aveva mai dedicato manifestazioni particolari a Lucio Battisti, se si esclude qualche omaggio all’interno di Festa Reggio; per il decennale della scomparsa, la città ha deciso di affidarsi alla voce di Maurizio Vandelli ed all’ultimo prodotto del suo editore più noto (Francesco Aliberti), ossia il libro-intervista a Mogol, scritto da Claudio Sabelli Fioretti e Giorgio Lauro. Ho deciso di partecipare alla giornata pur con molte perplessità: come molti fan battistiani, non condivido il malvezzo di ricordare un grande artista solo in occasione del suo compleanno (il 5 marzo) o dell’anniversario della morte, visto che chi lo fa generalmente ha intenti meramente speculativi. Alla fine mi sono convinto ad andare, se non altro perché mi sarei occupato di presentazione e concerto per la Gazzetta di Reggio e mi sembrava stupido lasciare il servizio a qualcun altro: ecco dunque il racconto del mio 9 settembre 2008.

 

Prologo necessario: nel 1989 ho compiuto 6 anni e, qualche mese dopo, ha preso avvio la seconda edizione di Conto su di te, un gioco terribilmente divertente che Jocelyn conduceva su Raidue. Quell’anno il conduttore annunciò con orgoglio una nuova sigla di coda: si trattava di un medley di Maurizio Vandelli, accompagnato ad un filmato da lui diretto in Tunisia. Il primo brano (Un angelo blu) era affascinante, ma il secondo mi prese molto di più. Tutta mia la città fu la prima canzone che imparai a memoria e tentai maldestramente di suonare, appena misi le mani su una chitarra (il tutto fu rimandato a diversi anni dopo). Poco dopo la nuova versione del brano uscì nel nuovo disco dell’artista, 29 settembre ’89: l’album fu presentato, tra l’altro, a TeleMike, uno dei miei programmi irrinunciabili di allora. Fu in quell’occasione che scoprii quella canzone così particolare, che come titolo aveva la data del mio onomastico e che scandiva lo scorrere del tempo, prima e dopo il tradimento, con un giornale radio registrato appositamente: da allora, 29 settembre è diventata la mia canzone e il trampolino di lancio per il mondo di Lucio.

 

IL LIBRO. Arrivo a Reggio trafelato, perdendo i primi minuti della presentazione di Il mio amico Lucio Battisti: sul palco, oltre al moderatore, c’erano gli autori a dialogare con Vandelli. Mi basta molto poco per rendermi conto che, per quanto si cerchi di parlare di Battisti, alla fine si arriverà comunque a parlare soprattutto di Mogol-Battisti e di tutto quel mondo che è stato costruito intorno a quel binomio, mancando dunque il centro del bersaglio. La stessa costruzione dell’evento, se ci si pensa, è strana: due persone (gli autori del libro) presentano l’intervista ad un personaggio (Mogol) che a sua volta parla di un altro soggetto (Lucio) che, forzatamente assente, non può smentire eventuali inesattezze o pressapochismi.

Varie persone hanno in mano il libro, comprato per l’occasione: sempre per l’occasione, vai a sapere perché, è stata predisposta un’edizione limitata del volume (come recita una fascetta rossa in copertina) che di diverso dall’originale non sembra avere granché, a parte il prezzo (25 euro invece che 18). Quando me ne accorgo inizio a pensare male, ma dicono che sia lo sport preferito dai giornalisti quindi non ci faccio caso.

Dalle prime battute che ascolto del dialogo sul palco non posso non notare che le varie voci dipingono un ritratto di Lucio a tinte variabili: Claudio Sabelli Fioretti rinnova il cliché di un Battisti che appariva «molto insicuro, impacciato, piuttosto chiuso in sé»; Maurizio Vandelli, nemmeno due minuti dopo, ha dato un’idea ben diversa. «Io sono stato amico di Lucio, oltre che uno dei suoi grandi fans; per me era una delle persone più simpatiche e piene di vita che io abbia mai conosciuto, altruista nel carattere anche se quando era ora di pagare non c’era più». Un po’ della sicumera di Sabelli Fioretti sembra smontarsi, ma nemmeno troppo, visto che a tratti riemergono argomenti simili (magari nel parlare del rapporto dell’artista con le telecamere, per cui «uno psicologo avrebbe parecchio da dire sull’atteggiamento di Battisti»).

Passa un altro po’ di tempo e si cerca di sviscerare più o meno a fondo «l’alchimia del verso cantato» (come Gianfranco Salvatore ha definito il rapporto tra Mogol e Battisti) e qui appare un’altra sorpresa amarognola: nei due giorni che gli autori hanno trascorso al Centro Europeo Toscolano (l’accademia della musica fondata da Mogol in Umbria) è emersa una frase del tipo: «Io e Lucio non eravamo amici, ci frequentavamo un po’ di giorni l’anno per i dischi e poco più»; addirittura, Sabelli Fioretti lascia intendere che un’eventuale frequentazione più assidua avrebbe reso Lucio «insopportabile» agli occhi di Rapetti. La frase può suonare strana a molti (che magari per definire il legame dei due personaggi pensavano all’attacco di Sì viaggiare, «Quel gran genio del mio amico»), ma sicuramente sembra di cattivo gusto a chi ha comprato il libro, visto il titolo che gli è stato dato: furbata dell’editore o forzatura di qualcun altro?

Più genuina sembra la constatazione che legge il binomio Battisti-Mogol come «qualcosa di unico e non ripetibile, un rapporto forse non ancora sondato a fondo». Inevitabile, a questo punto, la domanda del moderatore: «Che pensate della fine del sodalizio?». Come è noto si è detto e scritto l’impossibile (e non si è mancato di snocciolare le varie componenti delle divergenze tra i due) e a chiosa della domanda Sabelli Fioretti sottolinea: «Mogol sostiene che tra i due è stato Lucio a perdere maggiormente da quel “divorzio”, eppure proprio Rapetti è indissolubilmente legato a quel binomio e per quello sarà ricordato, non certo epr qualche canzone scritta per Celentano e non so chi altro». Qui l’irritazione del sottoscritto aumenta: quel «non so chi altro» sembra denunciare una certa superficialità, come di chi non ha una piena conoscenza di quanto sta chiedendo (nel libro la cosa emerge in più punti). Paradossalmente si presenta molto più preparato e sobrio Giorgio Lauro, che invece nel libro è letteralmente “fagocitato” dal coautore: lo stile delle domande è quello tipico di Sabelli Fioretti, che nelle sue interviste sa solitamente essere incisivo, ma qui risulta piuttosto irritante.

L’ultima parte dell’incontro è la più triste, almeno per un battistiano autentico: quando si arriva in zona Veronese, ossia si sfiora l’argomento moglie-di-Battisti, non si può fare a meno di sbuffare. Ci sarà sempre qualcuno che parlerà della donna come di un’arpia rompiscatole, la «Yoko Ono della Brianza» o altre amenità simili, quando agli appassionati della musica di Lucio tutto questo non interessa punto. Uno spunto interessante, a questo proposito, è venuto da Vandelli, che ha ricordato alcune frasi della donna: «Ammetto, un po’ sono gelosa che tutt’Italia sia stata come sposata con mio marito, ma è mai possibile che ovunque vengano organizzati tributi e manifestazioni con sponsor usando il nome di Lucio e nessuno si sogni mai di chiedermi nulla?». Messo in questo modo, il ragionamento fila; qualcuno potrebbe inveire sostenendo che, grazie ai diritti d’autore e delle edizioni del song book di Lucio, le entrate per la famiglia Battisti sono già considerevoli, ma non si può far finta di nulla. In un certo senso (non dal punto di vista giuridico), «Lucio Battisti» è diventato un marchio e porta con sé tutti i rischi di ciò, dalla speculazione alla contraffazione (non tutte le tribute band sono brave). Sempre Vandelli ha ricordato: «Ho partecipato a due tributi televisivi a Lucio, uno Mediaset e uno Rai; in entrambi i casi più di un funzionario tv parlava male di Grazia Letizia e chiesi perché ce l’avessero tanto con lei: mi risposero “Lei rompe, vuole sapere …”. Non voglio dare ragione per forza a Grazia, ma rendiamoci conto che forse c’è un vizio di fondo, nel dare sempre la colpa a lei di tutto e nell’organizzare le cose senza nemmeno pensare di contattarla».

Ci sarebbe anche la “coda” del dibattito, legata alla presunta storia paranormale de L’arcobaleno, il brano che Mogol ha scritto per Celentano su musica di Gianni Bella. Mi rifiuto di aggiungere una sola parola ad una storia in cui la parte principale è svolta da una persona (una medium) che in seguito ha ritrattato tutto; tra parentesi, perché parlarne per forza nel libro, visto che tutto è stato smentito? In ogni caso, il dibattito finisce e l’appuntamento è per il concerto: esco con il libro in mano, ma solo perché mi è stato regalato (le dimensioni e il “contributo della provincia di Reggio Emilia” fanno pensare ad un volume di pregio, ma lasciarlo sullo scaffale di una libreria non sarà certo un peccato mortale).

 

IL CONCERTO. La sera pian piano arriva e piazza Prampolini – il luogo scelto per il concerto – si riempie molto in fretta: approfitto del momento per fare le interviste su Battisti che il giornale mi ha chiesto (ed è tutto meno che facile: sembra che le persone che hanno voglia di dire la loro e contemporaneamente non detestino essere fotografate siano una razza in estinzione). Il pubblico è davvero quanto di più eterogeneo si possa immaginare: curiosi, appassionati storici, giovani, persone che sono cresciute con le canzoni di Battisti; trovo persino alcuni illustri colleghi reggiani (Gianfranco Parmiggiani e Ciro Piccinini) seduti ad un tavolino in fondo alla piazza che, sorridendo, “se la contano” prima del concerto.

All’orario prestabilito, sul palco arrivano uno dopo l’altro i Miranda, il gruppo che accompagna Vandelli nelle sue esibizioni dal vivo da dieci anni: l’artista tiene a precisare che tutti loro suonano per davvero, niente playback (e meno male). Che i musicisti sappiano il fatto loro è subito chiaro: la macchina sonora che creano è perfetta per Mi ritorni in mente, il brano che apre il concerto nel nome di Lucio. Maurizio Vandelli è in gran spolvero, con blazer scuro, occhialini blu e coda d’ordinanza (che sembra di nuovo bionda, grazie al riflesso dei fari gialli). Il pubblico è presente, ma non è ancora caldo al punto giusto, così «il Principe» ci mette del suo e ricorda a tutti le sue origini ad Modna: «Oh, arzan, av voi sintìr!» e il pubblico risponde con energia.

Il repertorio dell’Equipe 84 (in formazione tradizionale o rimaneggiata) urge, per cui si susseguono rapidamente Bang bang (con una chitarra decisamente agguerrita), Casa mia e la sanremese 4 marzo 1943: arrivò terza nel 1971, anche se divenne molto più famosa nell’interpretazione del suo autore, Lucio Dalla. Per l’occasione, come il cantautore bolognese fa da anni, anche Vandelli ha cantato un testo molto vicino all’originale scritto da Paola Pallottino (il cui titolo doveva essere Gesù bambino), mentre la censura Rai fece sparire con agilità dalle liriche Madonne, ladri e puttane.

La serata si presta a varie “invasioni di repertorio”, così Ladri d’amore, una pagina interessante e nascosta scritta da Vasco Rossi, dà a Vandelli l’appiglio per eseguire due classici del Blasco (Vita spericolata ed Albachiara) che il pubblico canta con lo stesso entusiasmo dei brani precedenti. C’è spazio anche per un accenno all’esperienza dei «Sorapis», un gruppo nato quasi per caso a Cortina, capitanato da Zucchero e formato da altri musicisti di pregio (oltre a Vandelli c’erano Fio Zanotti, Dodi Battaglia, Umberto Maggi e il manager Michele Torpedine: dal loro disco Walzer d’un blues il «Principe» trae Ballantine Mood, un blues molto delicato che sorprende. Termina così la prima parte del concerto: Maurizio Vandelli lascia spazio ai Miranda per una rilettura rock molto coraggiosa di due “pietre miliari” come My way e What a wonderful world; quando torna sul palco, l’artista imbraccia la chitarra per un omaggio sincero e partecipato ai Beatles (Let it be, già incisa nell’Altra faccia di Maurizio Vandelli) e a Lennon (Imagine).

 

 

È il momento di riprendere tuttavia l’omaggio a Lucio Battisti (che nella prima parte era stato richiamato anche con la splendida Pensieri e parole): il non dedicare un intero concerto al suo repertorio è frutto di una scelta precisa. «Quando Lucio se ne andò per tre anni non aggiunsi alcuna delle sue canzoni al mio repertorio, mi sarei sentito uno sciacallo – spiega Vandelli – Solo più tardi ho aggiunto il medley che ancora suono in coda e, quando c’è stata la possibilità di incidere dischi, ho aggiunto qualche brano; tutto questo non per fare il furbo, il “paraculo” direbbe qualcuno, ma perché amo quei pezzi. Un giorno forse mi toglierò lo sfizio di suonare solo brani di Battisti, anche se in termini di diritti mi costerebbe molto».

Quando il pubblico riconosce La luce dell’est, parte spontaneo un applauso, che cresce progressivamente per Io vorrei, non vorrei… ma se vuoi ed esplode con la stessa potenza di Fiori rosa, fiori di pesco. Tutti, anche i più restii, si uniscono al coro e sembrano avere una gran voglia di ricordare l’artista scomparso dieci anni fa. «Se mi chiedi che senso ha ricordare Lucio dopo tutto questo tempo – mi dice Vandelli – io ti rispondo che non lo so, probabilmente la gente ha voglia di “restare” in un momento della vita in cui c’erano le canzoni di Lucio, di rivivere quelle storie, quelle emozioni; i momenti più intensi della vita, del resto, sono quelli brevi e una canzone è abbastanza breve».

Dei brani che Battisti e Mogol fecero incidere all’Equipe 84, due (Ladro e Hey ragazzo) hanno lasciato meno tracce, ma lo stesso non si può certo dire per gli altri due. L’ascolto di Nel cuore nell’anima, con il nuovo arrangiamento scritto da Vandelli, dà ancora grandi emozioni e prepara il pubblico alla gemma più preziosa. Dopo Tutta mia la città, tra le cover più fortunate dell’Equipe 84, è finalmente il turno di 29 settembre: fu proprio Vandelli il primo ad ascoltarla da Lucio, mentre suonava un pianoforte piuttosto stonato alla sede della Ricordi e fu sempre «il Principe», una volta che si decise di inserire la voce di uno speaker all’interno del pezzo (è davvero impossibile attribuire la paternità della scelta, sono in troppi a contendersela),a suggerire per la lettura del giornale radio Riccardo Paladini, il lettore “storico” dei primi telegiornali Rai; alla fine la parte toccò ad un’altra “voce” della radio (di cui nessuno sembra ricordare il nome), ma il pezzo non ne ha certo risentito, tant’è che fu il primo vero successo di Battisti come autore.

I bis sono una corsa a perdifiato tra gemme siglate Battisti-Mogol: dopo la gucciniana Auschwitz (che però Vandelli continua a cantare con le modifiche al testo apportate al tempo dell’Equipe), esplode un applauso all’inconfondibile riff di chitarra di Emozioni. Arriva poi il turno del medley di successi battistiani e nessuno sembra essere mai stanco di cantare: La canzone del sole, 7 e 40, Dieci ragazze e Un’avventura scorrono velocemente, trasportando il pubblico in piena atmosfera Sixties. «A chi, come te, non ha vissuto quel periodo – mi ricorda Maurizio – posso dire che c’era molta più positività in giro, era questa la causa dei “mitici anni ‘60”; il ’68 politico si gestiva da solo, c’era pieno di ragazzi che si sorridevano e convivevano, c’erano le prime esperienze psichedeliche, gli hippies, i movimenti pacifisti. C’era soprattutto una gran voglia di stare insieme, di fare l’amore contro la guerra; tutto era una scusa per stare bene insieme»; non si smette di stare insieme neanche con Il mio canto libero, che anzi viene cantata proprio in duetto coi fans.

La chiusura della serata, prevedibilmente, è affidata al successo più grande dell’Equipe 84, Io ho in mente te: il pubblico scatta tutto in piedi, battendo il tempo con vigore, e saluta l’artista che per circa due ore ha regalato emozioni, permesso di ricordare un artista che dieci anni non hanno minimamente cancellato dal cuore della gente.

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