Legge antiprostituzione: diamo loro voce (con Pia Covre)

È passato poco più di un mese da quando ho ricordato il cinquantenario della legge Merlin sulla prostituzione: già in quei giorni faceva rumore la presentazione di un disegno di legge, a firma dei ministri Mara Carfagna e Angelino Alfano, che puntava essenzialmente ad eliminare il fenomeno della prostituzione sulle strade. Di polemiche ce ne sono state varie, sia pure con toni e fini diversi. I partiti hanno strepitato molto, ma hanno avuto davvero poco spazio coloro che avvertiranno per davvero le conseguenze di un eventuale provvedimento, sulla cui legittimità si possono avere dei dubbi: mi riferisco, ovviamente, alle donne che lavorano come prostitute. Intendiamoci, giusto punire gli sfruttatori e giusto cercare di debellare la prostituzione minorile, ma si è valutato bene l’impatto di un’eventuale nuova normativa anche dal punto di vista delle donne e di coloro che si trovano a fare quella scelta? Pare proprio di no.

Per avere una risposta, in ogni caso, la strada più semplice è prendere il telefono e contattare il Comitato per i Diritti Civili delle Prostitute, un’associazione fondata nel 1982 da Carla Corso e Maria Pia Covre assieme ad altre professioniste e persone sostenitrici, per aiutare in vari modi le persone prostitute.

Io ho scelto questa strada, ho chiacchierato con Pia che si è dimostrata di una cortesia quasi imbarazzante: ha risposto con pazienza ad ogni mia domanda (alcune le ho preparate con l’amico Luca Lugli) e mi ha fornito molti spunti di riflessione. Anche questa volta, come ho fatto con Porpora Marcasciano, preferisco pubblicare la nostra conversazione per intero, con domande e risposte, inserendo mie considerazioni solo qua e là. Buona lettura.

Maria Pia Covre

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Ipotesi su Gesù, senza pregiudizi

Dovessi scegliere una definizione relativa alla mia fede, credo che adotterei il titolo di «cattolico inquieto», come l’ho conosciuto attraverso il mio collega Paolo Ghezzi. Nei miei limiti, ho sempre cercato di interrogarmi sulle cose, non accontentandomi mai di verità preconfezionate e cercando sempre, più che risposte, stimoli e spunti di riflessione. Non posso dire di esserci riuscito sempre, ma credo di essere uscito arricchito da molti confronti. Per questo ho sfogliato con curiosità e molta attenzione un libro che l’editore Coniglio ha pubblicato due anni fa: Gesù e i manoscritti del Mar Morto. L’autore, David Donnini, è appassionato di fotografia e discipline orientali, ma da tempo indaga anche su Gesù e sulla religione che da quella figura deriva (o crede di derivare). In questo periodo scrivere del Cristianesimo è tutto meno che semplice, soprattutto per chi ha idee “non allineate”: il rischio di essere accusati di anticlericalismo, di «sparare sulla Chiesa come tutti» è forte e, in qualche caso, anche ingiusto.

PROLOGO. David mi spiega di aver avuto uno dei suoi primi impatti con il personaggio di Gesù una trentina di anni fa, quando vide il film di Pier Paolo Pasolini Il Vangelo secondo Matteo. «Avevo poco più di vent’anni e pensavo di essere un non credente – racconta – ma rimasi letteralmente fulminato dal personaggio, tra l’altro Pasolini è stato l’unico ad aver rappresentato il racconto evangelico con assoluta fedeltà al testo. Dopo la visione ero combattuto tra l’avversione per la dottrina dogmatica e l’amore per i valori che il Vangelo rappresentava per me, la mia ricerca è iniziata proprio lì. Negli anni ho fatto molte scoperte, ma non ho mai smesso di amare quel messaggio, sento che può davvero salvare l’umanità. Del resto, a pensarci bene, l’ebraismo è una religione etnica, il messaggio islamico di fatto porta alcuni a combattere con la spada in mano, il buddismo è bellissimo ma porta in fondo a chiudersi in sé stessi, anche l’induismo in teoria è bellissimo ma prevede le caste: l’unica religione in cui c’è un dio davvero “padre di tutti gli uomini” è proprio il cristianesimo». Con la stessa chiarezza, peraltro, Donnini non è tenero nei confronti della Chiesa: «L’istituzione rischia di ridurre il messaggio cristiano ad una conchiglia senza vita, con molte cerimonie ma poco vissuto».

L’indagine su Gesù (che ha portato l’autore a scrivere il primo libro, Nuove ipotesi su Gesù, nel 1992) non è però mossa da intenti anticlericali. Donnini parte da una convinzione: è necessario passare da un cristianesimo «del presepio» ad un cristianesimo «dell’anima» e, per far questo, occorre capire che non è necessario credere ciecamente alla storicità delle vicende contenute nei libri per ritenere valido ciò che la religione insegna (lo stesso, del resto, vale per gli altri culti). I principi ed i valori trasmessi rimarrebbero validi e lodevoli anche se i fatti su cui si fondano dovessero risultare non rispondenti al vero, dunque non bisogna aver paura della ricerca. È una prospettiva che può spaventare alcuni, ma forse vale almeno la pena tentare di seguirla.

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Parrokkie perdute e “messe a punta”, firmate Ceres

Tra le esperienze che ho accumulato nel mio carniere estivo, c’è anche l’essere intervenuto per la seconda volta a FestaReggio: da sempre «Festa dell’Unità», quest’anno è stata legata al Partito Democratico ed interpretata soprattutto in chiave autoanalitica (per cercare di indagare tra i sostenitori le ragioni della sconfitta elettorale e capire come correre ai ripari). Una vera svolta per molti, che hanno visto sparire la festa di partito per antonomasia (anche se alcune edizioni locali mantengono il riferimento al vecchio organo del Pci); che l’aria sia cambiata, tuttavia, lo si è visto anche da alcuni elementi del programma, tra cui il dibattito cui ho partecipato io. Si trattava di ripercorrere un pezzo di storia di Reggio (e non solo) attraverso le pagine di Parrokkia progressive, romanzo d’esordio del mio amico Renato Ceres, di cui avevo già parlato nel vecchio blog.

La copertina di Parrokkia progressive

La copertina di Parrokkia progressive

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Tecnogas (Gualtieri): 600 persone in lotta

La terra in cui vivo è sicuramente un posto particolare. Ha dato i natali a persone diversissime, da Antonio Ligabue ai Nomadi, da Cesare Zavattini ad Anna Maria Artoni (l’ex presidente dei giovani industriali); è – a seconda delle voci cui prestare ascolto – il regno delle zanzare, una terra ospitale, un covo di rivoluzionari mangiapreti o un piccolo scrigno di cultura. In questi giorni, nostro malgrado, è più corretto dire che questa è «la periferia dell’impero» e circa 600 persone lo stanno sperimentando sulla loro pelle. Continua a leggere