Parrokkie perdute e “messe a punta”, firmate Ceres

Tra le esperienze che ho accumulato nel mio carniere estivo, c’è anche l’essere intervenuto per la seconda volta a FestaReggio: da sempre «Festa dell’Unità», quest’anno è stata legata al Partito Democratico ed interpretata soprattutto in chiave autoanalitica (per cercare di indagare tra i sostenitori le ragioni della sconfitta elettorale e capire come correre ai ripari). Una vera svolta per molti, che hanno visto sparire la festa di partito per antonomasia (anche se alcune edizioni locali mantengono il riferimento al vecchio organo del Pci); che l’aria sia cambiata, tuttavia, lo si è visto anche da alcuni elementi del programma, tra cui il dibattito cui ho partecipato io. Si trattava di ripercorrere un pezzo di storia di Reggio (e non solo) attraverso le pagine di Parrokkia progressive, romanzo d’esordio del mio amico Renato Ceres, di cui avevo già parlato nel vecchio blog.

La copertina di Parrokkia progressive

La copertina di Parrokkia progressive

L’autore, intervistato dal giornalista Vincenzo Cavallarin (responsabile comunicazione di DarVoce), ha raccontato nel dettaglio quel «mondino» tra gli anni ’70 e ’80, visto da un punto di osservazione particolare. Tutto ruota attorno alla parrocchia di Regina Pacis e alla chiesa nel vecchio quartiere popolare della Bainsizza, allora fatto di lunghi “casermoni” a quattro piani con ballatoi comuni, in cui si concentrarono sfollati di quartieri vicini, immigrati della montagna, profughi istriani e persone uscite dal manicomio o dal carcere: anche per questo, quella zona era chiamata spesso «Sing Sing».

A spiegare la particolarità di quella zona di Reggio è stato Mario Giaroni, reggiano (e consigliere comunale) nato in quel quartiere, consacrato anche nel libro attraverso il personaggio di Sassi. La chiesa di Regina Pacis sorse in seguito ad un voto dell’allora vescovo Brettoni: se Reggio Emilia fosse stata risparmiata dai bombardamenti della Seconda guerra mondiale (e dalle scorribande dell’aereo militare tristemente noto come «Pippo») sarebbe stata eretta una chiesa alla Madre del Signore. Come Dio volle, Reggio se la cavò e iniziò nel 1945 la costruzione della chiesa che sarebbe terminata solo nel 1958; giusto a fianco, sorse una vera propria istituzione per i reggiani, il cinema «Capitol» («Splendore» nel libro), per anni riferimento dei vari dibattiti culturali della città e crocevia per il passaggio di vari artisti e registi. Non troppo lontano da quel complesso, in piena Bainsizza, c’era invece la piccola chiesa di Santa Maria degli Angeli, risistemata grazie all’opera instancabile di don Giuseppe Dossetti, nipote dell’omonimo padre costituente (e reggiano d’adozione). Da oltre vent’anni Dossetti guida il Ceis, il centro di solidarietà cittadino impegnato soprattutto nella lotta alla droga; ma all’epoca di «Sing Sing» quell’uomo così acculturato si fece conoscere da tutti nelle doppie vesti di operaio e sacerdote che seppe valorizzare e cementare come nessun altro quella comunità particolare, anche grazie a vari esponenti del Pci di allora.

Messa beat a Guastalla (grazie a Gino Tosi)

Messa beat a Guastalla (grazie a Gino Tosi)

Quell’epoca è lontana qualche manciata di anni, ma la distanza sembra ancora maggiore: in quel periodo, per esempio, non era affatto scontato che i parrocchiani votassero per la Dc ed amassero le forme tradizionali della liturgia. Capitava in più sedi parrocchiali, specie ai confini tra Regina Pacis e la “succursale confederata” di Santa Maria degli Angeli, di sentir dire «sono cristiano, dunque demoproletario», quando oggi solo chi ha buona memoria può interpretare il significato dell’ultima parola; tra i fedeli, soprattutto giovani, c’era entusiasmo nell’animare le messe con testi biblici adattati ai successi di Simon & Garfunkel e Crosby Stills Nash & Young. Non c’è del resto da stupirsene, visto che quel fenomeno musicale ebbe in Reggio uno dei suoi punti focali e la provincia pare vanti addirittura uno dei primati a proposito della «messa beat»: quella sorta di “rivoluzione” che alla fine degli anni ’60 fece entrare nelle chiese chitarre e bassi, innovando il repertorio liturgico e avvicinando i giovani al canto e alla preghiera, partì da Roma nel 1967, arrivò a Bologna e, come terza località, il 7 dicembre 1968 conquistò proprio la mia Guastalla (più esattamente la chiesa della Beata Vergine della Porta). 

Tutto quel fenomeno, tuttavia, secondo Ceres alla lunga ha provocato danni, fino ad una sostanziale desacralizzazione di tempi e luoghi («Siamo praticamente l’unica religione che rinuncia alla lingua sacra, come era per noi il latino»): nel dibattito è venuto così spontaneo pensare al presente della Chiesa e al ruolo di Benedetto XVI, in bilico tra catechesi e «difesa della fede», che raccoglie consensi e critiche tra gli stessi fedeli (oltre che tra i relatori della serata). Per chi è capitato volutamente o per caso nella sala libreria di FestaReggio fa un certo effetto sentir parlare di messa di san Pio V, incenso e liturgia in latino nel «tempio» di tante feste dell’Unità: secondo Mario Giaroni (che ha seguito da vicino la nascita dei primi canti …) i tempi sono davvero cambiati.

Il nuovo libro di Ceres

Il nuovo libro di Ceres

Ceres (il cui stile di narrazione è stato analizzato da Massimo Tassi, direttore della rivista Yorik) rende Reggio ipoteticamente protagonista del mondo religioso anche nel nuovo libro uscito pochi mesi fa, La messa a punta (il 19 novembre io, Cavallarin e l’autore lo presenteremo il 19 novembre a Reggio Emilia, presso la libreria Infoshop Mag6 – via Sante Vincenzi 13/A). Ceres si fa narratore come nel libro precedente, ma questa volta si libera dalle briglie del plot romanzesco e propone una raccolta di racconti che gli permette di trasfigurare scene vissute e personaggi tanto improbabili da essere veri. Dalle pagine emergono donne insospettabili che conservano una sterminata documentazione sugli abiti monacali e famiglie gioiosamente oppresse dalla febbre da luna-park;  si assaggiano presentazioni di libri con finale a sorpresa, “tempi-maschi” e “tempi-femmina”, suggerimenti e riflessioni per una ricerca di ciò che è autenticamente nostrano (e il bilancio sembra piuttosto magro, visto che elementi genuinamente reggiani, non rubacchiati da altri, secondo Ceres sono solo le vele di Calatrava, gli «asili più belli del mondo» e l’erbazzone). Dal punto di vista religioso, al racconto grottesco di una celebrazione estiva sciatta e piena di abusi (che deve aver turbato non poco l’autore, appassionato cultore della liturgia), si contrappongono due quadri utopici ma che meritano attenzione, rispetto e (magari) un po’ di impegno. Da una parte, un giovane professore ottiene l’istituzione di una coraggiosa «aula di religione», svelando un lato inedito ed affascinante di una materia spesso vilipesa; dall’altra, un geometra riprogetta un quartiere di Reggio, trasformandolo in un «arcipelago» in cui convivono pacificamente culture e culti diversi. Sono utopie, lo si diceva, ma solo a Reggio potrebbero prendere corpo (e solo a Reggio potrebbe esistere un istituto tecnico «Felice Dimòndi», un pun sportivo-vernacolare per intenditori); chissà che qualche testa più matta delle altre non prenda Ceres in parola.

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