Ipotesi su Gesù, senza pregiudizi

Dovessi scegliere una definizione relativa alla mia fede, credo che adotterei il titolo di «cattolico inquieto», come l’ho conosciuto attraverso il mio collega Paolo Ghezzi. Nei miei limiti, ho sempre cercato di interrogarmi sulle cose, non accontentandomi mai di verità preconfezionate e cercando sempre, più che risposte, stimoli e spunti di riflessione. Non posso dire di esserci riuscito sempre, ma credo di essere uscito arricchito da molti confronti. Per questo ho sfogliato con curiosità e molta attenzione un libro che l’editore Coniglio ha pubblicato due anni fa: Gesù e i manoscritti del Mar Morto. L’autore, David Donnini, è appassionato di fotografia e discipline orientali, ma da tempo indaga anche su Gesù e sulla religione che da quella figura deriva (o crede di derivare). In questo periodo scrivere del Cristianesimo è tutto meno che semplice, soprattutto per chi ha idee “non allineate”: il rischio di essere accusati di anticlericalismo, di «sparare sulla Chiesa come tutti» è forte e, in qualche caso, anche ingiusto.

PROLOGO. David mi spiega di aver avuto uno dei suoi primi impatti con il personaggio di Gesù una trentina di anni fa, quando vide il film di Pier Paolo Pasolini Il Vangelo secondo Matteo. «Avevo poco più di vent’anni e pensavo di essere un non credente – racconta – ma rimasi letteralmente fulminato dal personaggio, tra l’altro Pasolini è stato l’unico ad aver rappresentato il racconto evangelico con assoluta fedeltà al testo. Dopo la visione ero combattuto tra l’avversione per la dottrina dogmatica e l’amore per i valori che il Vangelo rappresentava per me, la mia ricerca è iniziata proprio lì. Negli anni ho fatto molte scoperte, ma non ho mai smesso di amare quel messaggio, sento che può davvero salvare l’umanità. Del resto, a pensarci bene, l’ebraismo è una religione etnica, il messaggio islamico di fatto porta alcuni a combattere con la spada in mano, il buddismo è bellissimo ma porta in fondo a chiudersi in sé stessi, anche l’induismo in teoria è bellissimo ma prevede le caste: l’unica religione in cui c’è un dio davvero “padre di tutti gli uomini” è proprio il cristianesimo». Con la stessa chiarezza, peraltro, Donnini non è tenero nei confronti della Chiesa: «L’istituzione rischia di ridurre il messaggio cristiano ad una conchiglia senza vita, con molte cerimonie ma poco vissuto».

L’indagine su Gesù (che ha portato l’autore a scrivere il primo libro, Nuove ipotesi su Gesù, nel 1992) non è però mossa da intenti anticlericali. Donnini parte da una convinzione: è necessario passare da un cristianesimo «del presepio» ad un cristianesimo «dell’anima» e, per far questo, occorre capire che non è necessario credere ciecamente alla storicità delle vicende contenute nei libri per ritenere valido ciò che la religione insegna (lo stesso, del resto, vale per gli altri culti). I principi ed i valori trasmessi rimarrebbero validi e lodevoli anche se i fatti su cui si fondano dovessero risultare non rispondenti al vero, dunque non bisogna aver paura della ricerca. È una prospettiva che può spaventare alcuni, ma forse vale almeno la pena tentare di seguirla.

VANGELI, FILM, PERSECUZIONI. Il discorso di Donnini parte dai Vangeli, libri che sembrano avere una struttura a strati: nei testi convivono tradizioni del messianismo ebraico, altre relative al movimento giudaico-cristiano (dunque fino agli anni immediatamente successivi alla morte di Cristo), altre ancora discendenti – più o meno direttamente – da Paolo di Tarso, nonché varie correzioni apportate nel tempo dai Padri della Chiesa, in sede conciliare o di traduzione. Personalmente la cosa non mi stupisce affatto, è abbastanza naturale che in un testo che è passato attraverso molte mani si mescolino elementi di varia natura, così come è possibile che questo pot pourri dia origine a contraddizioni più o meno manifeste (accade anche, tanto per dire, nel Corano).

Non mi turba nemmeno un’operazione necessaria, compiuta dall’autore: togliere qualsiasi valore storico-realistico ai vari film kolossal che nel tempo sono stati girati, da Ben Hur alla Tunica, tanto per ricordarne due. È anche attraverso pellicole come queste che si sono radicate tra i fedeli conoscenze non rispondenti al vero, a partire dall’immagine delle catacombe come luoghi di culto dei primi cristiani, ricavati sottoterra per fuggire alle persecuzioni: erano semplicemente cimiteri ricavati in cunicoli, dalle dimensioni ben definite e non certo collegati tra loro (gli storici lo segnalano da tempo).

Le stesse persecuzioni contro i cristiani meritano di essere osservate con più attenzione: di base l’idea di azioni violente scatenate soltanto da un fattore religioso convince poco, dal momento che i Romani non hanno mai osteggiato i culti diversi dal loro (lo dimostra proprio la presenza di vari culti nell’Urbe); occorre allora chiedersi cosa possa aver dato origine alla violenza romana. La ragione, probabilmente, va ricercata essenzialmente nel timore di una sollevazione politica da parte della gente di Palestina; della nascente o nascitura religione i Romani non osteggiavano i principi di fede (semplicemente non se ne curavano), ma soltanto il fatto che un Messia incitasse il popolo affinché mettesse in discussione la sottomissione all’impero di Roma. Questo passaggio può risultare poco chiaro, ma Donnini segnala come nelle fonti romane non si parli mai di «Gesù», cioè di quella determinata persona, bensì soltanto di «Cristo», un titolo che in greco significa «unto», proprio come la parola «Messia» in ebraico. Nel nostro Gesù, dunque, i Romani vedevano sostanzialmente un agitatore che rischiava di compromettere il dominio dell’impero, per cui i suoi seguaci meritavano la repressione.

Supero senza problemi anche la parte del libro in cui l’autore ricorda come il Cristianesimo non sia certo l’unica religione che prevede una nascita verginale ed una risurrezione dai morti di un essere divino (l’egizio Osiride ed il persiano Mitra ne sono esempi); leggo poi con curiosità la trattazione legata agli “eventi straordinari” (compresi i miracoli), in cui si critica tanto un approccio fideistico (che ritiene che il racconto miracoloso rispetti alla lettera lo svolgimento dei fatti) quanto un atteggiamento eccessivamente razionalistico, che bolla le narrazioni dei miracoli come esercizio di fantasia, senza arrivare a comprenderne il valore simbolico. L’uso di simboli nella Bibbia non è certo una novità (soprattutto nell’Antico Testamento, a partire proprio dalla creazione), ma può essere utile ricevere un’altra lettura di episodi come la maledizione del fico sterile, della moltiplicazione dei pani o della Samaritana al pozzo.

David Donnini

David Donnini

LA SVOLTA DI QUMRAN. Dopo aver messo in chiaro questi elementi di base, David Donnini affronta il passaggio obbligato delle «nuove ipotesi su Gesù»: si tratta dei manoscritti del Mar Morto, ritrovati nel 1947 a Qumran. Quei rotoli di pelle, conservati in giare che erano rimaste per secoli in alcune grotte esistenti nei pressi del lago salato, furono ritrovati da un giovane pastore arabo poco prima della nascita dello stato di Israele: finiti in parte in mano giordana, in parte agli israeliani, sono stati studiati ed in gran parte pubblicati. Si tratterebbe degli scritti di una «setta ebraica dissidente», autoesiliatasi nella zona del Mar Morto; c’è chi identifica quegli uomini negli Esseni, altri sottolineano la forte componente zelotica, cioè di coloro che sostenevano con forza l’indipendenza politica del regno ebraico e combattevano con le armi i Romani “invasori”.

Dall’analisi dei testi emergono paralleli interessanti tra alcuni punti cardine del cristianesimo (in particolare i sacramenti del battesimo, dell’eucaristia e della confessione) e i riti del gruppo di Qumran, nonché vari altri elementi rintracciabili tanto nel pensiero di Gesù quanto in quello della setta in questione. Donnini fa notare, per esempio, come nelle invettive di Gesù siano comprese tutte le componenti della società palestinese del tempo, eccezion fatta per gli Esseni, che ritenevano allo stesso modo corrotti Scribi, Sadducei e Farisei; il Gesù del Vangelo di Giovanni, poi, utilizza la contrapposizione «Figli della Luce – Figli delle Tenebre», che si ritrova pressoché identica negli scritti di Qumran, oppure si ritrovano citazioni identiche. La figura di Cristo, in più, secondo l’autore si inserisce perfettamente in un quadro di «escatologia messianica», in base alla quale si attende un cambiamento forte, radicale “alla fine dei tempi”, per opera di un Messia che sconfigge il male e faccia trionfare il bene: un concetto che gli Esseni avevano decisamente chiaro e che dai loro scritti emerge pienamente.

Il Vangelo di Giovanni, poi sembra riservare un’altra sorpresa: la datazione dell’Ultima cena in base a quella versione (che peraltro non riporta l’istituzione dell’Eucaristia come i Vangeli sinottici) sembra infatti coincidere con il calendario solare degli Esseni, più che con quello lunare degli ebrei; il ruolo di Gesù, poi, sembra coincidere con quello che gli scritti di Qumran assegnano al sacerdote nelle assemblee di almeno dieci uomini (il libro riporta con precisione le fonti); un parallelo simile si può istituire anche per le “procedure di ammissione” alla comunità essena e ai primi nuclei cristiani, con un atto battesimale. Le similitudini rintracciabili sono altre (a partire dal «pozzo delle acque vive» che ricorda decisamente l’incontro di Gesù con la Samaritana), ma colpisce soprattutto notare come la comunità di Qumran utilizzasse spesso il nome «Damasco» per definire sé stessa o il luogo in cui si è ritirata (richiamando alcuni profeti, secondo i quali nell’attuale capitale siriana sarebbe stata esiliata la parte migliore dei figli di Israele): ciò potrebbe far concludere che Paolo di Tarso, inviato come persecutore «a Damasco», dovesse accanirsi proprio con i qumraniani (sui quali aveva autorità, a differenza di un’eventuale spedizione in Siria).

Una grotta di Qumran

Una grotta di Qumran

VANGELI SCRITTI DA (E PER) NON EBREI. Il blocco precedente contiene vari elementi di interesse: come per quelli che seguiranno, non ho le conoscenze sufficienti per poterne valutare la bontà o la credibilità, ma penso che meritino almeno una riflessione. Successivamente Donnini torna ad occuparsi di qualcosa che è di certo non può scandalizzare chi ha un minimo di conoscenza biblica: la datazione e l’analisi strutturale dei Vangeli canonici. È ormai noto che, dei tre Vangeli sinottici (Matteo, Marco, Luca), viene datato anteriormente quello di Marco, il cui contenuto è stato utilizzato dagli altri due come fonte, unitamente ad altro materiale (comune o esclusivo) degli altri “evangelisti”.

Per tutti e quattro i Vangeli canonici, Donnini fa notare come siano stati scritti per non ebrei da non ebrei (e non esperti delle usanze di quel popolo), che non hanno assistito direttamente ai fatti narrati. Tutto ciò sarebbe testimoniato dalle varie incongruenze tra i racconti, da germi di antisemitismo mescolato ad un atteggiamento più indulgente nei confronti dei romani; alcuni passi sembrerebbero tradire una conoscenza approssimativa dei costumi e delle leggi degli Ebrei (come negli episodi che parlano di maiali o nello stesso processo a Gesù, del tutto inaccettabile per l’epoca – ma quest’ultima cosa ci potrebbe stare comunque, se liberarsi di una figura simile era così urgente qualcuno non si sarebbe fatto troppi scrupoli).

Il Vangelo di Marco, in ogni caso, sembra non possa risalire a prima del 70 d. C., se non altro perché tanto quel racconto, quanto quelli di Matteo e Luca, attraverso le profezie apocalittiche di Gesù sul tempio e su Gerusalemme descrive con incredibile precisione le scene dell’assedio di Tito a Gerusalemme: viene difficile pensare che un racconto così aderente a quanto hanno trasmesso storici come Giuseppe Flavio possa essere concepito prima di quell’evento (anche se lo stesso Donnini dà conto di un’altra interpretazione di quei brani, come riferiti alla minaccia dell’imperatore Caligola di installare sue statue all’interno del tempio ebraico, un atto certamente sacrilego, che peraltro non fu eseguito proprio per la morte dell’imperatore). Il fatto stesso che in uno dei frammenti ritrovati a Qumran (il 7Q5) sia stato ritrovato un testo pressoché identico a due versetti del Vangelo di Marco non sposterebbe indietro nel tempo la nascita del libro (anche perché si spiegherebbe difficilmente la presenza di un Vangelo nella comunità di Qumran); potrebbe trattarsi di una fonte preesistente, cui i compilatori del testo evangelico hanno attinto.

Donnini osserva come il secondo Vangelo sia stato scritto in greco per la comunità di Roma che seguiva «una giovane disciplina che Paolo aveva elaborato attraverso la revisione del messianismo ebraico, e che non esisteva in Palestina»: lo studioso, assieme ad altri colleghi, sottolinea infatti come il cristianesimo noto a noi non sia affatto creazione di Gesù Cristo (ebreo a tutti gli effetti, forse legato agli esseni), bensì di Shaul, cioè di Paolo di Tarso, l’uomo nuovo.

Il Titulus crucis

Il Titulus crucis

BARABBA «FIGLIO DEL PADRE» E IL NAZARENO. Un intero capitolo è poi dedicato ad una figura singolare del racconto evangelico, Barabba, noto perché la folla lo preferì a Gesù, quando Pilato propose la liberazione di un detenuto per la Pasqua. Donnini, partendo dalla versione in greco di Mt 27, 16 («Avevano in quel tempo un prigioniero famoso, detto Barabba», secondo il testo Cei in uso fino a poco tempo fa), mette in crisi la rappresentazione tradizionale di quell’uomo come uno zelota che aveva partecipato a una sommossa e si era macchiato di un omicidio (la smentiscono anche alcuni dei Vangeli). C’è di più: in alcune versioni greche di quel passo, non si trova l’espressione «detto Barabba», bensì «Gesù Barabba».

Lo stupore del lettore a questo punto è legittimo: c’erano dunque due Gesù imprigionati nel pretorio? E se «Barabba» sembra un soprannome, un titolo (come lo è Cristo), che significa? Considerando che il prefisso Bar in aramaico significa «Figlio di» (come avviene anche in altri nomi biblici) e che Abbà, come è noto, vuol dire «Padre» (lo usa Gesù stesso), quel soprannome non può che significare «Figlio del Padre» e potrebbe addirittura stare per «Figlio di Dio», visto che Abbà era uno dei termini che nel parlato sostituiva il nome di Dio YHWH, impronunciabile per gli ebrei. Questa singolare circostanza fa sì che non si possa dire con certezza chi fossero davvero le persone condotte davanti a Pilato, né prima ancora si può esser certi che gli uomini fossero davvero due: c’è chi ipotizza uno sdoppiamento di persona (come si è immaginato per altri personaggi evangelici), mentre altri pensano piuttosto ai due Messia, così come li intendevano gli Esseni-zeloti (un capo politico, messia di Israele e un capo spirituale, messia di Aronne).

Continuando a parlare del racconto della Passione di Cristo, si può ricordare come sul titulus crucis (l’iscrizione che Pilato fece affiggere sopra al capo di Gesù) fosse riportata la dicitura Iesus Nazarenus Rex Iudaeorum: ad interessarci, ora, è la seconda parola. Se «Nazareno» è sempre stato tradotto come «originario di Nazaret», secondo Donnini occorrerebbe rivedere questa consuetudine. L’espressione non indicherebbe affatto una nascita di Gesù a Nazaret, anche perché non è provato che quella città esistesse ai tempi di Gesù, né tantomeno si può esser certi che l’insediamento non ci fosse: è curioso però che nella Nazaret attuale manchino del tutto resti archeologici del primo secolo dopo Cristo (presenti invece in altri siti attraversati dal Figlio di Dio, a partire da Cafarnao) e che nessuno storico del tempo (nemmeno il più autorevole, Giuseppe Flavio) abbia mai parlato di un insediamento proprio in quella zona. «Nazareno» avrebbe piuttosto un collegamento con il termine «nazireato», che nell’Antico testamento indicava lo stato di purezza e santità tipico di alcune persone che hanno accettato un voto: ciò avrebbe dato origine a una parola molto simile, che nei vangeli apocrifi delle origini contraddistingue i seguaci di Gesù, «Nazorei»; uno slittamento di significato simile, secondo Donnini, sarebbe avvenuto con il termine greco all’origine di «cananeo», da leggere non come attributo geografico ma come «zelota», in base all’etimologia ebraica.

C’è di più: tanto Donnini, quanto altri studiosi dubitano seriamente che l’attuale città di Nazaret possa avere i requisiti per essere la patria di Gesù, dal punto di vista geografico e dell’aderenza al racconto evangelico (in cui si parla di una città su un monte, a ridosso di un precipizio, mentre l’odierna Nazaret è situata tra le colline). Queste ed altre caratteristiche, piuttosto, si ritroverebbero in un altro insediamento: Gamala, in prossimità del lago di Tiberiade (oggi Kinneret) ma sulla sua sponda orientale, nel territorio del Golan occupato da Israele durante la Guerra dei Sei Giorni. Proprio quella città era il «quartier generale» degli zeloti, che in quella zona erano chiamati «galilei» e più volte avevano messo in seria difficoltà i Romani, almeno finché il futuro imperatore Vespasiano non la distrusse per sempre.

Secondo Donnini, il potere romano era duro nei confronti dei cristiani (cioè dei «messianisti», etimologicamente parlando) perché mai avrebbero accettato di riconoscere l’imperatore come loro padrone ed erano considerati sempre sul punto di fomentare rivolte; nella proposizione del cristianesimo alle genti (Romani in primis) che inizia proprio con Paolo di Tarso, dunque, doveva essere necessario “demessianizzare” il più possibile la figura di Gesù, anche evitando ogni riferimento alla città di Gamala, triste ricordo per Roma. Ciò nonostante, i Romani per lungo tempo non furono in grado di distinguere il “neo-cristianesimo” elaborato da san Paolo da messianismo giudaico-cristiano che li spaventava tanto, per cui si ripeterono varie persecuzioni (Donnini mette anche in luce il parallelo tra il martirio cristiano e quello degli zeloti).

IL DISCEPOLO AMATO. Prima, nel parlare di Vangeli ed evangelisti, per l’ultima parola ho scelto di usare le virgolette: è lo stesso autore a ricordare che occorre mettere un po’ di ordine nelle conoscenze che riguardano gli autori dei testi evangelici. Chi conosce le scritture, del resto, sa da tempo che il primo ed il quarto Vangelo, per esempio, non possono essere stati scritti dagli apostoli Matteo e Giovanni, tanto per ragioni cronologiche (avrebbero dovuto scrivere quei testi ad un’età allora non raggiungibile), quanto per motivi socio-culturali (ad esempio, i Vangeli non sono stati scritti in ebraico o aramaico, ma in greco, lingua sconosciuta a persone nelle stesse condizioni dei due apostoli).

Il Vangelo di Giovanni, peraltro, richiede un approccio molto più attento, proprio a partire dalle differenze riscontrabili rispetto ai testi sinottici. Nella quarta narrazione mancano vari episodi (tra cui l’istituzione dell’Eucaristia) mentre ne sono presenti altri non citati altrove; lo stesso può dirsi dei personaggi, compresi gli stessi apostoli di Gesù. A creare dubbi tuttavia è soprattutto il «discepolo che Gesù amava», che la tradizione (anche grazie all’ultimo capitolo del Vangelo, secondo molti frutto di un’aggiunta successiva) identifica nell’autore del testo evangelico e in Giovanni, figlio di Zebedeo e fratello di Giacomo, spiegando l’anonimato con una certa ritrosia a voler comparire in prima persona.

Donnini dà un’altra spiegazione, a partire dalla versione greca della risurrezione di Lazzaro (presente solo nel Vangelo di Giovanni e non nei sinottici): prima che il miracolo avvenga, si legge «Il tuo amico è malato», ma il testo greco sembra piuttosto significare «Colui che ami è malato». Potrebbe essere dunque Lazzaro il discepolo amato da Gesù? L’autore ed altri studiosi ritengono che vi sia stato un vero e proprio “sdoppiamento di persona” e che qualcosa di simile sia accaduto, tra l’altro, con Maria Maddalena e la sorella di Lazzaro, Maria di Betania, due identità dello stesso personaggio (almeno questo sembrerebbe, a confrontare gli episodi dell’unzione di Gesù). Ricordando l’esistenza di tradizioni che accreditano la Maddalena come moglie di Gesù, sarebbe immaginabile che Lazzaro fosse in qualche modo imparentato con Cristo e ben potesse essere «il discepolo amato» del vangelo di Giovanni; Donnini si spinge ancora più in là, avvicinando la figura evangelica di Lazzaro a quella di Elazar, autorità politica e spirituale, parente del capo zelota di Gamala e riparato a Masada (sulle sponde del Mar Morto) dopo la distruzione romana di Gerusalemme.

Icona di San Paolo

Icona di San Paolo

IL CRISTIANESIMO DI PAOLO. Da ultimo Donnini (prima di ricapitolare il rapporto tra Cristo e Qumran e di indagare in parte sull’Antico testamento) torna su una questione accennata più volte: il fatto che il cristianesimo non sia “figlio” di Gesù, bensì di Paolo di Tarso. Di lui (e dunque di Shaul-Saulo) si sa piuttosto poco, soprattutto della prima parte della sua vita e dell’ultima: persino negli Atti degli Apostoli se ne perde traccia. Fabbricante di tessuti, probabilmente ben noto ai Romani, spesso in viaggio per affari (e, in seguito, anche per fare proseliti), Saulo era un ebreo ricco di contatti con i “gentili”, cioè coloro che professavano religioni diverse: la sua figura emerse in un momento in cui la società ebraica conosceva non poche tensioni politico-religiose. La contrapposizione più feroce era tra gli «hassidici», ebrei ortodossi con una forte connotazione messianista (zeloti ed esseni possono rientrare in questa categoria), e le classi dominanti di Israele, in particolare sadducei e farisei, anti-messianisti e non di rado “collaborazionisti” con i Romani.

Secondo la ricostruzione di Donnini, in una prima fase il benestante Saulo sarebbe stato coinvolto nella repressione politica (con tanto di eliminazioni fisiche) dei messianisti, compresi i “proto-cristiani” ancora non ben distinguibili; «In un secondo tempo, rendendosi conto che la repressione non serviva a molto, Paolo si rese conto che avrebbe potuto fermare il messianismo attraverso un’altra ideologia – spiega l’autore – Occorreva un altro messianismo, non antiromano e meno bellicoso, ma più convincente».

Quel nuovo messianismo, secondo Donnini, sarebbe proprio il Cristianesimo che trarrebbe gran parte dei suoi elementi fondanti da altri culti gentili del tempo o del passato (dalla nascita verginale alla risurrezione) ed all’ebraismo assomiglierebbe davvero poco; lo stesso Gesù dei Vangeli non sarebbe affatto quello “vero”, ma la ricostruzione che ne ha fatto il suo “ex-nemico” Paolo e i suoi seguaci. Ciò avrebbe permesso una penetrazione del cristianesimo (o neo-cristianesimo, se si vuole marcare la distanza rispetto alle origini) più agevole all’interno delle terre toccate da Paolo; tutto questo mentre Giacomo e Pietro, apostoli della prim’ora, non accettavano la presenza di non circoncisi tra i fedeli (a conferma, secondo Donnini, del fatto che Gesù era ebreo a tutti gli effetti e per gli ebrei predicava).

«Il processo di “elaborazione” del Cristianesimo conosce varie tappe – mi spiega David – Il tutto si è svolto nell’arco di almeno tre o quattro secoli e ad ogni momento storico corrispondono interessi diversi cui ricollegare le azioni. San Paolo probabilmente riconosceva la pericolosità degli zeloti e voleva traghettare il loro messianismo verso una forma più spirituale. L’intento, in questo senso, è comprensibile e non posso certo disprezzare Paolo di Tarso anche se ha eseguito forzature, ma del resto chi non lo ha fatto? Il discorso è completamente diverso in epoca costantiniana, in cui c’è tutto l’interesse ad utilizzare la dottrina: da questo punto di vista Eusebio di Cesarea, vescovo della città all’epoca di Costantino, mi sembra davvero un  “servo del sistema”».

 

GESÚ, IL MATRIMONIO E LA MADDALENA. Lo scorso anno la Coniglio editore ha dato alle stampe un nuovo libro di David Donnini: Il matrimonio di Gesù. Ammetto che mi ha entusiasmato meno del precedente, se non altro perché gran parte del libro rielabora e pone in ordine più logico molto materiale già presente nel volume precedente. In più la scelta di pubblicare il testo in coda alle polemiche che hanno seguito la trasposizione cinematografica del Codice Da Vinci, probabilmente ha esposto il libro a moltissime critiche, soprattutto da parte degli ambienti cattolici più “integralisti” e combattivi che hanno bollato l’uscita del libro come un tentativo di lucrare sulla polemica (Donnini peraltro è il primo a dimostrare che non ha guadagnato affatto da tutto ciò).

A dispetto del titolo del volume, dell’eventuale matrimonio di Gesù si parla soltanto negli ultimi tre capitoli del libro: dopo aver sottolineato che il personaggio di Maria di Magdala sembra essere presente nel Vangelo anche con la controfigura di Maria di Betania, sorella di Lazzaro, l’autore fa notare come vari passi evangelici, in particolare i racconti della crocifissione, della sepoltura e della risurrezione possano testimoniare un rapporto decisamente particolare tra la donna e Gesù (anche se del matrimonio tra i due c’è traccia soltanto nel vangelo gnostico di Filippo). Donnini ricorda la regola in base alla quale chi veniva chiamato con il titolo di «rabbì» – segno di una notevole autorità religiosa – doveva essere sposato, né tantomeno si parla esplicitamente di un celibato di Gesù (c’è anche una rilettura interessante dell’episodio delle nozze di Cana). È lo stesso autore, peraltro, a dire che «oggi non abbiamo una documentazione storicamente valida per dire se Gesù era sposato o non lo era. E dubito che ce l’avremo mai».

La risposta alla domanda è difficile anche perché potrebbe tornare in gioco la teoria dei due Messia già vista prima. «L’ipotesi più verosimile – mi spiega David – è che la sintesi paolina sia stata fatta partendo da due realtà storiche: il messia di Davide/Israele, capo politico, che sarebbe stato un uomo realmente sposato, e il messia di Aronne, figura sacerdotale legittimamente celibe». Lo stesso Vangelo alterna un volto regale ed uno sacerdotale di Gesù (e le versioni della natività di Matteo e Luca si pongono nello stesso modo); in alcuni vangeli apocrifi poi si parla di Giovanni figlio di Zaccaria (quindi Giovanni il Battista) destinato a «regnare in Israele con il Cristo», anche se lo stesso Donnini valuta questo elemento come semplice «segno curioso».

* * *

EPILOGO. Come si esce dalla lettura dei due libri? Conosco persone che si affretterebbero a dire che si tratta di volumi pericolosi, che possono far vacillare la fede dei semplici, facendoli pensare «Tutte bugie, quelle che mi hanno raccontato?». Non escludo che questo possa in qualche caso avvenire, ma non è un buon segno: innanzitutto sarebbe l’ennesima prova dell’ignoranza di molti di noi cristiani. Non mi tolgo dalla mischia, anche per me varie cose erano nuove, ma non mi hanno certo stupito molte affermazioni e considerazioni, soprattutto tra quelle iniziali.

Secondariamente, credo che sia importante l’atteggiamento con cui Donnini si rivolge al lettore, il che dovrebbe condizionare anche l’approccio del lettore stesso. L’autore non cerca di convincere, non vuole smontare a tutti i costi, non sbraita: propone, suggerisce e, soprattutto, è disponibile al dialogo. «Se domani qualcuno mi dimostrasse che nel mio ragionamento o nelle ricerche c’è un errore – mi spiega – se lo provasse in modo inconfutabile, non avrò difficoltà a fare ammenda. Non voglio essere stato schiavo di nessun ideologismo, mi propongo solo di cercare la verità in buona fede, anche se può capitare di commettere errori». Ciò comporta che il lettore non dovrebbe leggere quei libri per trovare risposte, tantomeno verità assolute (rimarrebbe ampiamente deluso chi, vedendo un titolo come Il matrimonio di Gesù, pensasse di trovare i dettagli della cerimonia nuziale).

«Finora – precisa David – i miei scritti sono stati presi in considerazione da persone “sul confine”, desiderose di interrogarsi, oppure dagli anticlericali, cosa che invece mi dispiace moltissimo. Non mi ritengo affatto un non credente, anche se la mia spiritualità è personale; è vero, non credo nella dottrina della Chiesa, ma da 58 anni faccio il presepe, sempre per l’importanza che do al messaggio di Gesù». Alcune delle tesi che ho letto nei libri di Donnini non mi giungevano nuove, in parte le avevo lette nelle e-mail che un viterbese, Luigi Cascioli, invia periodicamente ad un numero imprecisato di indirizzi elettronici: se certe posizioni sembrano simili, è completamente diverso (e molto più irritante e distruttivo) il tono utilizzato. «Cascioli mi ha rovinato la reputazione – mi chiarisce David – Si è appropriato di molte delle cose che io ho detto e le usa per scagliarsi con violenza contro la Chiesa, arrivando a denunciare un sacerdote, come rappresentante della Chiesa cattolica, per abuso della credulità popolare e sostituzione di persona; l’idea di essere affiancato ad un soggetto simile, come spesso trovo in molti testi, non mi garba proprio».

Personalmente, dopo la lettura, non ho certo perso la fede né l’ho messa in dubbio: ho acquisito spunti per ulteriori conoscenze e sarò più prudente nel parlare del ruolo di San Paolo, della figura di Barabba o della città di Nazaret. Ciò non significa che ho condiviso (o forse addirittura compreso) tutto quanto è contenuto in quei libri, ma credo fosse un’occasione da non perdere per confrontarsi. Forse dovrebbe farlo più di qualcuno.

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3 Risposte

  1. Articolo molto interessante. Mi piacerebbe dagli risalto nel mio sito, con il consenso dell’autore.

    Non ho letto Donnini, lo farò sicuramente.

  2. Sarebbe ora, prima della terza guerra mondiale, quella di religione, che appunto le religioni ricoprissero solo il ruolo fideistico ch’è nel privato di ogni uomo e non politico.
    Ma il vaticano, gli ebrei e gli arabi si nutrono di potere politico, non accetteranno mai la verità; vivono delle illusioni e delle paure della gente e naturalmente della loro ignoranza.
    Siamo in tanti ma ancora senza visibilità e senza potere ma ad ogni generazione più numerosi.
    Io lo faccio per i miei nipoti

  3. L’articolo conferma la mia convinzione che le religioni abbiano poca attinenza con “Dio”. Al massimo propongono concetti utili per disciplinare la confluttualità umana e derivarne potere per le proprie gerarchie.

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