Legge antiprostituzione: diamo loro voce (con Pia Covre)

È passato poco più di un mese da quando ho ricordato il cinquantenario della legge Merlin sulla prostituzione: già in quei giorni faceva rumore la presentazione di un disegno di legge, a firma dei ministri Mara Carfagna e Angelino Alfano, che puntava essenzialmente ad eliminare il fenomeno della prostituzione sulle strade. Di polemiche ce ne sono state varie, sia pure con toni e fini diversi. I partiti hanno strepitato molto, ma hanno avuto davvero poco spazio coloro che avvertiranno per davvero le conseguenze di un eventuale provvedimento, sulla cui legittimità si possono avere dei dubbi: mi riferisco, ovviamente, alle donne che lavorano come prostitute. Intendiamoci, giusto punire gli sfruttatori e giusto cercare di debellare la prostituzione minorile, ma si è valutato bene l’impatto di un’eventuale nuova normativa anche dal punto di vista delle donne e di coloro che si trovano a fare quella scelta? Pare proprio di no.

Per avere una risposta, in ogni caso, la strada più semplice è prendere il telefono e contattare il Comitato per i Diritti Civili delle Prostitute, un’associazione fondata nel 1982 da Carla Corso e Maria Pia Covre assieme ad altre professioniste e persone sostenitrici, per aiutare in vari modi le persone prostitute.

Io ho scelto questa strada, ho chiacchierato con Pia che si è dimostrata di una cortesia quasi imbarazzante: ha risposto con pazienza ad ogni mia domanda (alcune le ho preparate con l’amico Luca Lugli) e mi ha fornito molti spunti di riflessione. Anche questa volta, come ho fatto con Porpora Marcasciano, preferisco pubblicare la nostra conversazione per intero, con domande e risposte, inserendo mie considerazioni solo qua e là. Buona lettura.

Maria Pia Covre

Pia, la situazione di queste ultime settimane è davvero singolare: si elaborano provvedimenti in una certa direzione ma nei governanti manca l’intenzione di dire una parola chiara e definitiva, visto che la prostituzione in sé non è illegale. Come vedi la situazione?

«Partiamo dai governanti: in Italia abbiamo una gamma di governanti, che fa riferimento a filosofie politiche diverse. I cattolici, soprattutto quelli del centro-destra ma anche all’interno del centro-sinistra moderato, non vogliono legittimare la prostituzione – si sarebbe tentati di dire che rispondono al Vaticano – una posizione che mi pare maggioritaria in Parlamento; dall’altra parte, l’area “catto-comunista” e, almeno in parte, quella femminista, a volte si esprime contro la prostituzione perché non vuole riconoscere alle lavoratrici del sesso la “dignità di lavoratrici”, non facendone una questione di morale bensì, appunto, di dignità. Fuori da questi due fronti rimane un’esigua minoranza, composta da persone di un po’ tutti gli schieramenti, dalla tradizione liberale e socialista alle “falangi estreme” che hanno sposato da tempo la causa delle sex workers, ma che in questa legislatura non sono rappresentate in Parlamento.

Cosa può fare un paese che si trova una maggioranza di amministratori che, per un motivo o per l’altro, non vuole legittimare la prostituzione ma, allo stesso tempo, soffrono di una “doppia morale” pesante? Nella pratica, infatti, tutti si rendono conto che la prostituzione non è solo un fenomeno o un “problema” di qualche migliaio di donne che la scelgono o che vi sono costrette, ma è anche un problema di qualche milione di clienti che sono pure votanti, per cui nessuno sposa l’idea di una proibizione totale. A leggere bene i comunicati dei vari politici, del resto, si vede che a loro interessa essenzialmente fare un’operazione di maquillage che dia una diversa immagine del nostro paese, senza che si veda l’immagine “indecorosa” delle prostitute in strada o si pensi che gli italiani siano così sconci e porci da andare a prostitute tutti i giorni; questo però non è affrontare un problema valutandone le cause e le possibili soluzioni, è semplicemente un cercare di nasconderlo sotto il tappeto».

 

Una tua opinione spassionata sul disegno di legge fatto proprio dal ministro Mara Carfagna?

«Ti dirò, stiamo sghignazzando un po’ tutti sull’inapplicabilità del ddl ora in discussione: c’è chi ha fatto il conto che, prima di finire davvero in galera, una prostituta dovrebbe essere fermata ed identificata 76 volte prima che si consumi la sospensione condizionale della pena, senza contare comunque il tempo necessario per espletare i vari gradi di giudizio. In ogni caso, chi pagherà le conseguenze più care di questa legge saranno proprio le prostitute più disastrate extracomunitarie, non certo le italiane che, con un po’ di cervello, faranno ricorso e non pagheranno nemmeno le multe, oppure le europee che non sono residenti qui. La scelta di non punire le prostitute “sfruttate”, poi, può avere risvolti grotteschi: come associazioni che lavorano sullo sfruttamento, pensiamo che molte donne africane, messe alle strette, senza poter più lavorare e senza soldi in tasca per potersi riscattare e anche solo per mangiare, si dichiareranno sfruttate. In questo modo si consegneranno a qualche servizio sociale, senza denunciare gli aguzzini e sostenendo di essere in grave pericolo per essere inserite nei programmi; la cosa tragica, tuttavia, è che lo stato ha tagliato pesantemente i finanziamenti di questi progetti e non sappiamo come faremo ad accoglierle».

 

Il cartello irregolare

Il cartello irregolare

 

 

Ci sarà tempo per vedere se il disegno di legge sulla prostituzione, nell’eventualità che completi il suo percorso parlamentare, si porrà in contrasto con una o più norme costituzionali (e comunque occorrerà attendere un pronunciamento della Consulta in materia); destano invece notevoli dubbi le ordinanze dei sindaci.  

«In passato si è tentato di utilizzare questo strumento perché i sindaci hanno poteri, sia pure limitati, ad esempio in materia di viabilità e circolazione del traffico; tuttavia, ovviamente, non possono andare oltre ciò che il codice della strada consente loro. Ti faccio un esempio: a Mogliano Veneto mesi fa l’amministrazione comunale aveva fatto installare in una zona tradizionalmente frequentata da prostitute vari cartelli stradali di forma triangolare, dunque indicanti un pericolo, con all’interno la sagoma di una “lucciola”. Come Comitato stavamo studiando possibili iniziative, quando è intervenuto il ministero dei trasporti che li ha fatti rimuovere perché non erano compatibili con quanto stabilito dal codice della strada. Non è nemmeno possibile introdurre una “multa” per atti osceni, intesa come infrazione stradale: attiene al codice penale, non certo al codice della strada. Se, per esempio, io mi accoppio in automobile con un cliente, in modo che sia possibile vedere cosa accade all’interno della vettura – ipotesi che sicuramente sarebbe valutata da un giudice come “atto osceno”, andando oltre il famoso “comune senso del pudore” – perché si proceda contro di me occorre una denuncia che poi porterà ad un processo con relativo contraddittorio; oggi invece può capitare che una donna poco vestita, affacciata alla macchina di un cliente si becchi una multa per contrattazione ed atti osceni in luogo pubblico, come è successo a Genova. A parte il fatto che la contrattazione non è nemmeno un reato e comunque l’autorità dovrebbe provare che sono state dette certe frasi, ci sono tanti altri problemi: per buttarla in ridere, poco fa mi ha telefonato un mio ex fidanzato che è di Roma e mi ha detto “Sono preoccupato, non è che queste ordinanze hanno valore retroattivo? Se ai clienti che parlano con le prostitute danno la multa, che succede ai fidanzati che magari fanno la stessa cosa per varie ore al giorno?”. Di casi in cui le ordinanze municipali tentano di superare gli ambiti concessi dalle leggi dello stato ce ne sono parecchi: in generale, se la prostituzione in sé non è un reato, qualsiasi tentativo di punire atteggiamenti legati alla prostituzione che la legge non sanziona è contrario al diritto».

 

Le ordinanze, però, vi stanno comunque preoccupando, come mai?

«Il fatto è che, grazie al cosiddetto “decreto sicurezza” di Maroni, si sono aperti dei varchi per ampliare i poteri dei sindaci  e proprio in questo periodo si sta valutando la sua costituzionalità. Faremo sicuramente ricorso contro l’ordinanza di Verona, che si accanisce non solo contro la prostituzione lungo le strade, ma anche quella “al chiuso”. Molti dei nostri clienti, tra l’altro, sono convinti che già oggi il ddl Carfagna sia in vigore, probabilmente perché lo ritengono un decreto; da questo punto di vista, devo dire che molto spesso i giornalisti non aiutano a chiarire la differenza e parlano di un disegno di legge come se fosse già efficace, ci si potrebbe chiedere se qualcuno lo faccia volutamente o non conosca la differenza. A Genova, per esempio, non c’è un’ordinanza sullo stile di quella di Roma, ma tanti clienti hanno paura delle multe e degli arresti, così non si presentano più e il lavoro viene a mancare».

 

I vari comitati civici e lo Stato, secondo alcuni, vi considerano come “nemiche”: c’è un motivo secondo te?

«Mah (risata), forse per ignoranza! Il motivo in realtà viene costruito da tanti fattori: da una parte ci sono le azioni politiche e la propaganda che, di fatto, inducono nella gente il pensiero che la prostituta è una criminale, visto che si parla di sbatterle in galera; alcuni giornalisti e mezzi di comunicazione hanno un modo “sguaiato” di presentare le cose, magari con titoli ad effetto lontani dal contenuto del pezzo o con articoli scritti in fretta e poco precisi (poi la precarietà gioca molto anche qui, non sarà tutta colpa di chi scrive). In queste circostanze ci vuole poco a creare un clima di avversione nei confronti delle prostitute. Non credo nemmeno più alla versione secondo la quale una volta le donne ci detestavano perché, secondo loro, rubavamo i mariti, ammesso che sia mai stato vero; non solo non abbiamo mai rubato i mariti, anzi, si potrebbe dire che in qualche modo abbiamo salvaguardato i matrimoni, visto che chi “sfogava” con le prostitute le proprie esigenze generalmente rimane a casa con moglie e famiglia, senza cercare un’amante».

 

Secondo te, esiste una regolamentazione “giusta” per la vostra attività? Se sì, come dovrebbe essere?

«Il problema è che non c’è una regolamentazione sola. La prostituzione è troppo differenziata per poterla raccogliere sotto un unico modello, ce ne vogliono tanti diversi: se fossimo intelligenti, si farebbe un esame di natura commerciale delle varie situazioni, dalla prostituzione all’aperto alle varie forme di prostituzione al chiuso, e analizzando la situazione e le esigenze dei vari “attori” (le prostitute e i loro clienti) si potrebbe cercare di dare delle regole; queste, secondo me, dovrebbero essere uguali sul piano dei diritti (senza discriminazioni dalla escort di alto rango all’ultima prostituta di strada), con il riconoscimento a tutte della qualifica di lavoratrici, mentre ogni settore dovrebbe avere una sua regolazione, in base alle sue esigenze, e così forse si riuscirebbe a mettere un po’ di ordine in quel mondo. So benissimo, peraltro, come lo spirito anarchico che molte prostitute probabilmente hanno le porterebbe a non voler rientrare in nessuna delle categorie eventualmente elaborate per legge, quindi ci vorrebbe comunque molto criterio».

 

Pochi giorni dopo la mia intervista, le lavoratrici e i lavoratori del sesso hanno chiesto di indagare sulla morte di una nigeriana 24enne sulla tangenziale di Bari, durante una retata. «Forse Loveth non era una prostituta per libera scelta, forse era una vittima del traffico di esseri umani, o forse era semplicemente una perseguitata in fuga dalla miseria e dalla schiavitù; chiunque fosse è stata trattata come un animale da braccare e cacciare. Non dubitiamo che a questo incidente abbiano contribuito i metodi, ormai al limite di una vera “caccia alla prostituta”, in uso alle varie forze di polizia da quando il Governo ha deciso di fare pulizia delle strade. Donne trascinate in cella (nella civile Parma!), trans picchiate nei CPT (a Milano) oppure inseguite e consegnate alla volante (Roma), lucciole inseguite dalle auto della polizia come in un rodeo un po’ ovunque, arresti e detenzioni nei CPT o espulsioni e rimpatrio con i trafficanti. La tanto declamata lotta allo sfruttamento e l’aiuto alle vittime della Ministra si traduce così in pratica, nell’uccisione, o con un po’ di fortuna nella riconsegna nelle mani dei trafficanti delle vittime».

Il Comitato ha annunciato la preparazione di un libro bianco sulle violenze, mentre il 18 ottobre, in occasione della seconda «Giornata europeo di lotta al traffico di esseri umani», ha ricordato che il modello di lavoro sviluppato in Italia dalle associazioni e le leggi emanate per combattere le reti criminali hanno dato molti esiti positivi, ma «non vi è dubbio che la situazione creatasi dopo la presentazione del ddl Carfagna sia di grande pericolo per l’incolumità delle persone che si prostituiscono e soprattutto per le vittime dei trafficanti […] Non è vero che per chi è vittima non si procede con le multe, le osservazioni fatte ci dimostrano che si multa un cliente a fronte di dieci prostitute, in maggioranza rumene. Figuriamoci se queste chiederanno aiuto ai poliziotti e/o denunceranno i soli “amici” fedeli che hanno, gli sfruttatori/trafficanti. Quelle messe in atto in questi ultimi mesi non sono politiche di contrasto della prostituzione, ma “d’ordine” e di controllo delle migrazioni clandestine».

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La protesta a Genova (da Repubblica)

La protesta a Genova (da Repubblica)

Già durante l’estate, sui vari telegiornali nazionali era rimbalzata una notizia: le prostitute della “Città vecchia” di Genova erano in rivolta e preparavano una manifestazione, addirittura uno sciopero, contro ciò che si stava preparando a livello nazionale, ma anche contro un pericolo decisamente più vicino e “locale”. Inevitabile parlare anche di questo con Pia.

Che sta succedendo a Genova?

«A Genova in realtà il problema è diverso, la giunta di sinistra non sembra intenzionata a seguire l’andazzo delle ordinanze emesse da altri sindaci; tuttavia il problema riguarda i “bassi” e non è certo una cosa nuova. Da tempo si parla di riqualificazione della “città vecchia”, via via che decidono di mettere mano ad un’area tentano di cambiare il cambiabile: può essere che sotto ci sia qualche vicenda che non conosciamo, magari qualche speculazione immobiliare, sappiamo che hanno cominciato a fare una disamina di tutti i “bassi”, quelli in cui ci sono le lucciole e i transessuali sono visitati già da due anni dall’azienda sanitaria e dalla polizia municipale. Alcune delle donne che lavorano lì stanno in quei luoghi da moltissimi anni e magari hanno cercato di dotarle di un minimo di servizi, ma magari non c’è la finestra: in più casi le autorità hanno detto che mancano i requisiti perche quegli spazi abbiano qualsiasi uso abitativo “e tantomeno di prostituzione”, aggiunge l’azienda, che però sbaglia visto che non ha alcuna autorità per emettere un giudizio simile. Nelle scorse settimane l’amministrazione comunale ha emesso un provvedimento in cui vietava di “allestire e/o mantenere locali […] al piano terra o seminterrato” adibiti a camera da letto, soggiorni o cose simili, a meno che fossero già stati accertati i requisiti di abitabilità; in sostanza si chiedeva lo sgombero dei locali, con previsione in caso contrario di sequestro e provvedimenti a carico anche dei proprietari degli immobili, quando non coincidessero con le persone che vi esercitano (si è parlato anche di denuncia per favoreggiamento della prostituzione). Nel quartiere della Maddalena è stata identificata una quarantina di luoghi destinati allo sgombero, in tutto dovrebbero essere circa 50; avevamo proposto di fare un cambio di destinazione d’uso, attualmente qualificato come “magazzino”, anche perché si tratta di persone che esercitano lì da tempo, magari quarant’anni, e qualche considerazione sull’usucapione andrà pur fatta. All’inizio, tra l’altro, uno degli assessori competenti non voleva ricevere le prostitute e sentire le loro ragioni; i provvedimenti lasciano al loro posto artigiani e commercianti, perché non anche le prostitute? Solo perché non sono inquadrate in una o nell’altra categoria? Occorre rendersi conto che la prostituzione è un lavoro per chi lo sceglie, per cui quelle lavoratrici dovranno pur avere la possibilità di difendere il proprio lavoro. Prepareremo sicuramente delle azioni, si è parlato anche di uno “sciopero”, anche se in realtà è una misura che va contro i nostri guadagni e stiamo parlando di un “mercato” già in crisi; qualcuna ha proposto di fare una marcia sul municipio, in ogni caso sicuramente ci muoveremo sul piano della protesta, come pure dell’informazioni ai clienti: tra i provvedimenti legati a Genova e l’eco del ddl Carfagna di clienti in giro non se ne vedono, sono spaventati, c’è una grande confusione e la gente non capisce più cosa sia lecito e cosa no».

L’ultima notizia è freschissima: proprio oggi le lavoratrici del sesso di Genova hanno fatto un’azione di sensibilizzazione, distribuendo volantini ai passanti e ai negozianti. Donne italiane e migranti, transessuali e supporter erano tutti insieme, ognuno col suo ombrellino rosso, per spiegare ai cittadini le conseguenze dell’ordinanza del comune che vuole sgomberare i Bassi dalle “lucciole”, oltre che per ricordare cosa sta accadendo a livello nazionale, ribadendo con forza che la prostituzione non è reato.

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Il sito del Comitat

Il sito del Comitato

Quando tu e Carla Corso avete fondato il Comitato diritti civili delle prostitute, quali erano le vostre esigenze di allora e quali sono i problemi che dovete affrontare oggi?

«È triste dirlo, ma i problemi non sono cambiati. Quasi trent’anni fa il clima era molto repressivo, c’era il Testo unico di pubblica sicurezza che prevedeva tre figure, i delinquenti criminali, i mafiosi e gli sfruttatori della prostituzione, cui potevano essere applicate misure restrittive. Negli anni ’80 facemmo una campagna molto forte, perché le autorità continuavano ad applicare quelle norme alle prostitute e non ai nostri sfruttatori; se ci si pensa bene, da questo punto di vista la situazione è praticamente identica. Devi ricordare che in quegli stessi anni c’era anche la legislazione anti-terrorismo, la cd. “legge Reale”, con maggiori spazi di azione per le forze dell’ordine: ricordo una giornata d’agosto in cui fecero una retata in un piccolo paese qui vicino, ammucchiarono tutte noi donne in mezzo a una piazza, ci fotografarono e identificarono tutte, invitandoci a presentarci alla caserma dei carabinieri. Ovviamente noi non c’entravamo nulla con il terrorismo, ma quando le forze dell’ordine hanno in mano una legge, se hanno un certo tipo di atteggiamento fanno in modo di usarla. Qualcosa di simile sta succedendo nei confronti degli immigrati: dire che la loro delinquenza è un’emergenza pari al terrorismo permette di estendere le leggi di emergenza ed allentare le garanzie. È una cosa molto grave e la gente non se ne rende conto: con queste misure e dichiarazioni il potere delle forze dell’ordine viene enormemente amplificato e aumentano le occasioni per sospendere i diritti, anche in presenza di codici piuttosto garantisti come i nostri».

 

Oggi per quali motivi si diventa prostitute (o prostituti, per quanto il fenomeno sia minore)?

«Anche qui le cose non sono cambiate. In gran parte è il bisogno legato ad una situazione economica, magari dovuta all’incapacità o anche all’impossibilità di trovare uno sbocco lavorativo interessante. Qualcosa di non molto diverso capita alle straniere che arrivano in Italia per fuggire alla povertà del loro paese e poi, spesso senza documenti in regola, si trovano praticamente costrette a scegliere la strada della prostituzione; è una situazione paragonabile a quella dei transessuali di alcuni anni fa, in cui ogni legame con il mondo del lavoro era pressoché precluso. Certo, la situazione di precarietà del lavoro, non valorizzato e sottopagato, e la mancanza di opportunità non aiutano nemmeno le italiane, tra le quali la prostituzione è sicuramente in aumento: per anni come comitato non abbiamo praticamente più avuto a che fare con prostitute della nostra nazionalità, ma ora la tendenza si è invertita e con il peggioramento della condizione sociale il numero aumenterà ancora, visto che la prostituzione in quei casi è l’ultima risorsa. Anzi, proprio per questo, mi domando seriamente come si possa pensare, in un momento di crisi economica e del lavoro così grande, di punire la prostituzione, che è davvero l’ultima spiaggia per ben più di una persona: non vorrei che i governanti, dimostrando grande crudeltà, avessero pensato proprio a questo, intervenendo ora a reprimere la prostituzione all’aperto per non dover affrontare la cosa tra un anno, con un numero di prostitute molto maggiore. L’altra cosa che temo è che, dopo aver presentato il ddl Carfagna che in qualche modo accontenta una parte dei cattolici, il governo possa tentare una nuova regolamentazione della prostituzione al chiuso, magari con guadagni per lo Stato».

 

Gli occhi di una prostituta cosa vedono nell’uomo che la viene a cercare? Quando una prostituta esercita, la sua mente ed il suo fisico sono nello stesso luogo?

«Posso solo darti un parere personale, perché è una domanda molto soggettiva. Il mio carattere mi porta ad essere alquanto indifferente verso il cliente, senza particolari simpatie o avversioni; il cliente per me è una persona che mi permette di procurarmi i mezzi per vivere, quindi poco m’importa. Ovvio, una persona cerca, se può, di scegliere i propri clienti, in modo che siano gentili ed educati; altre persone sono molto compassionevoli con i clienti, condividendo le loro storie. A volte mente e fisico sono nello stesso luogo, altre volte no, esattamente come per tutte le cose di questo mondo: credo che tutti noi siamo a volte presenti, a volte assenti. Il servizio sessuale può essere fatto in modo molto meccanico, senza avere particolari attenzioni, soprattutto avendo alle spalle una grande esperienza è più facile pensare ad altro e fare comunque bene il proprio lavoro; in altri casi invece il contesto ti porta ad essere più presente, fino ad alcune circostanze in cui può esserci un’unione perfetta tra corpo e mente, magari anche con quella del cliente. Quando prima parlavamo del bisogno e della mancanza di opportunità come “spinta” principale verso la prostituzione, non va dimenticato che una minoranza di persone che, pur potendo dedicarsi ad altre attività, scelgono questa perché la trovano piacevole per vari motivi. Ci sono sfumature molto diverse all’interno di questo mondo e vanno analizzate, c’è chi lo fa e chi no».

Il gioco Puttanopoly

Il gioco Puttanopoly

Tra le iniziative che avete promosso c’è anche un curiosissimo gioco da tavolo, che avete chiamato «Puttanopoly»: è decisamente un’iniziativa che spiazza, com’è nata?

«Il tutto è nato da un progetto artistico: nel 2001 l’artista sloveno Tadej Pogacar partecipava alla 49° biennale di Venezia e, all’interno del progetto Red Code sulle sex workers, ci aveva spronate a fare qualsiasi cosa volessimo, dandoci la platea. Abbiamo fatto alcune iniziative a Venezia che lui ha filmato poi, finita la Biennale, ha fatto una mostra a Bologna e ci ha chiamato di nuovo per inventarci qualcosa. Ci siamo chieste: perché non diamo a chi entra in quel luogo una “carta d’identità” e gli facciamo fare un percorso come se fosse sulla strada a fare la prostituta? Così, in quella galleria d’arte, mettemmo venti cartelloni per terra a fare da caselle e consegnammo a ciascuno dei presenti una sorta di documento d’identità, tutto fatto “in casa” da noi. Nacque così il primo Puttanopoly, assolutamente dal vivo e molto divertente per chi ha partecipato. Lì abbiamo pensato di trasportare il gioco su una plancia e trasformarlo in gioco da tavolo: per questo abbiamo lavorato un anno e in modo sperimentale, perché quasi nessuna di noi era esperta di giochi. Abbiamo giocato, preparato, provato e riprovato, finche tutto non è stato come volevamo; il percorso e le carte delle probabilità e delle “sfighe” ripropongono davvero tutto ciò che può capitare nella vita di una prostituta, non ci siamo inventate nulla. Abbiamo giocato alcune volte pubblicamente e vendiamo in proprio il gioco, perché non abbiamo trovato un editore che lo stampasse e credo sia un peccato, poteva essere una bella opportunità; in qualche caso è stato usato all’interno di alcune scuole ed università perché permette di capire bene come funzioni il fenomeno prostituzione nella realtà; in teoria può anche servire per una persona che intende affacciarsi al mondo della prostituzione o vuole comprendere meglio la propria realtà, ovviamente penso soprattutto alle donne straniere. Forse (ride) anche questi politici che parlano molto e che decidono le nostre sorti, a partire dal sindaco Alemanno che non ci vuole incontrare, dovrebbero quanto meno farsi qualche giretto di Puttanopoly per imparare qualcosa! A parte gli scherzi, sicuramente il gioco aiuta a riflettere di più e a non semplificare la situazione con qualche multa».

* * *

Prima di concludere l’intervista, mi sono concesso una mini divagazione: quando ho contattato Pia la prima volta e mi ha detto che sarebbe dovuta andare a Genova per discutere del “problema bassi”, le è sfuggita una frase del tipo: «Ora che non c’è più Fabrizio che ci difende, le cose sono cambiate». Lei non sapeva di avermi teso un amo irresistibile, così l’ultima parte della conversazione è stata incentrata proprio su Faber, anche se – ironia della sorte – l’ordinanza del sindaco lascia fuori dalla “zona di bonifica” proprio Via del Campo e Via Prè, protagoniste di tante giornate di un giovane De André e di una manciata di canzoni indimenticabili.

La targa di Via del Campo

 

Pia, hai detto che non c’è più Fabrizio a difendervi: quanto è importante per te la sua figura?

«Io non ho mai incontrato De André di persona, quando c’è stata l’occasione di conoscerlo ho lasciato andare avanti Carla Corso. La sua morte mi lasciò sconvolta: ero a una conferenza ad Amsterdam quando seppi la notizia, ricordo che mi chiamò un giornalista della Stampa per avere un commento e anche in quel caso ritenni che dovesse essere Carla a parlare, io del resto l’avevo scoperto dopo di lei. È vero, a Genova Fabrizio non c’è più e se fosse ancora vivo probabilmente qualcosa direbbe a nostro favore su quanto sta accadendo, ma per fortuna abbiamo ancora persone come don Andrea Gallo: era con noi anche all’ultima nostra riunione in città e per le “persone da marciapiede” ha sempre aperto le porte della sua comunità di San Benedetto al Porto; per questo le ragazze là si sentono comunque protette e sostenute. Certo, alle ragazze straniere non appartiene la storia di Fabrizio, ma non possiamo non ricordare anche a loro che nei vicoli c’è stato posto anche per un grande come De André; c’è una strada dedicata a lui, chissà, se ci cacceranno andremo tutte lì».

 

Per te chi è Bocca di rosa?

«Per me sono tutte quelle donne, quelle persone che hanno dedicato la loro vita al piacere, ad azioni d’amore, pacifiche, che sono innamorate della libertà, del mondo e lo vogliono bello e non inquinato; non riesco ad immaginare che si possa scindere il piacere sessuale dal piacere per una vita ricca di cose buone e, soprattutto, belle. Carla Corso dice che le prostitute, vendendo amore, non hanno mai fatto nulla di male, proprio perché non mirano a distruggere; Bocca di rosa non era una persona triste, quando penso ad una donna allegra e solare penso a questo tipo di donna».

Fabrizio, mentre canta Bocca di rosa

Fabrizio canta Bocca di Rosa

Si potrebbe finire qui, ma mi sento in dovere di aggiungere una piccola partecipazione di Carla Corso, che presiede il Comitato: lo faccio attraverso la lettera che ha immaginariamente inviato a Fabrizio, attraverso il libro di Romano Giuffrida De André: gli occhi della memoria. Ce la meritiamo, se la merita Carla, se la merita Faber.

 

«Forse non lo sapevi Fabrizio che cosa hai fatto per me, per noi, in Bocca di rosa, in Via del campo, mi sono specchiata: ero una prostituta della strada e ti ascoltavo e da dentro sentivo montare la mia dignità, poi grazie alla dignità sono venuti l’orgoglio e la ribellione. Una volta siamo partite per Genova io e Pia, apposta per vedere la tua Via Prè, la tua Via del Campo, per cercare i luoghi, le facce, le emozioni sui visi. Avevamo avviato da poco il comitato per i diritti civili delle prostitute quando, intorno al 1983, ci telefonarono amiche di Genova della tua Prè, una famiglia per bene aveva scelto una di loro come madrina del bambino appena nato, ma il prete diceva “No, una donna di strada non dà garanzie”. Mancava una cosa soltanto: incontrarti. Perciò un’altra volta a Castelfranco Veneto chiesi ad un mio amico musicista, che lavorava con te, di farmi entrare nei camerini: eri sorpreso, contento, facesti chiudere la porta e rimanemmo lì. Non mi veniva una parola, emozionata ed imbarazzata, proprio io che ho mangiato milioni di uomini senza imbarazzo. E tu sorridevi, eri proprio tu, ti ho riconosciuto subito. Che nome dare a questa sensazione? Nell’Italia cattocomunista di quegli anni lontani, essere prostituta, drogata, carcerato significava non esistere, non solo come persona ma neppure come categoria sociologica. In quanto estranei al mondo della produzione si era condannati a luogo del bando e del non detto. Nuda vita senza diritti. Solo un poeta autentico avrebbe potuto restituire volto e voce a questi dannati. TU l’hai fatto con grazia e senza nulla concedere al facile buonismo, soprattutto l’hai fatto con un radicalismo raro perché il tuo drogato, il tuo carcerato, la tua puttana sono capaci a tutt’oggi di costruire rapporti di vita gioiosi malgrado tutto. Il mio riconoscimento va al cattivo maestro che mi ha insegnato l’innocenza del peccato senza pentimento».

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Una Risposta

  1. Tz! Le prostitute di Genova indossano pesanti stivali di cuoio! E gli stivali di cuoio sono deterrente, dissuasore! Ma come fanno gli uomini ad avvicinarsi gli uomini, se le prostitute indossano quegli stivali che solo a vederli ti senti mancare? Ma si sa che male si sente? Sempre donne sono! In realtà vorrebbero fare le BALLBUSTERS KOMMANDO SQUAD. Gli stivali sono già indossati!

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