Quarta candelina

I compleanni si festeggiano e non è il caso di vergognarsi. Il 14 novembre 2004 nasceva Conversario inquieto, ospitato dalla piattaforma di Bloggers. Era nato come una sfida, un esperimento; mese dopo mese ha cambiato volto, anche senza il consenso dell’amministratore. Da giugno ho spostato il sito su WordPress, ma a qualcuno è spiaciuto non riuscire più a leggere quanto era stato scritto negli anni precedenti. Ho deciso così di rimediare, inserendo qui i pdf che raccolgono i testi pubblicati in quattro anni. Buona lettura cumulativa a tutti.

Conversario inquieto – 1 (2004-2005)

Conversario inquieto – 2 (2005-2006)

Conversario inquieto – 3 (2006-2007)

Conversario inquieto – 4 (2007-2008)

Riccardo Mannerini: Genova, la ragione e Irish

Sono passati quasi sette anni e mezzo dal mio ultimo passaggio da Genova, in una gita organizzata da una banca nello spazio di una domenica; in quella città ero già stato altre due volte, un “mordi e fuggi” tipico delle gite scolastiche. Tutte e tre le volte non abbiamo mancato di visitare l’acquario, a quanto pare è una tappa obbligata per studenti e turisti, più importante di molte altre cose. Non c’è stato il tempo, probabilmente, per rendersi conto che Genova è davvero una città “diversa”, che permette un’esperienza altrove impossibile: farsi guidare per le vie, persino tra le case ed altri edifici, da versi di poesie e di canzoni. Ne ho la certezza sfogliando Parchi di parole, una piccola (e piuttosto anomala) guida alla città ed alla provincia di Genova pubblicata lo scorso anno dall’editrice Galata.

Una singolare guida per Genova

Una singolare guida per Genova

VERSI DI GUIDA. Il turista o il viaggiatore di pensiero possono percorrere luoghi noti o conosciuti per sentito dire con il gusto della scoperta e l’entusiasmo della rivelazione. Il verso di una poesia o l’immagine fermata da una canzone diventano il pretesto per raccontare un luogo, una storia, frammenti di vita. Pagina dopo pagina, il lettore familiarizza con ricordi e testimonianze, riscoprendo il valore di figure che a volte il tempo ha inspiegabilmente relegato in secondo piano (per i non genovesi, si intende): certo, Genova è stata la città di De André, Tenco, Fossati, quella d’adozione di Paoli e Lauzi, ma è bene non dimenticarsi di un artista di razza come Umberto Bindi e di poeti di valore come Giorgio Caproni e Camillo Sbarbaro, più di altri finiti nell’oblio per chi non abita all’ombra della Lanterna e non è solito frequentare la poesia.

Parchi di parole è l’occasione per conoscere meglio la città, ma anche per appagare un desiderio inconfessabile di molti: sezionare le canzoni più amate per calarle nella realtà e scoprire dove sono nate, cosa le ha rese speciali. Nel libro si mescolano dettagli noti a particolari pressoché inediti, piccole “rivelazioni” che fanno percorrere le pagine più volte, per essere certi di non aver trascurato nulla (e quasi fanno sentire la mancanza di un indice analitico che permetta di cercare subito i dettagli legati a questa o a quella lirica). Il casino con il soffitto viola che fa da culla a Il cielo in una stanza, la stazione di Sant’Ilario dove scende Bocca di rosa, i luoghi della gioventù di Caproni, il locale in cui verosimilmente le forme di una donna fanno nascere Mi sono innamorato di te sono solo alcune delle tappe di questo viaggio che può seguire un tracciato a piacere, quello suggerito dalle pagine o quello (sicuramente autentico) che scaturisce dalla curiosità e dall’istinto.

Se mi hanno appagato molto i dettagli legati a L’ufficio delle cose perdute (probabilmente uno dei brani più riusciti di Gino Paoli), è quasi ovvio che le emozioni maggiori siano arrivate con Fabrizio De André: è forse uno dei personaggi più citati nel centinaio di pagine della guida. Ho viaggiato ai tanti ricordi proposti nel libro, mi sono commosso nel ricordo di Gianni Tassio (che prima di lasciarci ha allestito un museo deandreiano nel suo negozio di musica di via del Campo, accanto a quell’ultima chitarra comprata da tutta Genova; un giorno troverò il tempo ed il coraggio di raccontare qualcosa su questo), mi sono incuriosito leggendo la ricostruzione che cerca di restituire un nome ed un volto a Marinella. Tra le storie ed i personaggi che in qualche modo sono legati a Faber, posso dire di essere particolarmente legato ad un nome: Riccardo Mannerini. Continua a leggere

A Tg2 Dossier, un Enrico Caruso

Nel mondo della musica è capitato più volte che un artista fosse identificato con il suo “strumento di lavoro”, la voce. Se un italoamericano di grande talento (Frank Sinatra) fu soprannominato «The Voice», prima di lui un’altra ugola – questa volta italianissima e ben più imponente – aveva stregato gli americani: si trattava di Enrico Caruso, definito «la più grande voce di tutti i tempi». Sono trascorsi quasi 90 anni dalla scomparsa del tenore napoletano (morto il 2 agosto del 1921), ma la sua storia di uomo e di cantante è ancora tutta da scoprire: lo dimostrano le oltre quattromila pagine di lettere scritte e ricevute dall’artista dal 1897 fino a poco prima della sua morte. A ritrovare questo rilevantissimo materiale è stata una coppia ormai collaudata, il giornalista del Tg2 Michele Bovi ed il funambolo della parola Pasquale Panella: a partire da quel “tesoro cartaceo” è stata realizzata una nuova puntata di Tg2 Dossier, dal titolo La Voce di Enrico Caruso, che andrà in onda su Raidue sabato 22 novembre alle 23.30.

«Destinatari e mittenti delle lettere – spiega Michele – sono soprattutto la prima compagna Ada Giochetti, da cui l’artista ebbe i figli Enrico jr. e Rodolfo, e la moglie americana Dorothy Benjamin Parker, madre di Gloria Caruso; tuttavia i rapporti epistolari riguardavano anche suoi eminenti contemporanei come Giacomo Puccini e Guglielmo Marconi». Il materiale ritrovato, peraltro, non contiene soltanto lettere: si scopre anche il Caruso caricaturista (sono emersi molti disegni e vignette realizzati da lui) e si fa maggiore luce sul Caruso quotidiano, attraverso polizze assicurative, ricevute, conti, rimesse bancarie, estratti conto, trasferimenti, ricevute di alberghi di tutto il mondo; ci sono persino gli atti del processo cui il tenore fu sottoposto a New York per «disorderly conduct» (il nostro disturbo della quiete pubblica), ma che lo vide alla fine pienamente assolto.

Le lettere ed il resto del materiale permetteranno agli esperti di ricostruire con grande precisione la biografia di Enrico Caruso e di contestualizzare meglio la sua figura all’interno del contesto temporale e sociale in cui è vissuto (in particolare, con l’occhio attento al periodo più luminoso del melodramma italiano); ai “comuni mortali” come noi, il Tg2 Dossier darà la possibilità di conoscere una figura che vive soprattutto nei ricordi e nel titolo di un clamoroso successo di Lucio Dalla (fatto proprio, non a caso, da un tenore di primo piano come Luciano Pavarotti).

Costanzo “Sor 5° potere” e l’universo tv: incontro con Luca Martera

Raccontare un personaggio non è sempre una cosa facile, ancor meno lo è farlo in un’ora di tempo televisivo, attraverso immagini e testimonianze; se poi il soggetto ha compiuto da poco tempo 70 anni e l’anno prossimo festeggerà 50 anni di giornalismo, per affrontare il compito ci vuole coraggio. 

Sor Quinto potere è il titolo dello speciale che l’autore e regista televisivo Luca Martera dedica a Maurizio Costanzo e che andrà in onda il 12 novembre su Raidue (ore 23 e 20), nell’ambito del programma La storia siamo noi di Giovanni Minoli. La monografia ripercorre tutta la carriera del popolare anchorman dagli esordi fino alla maturità: dal giornalismo al cabaret, dalla radio alla tv, senza dimenticare i suoi lavori nella musica, nel teatro e nel cinema. Lo speciale rende omaggio tra il serio e il faceto attraverso una selezione di materiali rari e le testimonianze di molti suoi amici, colleghi e addetti ai lavori: Maria De Filippi, Giulio Andreotti, Massimo D’Alema, Bruno Vespa, Riccardo Bocca, Gianni Boncompagni, Giorgio Assumma, Enrico Mentana, Enrico Vaime, Pupi Avati, Paolo Villaggio, Fedele Confalonieri, Gad Lerner, Enzo Iacchetti, Giobbe Covatta, Paolo Pietrangeli e Angelo Guglielmi; c’è persino un’apparizione ripetuta di Silvio Berlusconi, pronto a fare gli auguri in doppio petto e sorriso all’amico Costanzo.

Il taglio del programma è efficace ed il ritratto che esce dell’uomo coi baffi è incisivo ed accattivante: l’autore della trasmissione, peraltro, a 35 anni ha un curriculum televisivo di assoluto rispetto, come autore e come esperto di archivi (oltre che come sceneggiatore e regista). Per questo ho deciso di fare una chiacchierata con lui: si parte da Costanzo, si arriva alla tv in generale, per capirla meglio e decidere con più cognizione di causa se guardarla o spegnerla.

La sigla di testa del programma di Luca Martera
La sigla di testa del programma di Luca Martera

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Un anno senza Enzo Biagi

Esattamente un anno fa, gli italiani hanno dovuto salutare il loro «ultimo cronista». Il vuoto lasciato da Enzo Biagi, soprattutto negli spiriti più liberi di questo paese, è tangibile e nessuno pare essere in grado di colmarlo: forse perché «modelli così non ne fanno più», forse perché non li hanno ancora trovati, forse – purtroppo – perché li hanno già trovati e resi inoffensivi. Biagi ha saputo raccontare quasi tutto, dalla cronaca allo sport, dalla politica al cinema, senza mai far mancare il suo stile, ricco di ricordi e «senza sbrodolature»; leggendo i suoi pezzi si imparano molte citazioni, spesso di personaggi “insospettabili”, e si capisce come arrivare al cuore delle cose, senza girarci troppo attorno.

La sua casa editrice, la Rizzoli, manda oggi nelle librerie due volumi “del cuore” (così mi sento di chiamarli), che possono aiutare ogni volenteroso a scoprire – o riscoprire – chi era davvero quel signore che con capelli bianchi ed occhiali è entrato per anni nelle case degli italiani attraverso il televisore. Il primo libro porta la firma di Bice Biagi, la figlia maggiore di Enzo e Lucia Ghetti, giornalista come il padre (ha diretto con stile Novella 2000 ed è stata vicedirettore di Oggi); come titolo è stato scelto In viaggio con mio padre, ma non si deve pensare a diari di avventure, visite all’estero, ricordi di corrispondenze o vacanze lunghe condivise tra i due (è Bice stessa ad ammettere di aver seguito il padre solo una volta, a Roma, dopo la fine delle elementari). Il viaggio di cui la figlia parla inizia subito dopo la morte di Biagi e l’ha portata in giro per l’Italia, in grandi città come in paesi quasi sconosciuti; spesso in compagnia della sorella Carla, altre volte con persone molto vicine al padre, ma sempre con la stessa energia propulsiva: la memoria del padre. Poteva essere l’intitolazione di una biblioteca o di una sezione di partito, una festa dei partigiani o una celebrazione legata al 25 aprile; in ogni luogo Bice ha incontrato persone che avevano conosciuto Enzo o che gli sarebbero piaciute. È proprio alle loro storie che lascia generosamente spazio, raccontando la figura del padre anche attraverso di loro, oltre che con i suoi ricordi; la giornalista apre anche il suo album di famiglia e mette a disposizione del lettore 14 fotografie che sanno di ricordo e sorpresa, con un pizzico di commozione e tanta sincerità.

Il libro di Bice Biagi

Il libro di Bice Biagi

Per chi invece desidera conoscere meglio il Biagi-giornalista, in particolare quello della carta stampata, è più indicato Io c’ero, cospicua raccolta di scritti di Enzo che ripercorre in più di 500 pagine oltre 60 anni di devozione per i lettori. I brani sono ordinati per anno di pubblicazione (o di riferimento) e, senza una precisa logica di disposizione, offre un vastissimo campionario di argomenti ed altrettante “istantanee” nitide sulla storia d’Italia e del mondo. C’è spazio per la conversazione con la senatrice Angelina Merlin (quella della legge sulle “case chiuse”) o per un’intervista al comunista Enrico Berlinguer, per raccontare l’incontro con Malcom X prima del suo assassinio o per commentare la prima guerra irachena, la prima ad essere trasmessa in tv. Si tratta del classico libro che è possibile aprire a caso, vedendo quale lettura la sorte ha assegnato: difficile restare delusi da questa summa curata con dedizione dal suo amico e regista Loris Mazzetti.

Proprio l’esperienza maturata al fianco di Biagi e la successiva carriera di dirigente Rai (attualmente è capostruttura di Raitre) mi hanno suggerito di intervistare Loris quando si è trattato di completare la mia tesi di laurea sul pluralismo televisivo. A metà gennaio parlammo di Rai, di libertà (in un momento in cui lui stesso stava pagando la sua schiettezza sull’azienda), di Che tempo che fa (programma di cui ha seguito la nascita e che ha curato per vari anni) e di leggi sul pluralismo, ma Enzo Biagi riaffiorava spesso nelle sue parole, anche quando le domande non riguardavano direttamente lui. Credo si tratti del momento migliore per pubblicare integralmente quel nostro colloquio: è un modo per ricordare Biagi e per parlare di cose che – oso sperare – gli sarebbero piaciute.

La raccolta curata da Loris Mazzetti

La raccolta curata da Loris Mazzetti

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4 novembre? Meglio il Tricolore

Giornata strana e delicata, quella di oggi. Per i cultori della storia questo è un anniversario irrinunciabile: esattamente 90 anni fa a Villa Giusti si firmava l’armistizio che sanciva la fine della Prima guerra mondiale, con l’impero Austro-ungarico che si arrendeva all’Italia. Quella data è ricordata tuttora da parecchie vie e piazze, magari intitolate alla «Vittoria», e per lungo tempo il 4 novembre è stato una festa nazionale a tutti gli effetti. Da alcuni anni non è più così, anche se è rimasta nello stesso giorno la festa delle forze armate. Ora il ministro La Russa ci fa sapere che «è intenzione del Governo ripristinare la festività del 4 Novembre, ricorrenza della vittoria italiana nella Grande guerra»: la notizia non è sconvolgente, mi tange poco e – sono sincero – mi perplime (ammesso che questo verbo sia lecito).

Fa un certo effetto sapere che, mentre l’economia mondiale sta andando a rotoli, Alitalia è in una situazione a dir poco delicata e per tante famiglie ogni mese ha una settimana di troppo (mentre curiosamente i ristoranti sembrano spesso pieni), i governanti trovino il tempo per pensare anche a ripristinare un giorno di festa (che tra parentesi fa malissimo all’economia, visto che il presidente si lamenta spesso dei “ponti”). La perplessità maggiore, tuttavia, è sulla natura della festa: è davvero opportuno solennizzare una delle ricorrenze più “muscolari” del nostro calendario? Con la fine della Grande Guerra arrivò la pace (purtroppo non duratura), ma se proprio quel giorno è stato scelto come festa delle forze armate e come tale viene ricordato, la ricorrenza sembra assai meno pacifica. Anche il presidente Napolitano ha ricordato che è stata la prima occasione in cui gli Italiani sono stati davvero uniti: rispetto questo pensiero, ma preferirei che l’unità nazionale fosse esaltata attraverso altri esempi, meno cruenti e più pacifici.

Certo ho provato molto dispiacere per la morte di Delfino Borroni, l’ultimo reduce della Prima guerra mondiale: in lui però, a differenza di altri, non ho visto un eroe (parola bandita dal mio vocabolario) o un “servitore della patria”, ma un testimone prezioso e – soprattutto – una persona che ha sofferto moltissimo, per essere passato attraverso l’esperienza della guerra. Nessuno schiaffo a chi è morto per una tappa incancellabile del cammino della storia, massimo rispetto per chi ha creduto che fosse giusto combattere ed è stato mandato al massacro; prima di festeggiare una cosa simile, tuttavia, ci penserei due volte.

Mi oriento piuttosto su una proposta alternativa, partendo da una provocazione lanciata dall’amico Renato Ceres in un racconto di La messa a punta (Lampi di Stampa): «A Reggio cosa c’è di reggiano e solo reggiano? […] Il Tricolore. Se anche diamo per buona che il vessillo della napoleonica Repubblica Cispadana possa essere considerato la prima bandiera italiana […] della sua festa, il 7 gennaio, se ne accorgono in pochi oltre gli impiegati del municipio; mah. Sarà colpa della Pifanìa, che tutte le feste la para via, ma sono più che convinto che se l’episodio fondativo fosse accaduto a Grosseto o a Treviso o a Lecce, oggi il 7 gennaio sarebbe Festa Nazionale; scuole chiuse, caro». Ecco, reggianità doc a parte, questa potrebbe essere una buona idea: se Presidenti come Ciampi e Napolitano hanno tenuto alla valorizzazione dei nostri emblemi, preferirei festeggiare il Tricolore, piuttosto che la vittoria di una guerra. Lo dico da reggiano (sia pure “bastardo”, perché tali sono considerati i guastallesi), lo dico da Italiano.

Gli antenati del videoclip (e preziosi da parete) in mostra

Quando si pensa ai videoclip, i filmati utilizzati per promuovere una canzone, spesso li si immagina con un’aura di modernità e come qualcosa di inevitabilmente “straniero”; per anni in molti hanno creduto che il primo vero filmato promozionale fosse quello girato nel 1975 per accompagnare Bohemian Rapsody dei Queen. Nulla di più lontano dal vero: l’idea del videoclip ha almeno 16 anni in più e, soprattutto, è nata in Italia. Lo ha spiegato in tante occasioni Michele Bovi, caporedattore centrale e capo della redazione Speciali del Tg2: al Cinebox, sorta di “macchina dei sogni” ad uso e consumo degli appassionati di musica, ha dedicato una parte importante delle sue ricerche. Dopo aver realizzato vari programmi televisivi a tema (numeri unici o intere serie), l’anno scorso Michele aveva allestito una grande mostra a Caserta, con tanto di convegno sul “paleolitico del videoclip“: l’esposizione «Canzoni con vista: mezzo secolo di videoclip», dopo essere passata da Foggia all’inizio dell’anno, sta per arrivare a Roma al prestigioso Festival di Palazzo Venezia, dedicato a film e documentari di contenuto artistico.

Vittorio De Sica alla presentazione del Cinebox

Vittorio De Sica alla presentazione del Cinebox

Dall’8 al 17 novembre, ogni giorno dalle 18 alle 24, presso la sala del Mappamondo si potranno ammirare quattro apparecchi del tempo, ancora perfettamente funzionanti: due sono Cinebox, altri due sono Scopitone, una macchina analoga prodotta poco dopo da industriali francesi per fare concorrenza all’Italia ed esportata anche negli Stati Uniti. Dagli schermi di quegli apparecchi facevano capolino gli artisti più noti (o ritenuti di maggior presa) di allora, protagonisti di filmati rigorosamente a colori, oltre un quarto di secolo prima che gli italiani potessero vedere il loro teleschermo colorarsi; dietro la macchina da presa spesso c’erano autentici professionisti, magari agli esordi, come Vito Molinari e Enzo Trapani e (per lo Scopitone) Claude Lelouch, Francis Ford Coppola e Robert Altman. L’avventura del juke box ad immagini terminò bruscamente negli anni ’60 per colpa delle fragilità degli apparecchi e delle infiltrazioni mafiose che la distribuzione americana dello Scopitone conobbe, ma a Roma si potranno ancora vedere oltre 500 filmati dell’epoca, in riproduzione continua, assieme a centinaia di fotografie e manifesti originali rappresentanti artisti italiani e stranieri testimonial del Cinebox (da Giorgio Gaber a Gianni Morandi, da Vittorio De Sica a Frankie Avalon). Buona parte del materiale esposto, compresi vari fotogrammi dei video, è contenuta nel libro-catalogo Da Carosone a Cosa Nostra, pubblicato lo scorso anno da Coniglio Editore.

Un'esibizione dei Rokes

Esibizione dei Rokes

Contemporaneamente alla mostra di Palazzo Venezia, il Cinebox riserva un’altra sorpresa. Il primo gruppo beat chiamato ad esibirsi per quell’apparecchio, furono gli inglesi The Rokes, che con brani come Che colpa abbiamo noi e È la pioggia che va spopolarono nell’Italia degli anni ’60. Se ai più è noto soltanto l’ex cantante e chitarrista David “Shel” Shapiro (l’unico ad essere rimasto nell’ambito musicale), si innamorò dell’Italia anche il chitarrista Johnny Charlton, anche se dal decennio successivo si occupò essenzialmente di arte (oggi è anche perito di pittura d’arte per il Tribunale di Roma). Johnny divenne collaboratore stretto e gallerista esclusivo del pittore Mino Maccari, per poi impegnarsi in prima persona come artista; la sua galleria divenne il punto di riferimento di (vicina a Piazza di Spagna) grandi nomi come Giorgio De Chirico, Giulio Turcato, Renato Guttuso e Mario Schifano e da quelle frequentazioni Charlton apprese molto e concretizzò gli stimoli ricevuti. Le sale del Palazzetto del Burcardo, la Biblioteca della SIAE (Via del Sudario, 44), ospiteranno tanto la prima chitarra a forma di freccia (o a coda di rondine, secondo altri) che la Eko costruì per i Rokes su disegno dello stesso Johnny Charlton, quanto le ultime opere dell’artista, i “preziosi da parete” che raffigurano proprio quelle chitarre attraverso combinazioni di colori e foglie d’oro zecchino; nel mezzo, anche i filmati a colori che videro protagonisti i Rokes nei Sixties italiani.