Un anno senza Enzo Biagi

Esattamente un anno fa, gli italiani hanno dovuto salutare il loro «ultimo cronista». Il vuoto lasciato da Enzo Biagi, soprattutto negli spiriti più liberi di questo paese, è tangibile e nessuno pare essere in grado di colmarlo: forse perché «modelli così non ne fanno più», forse perché non li hanno ancora trovati, forse – purtroppo – perché li hanno già trovati e resi inoffensivi. Biagi ha saputo raccontare quasi tutto, dalla cronaca allo sport, dalla politica al cinema, senza mai far mancare il suo stile, ricco di ricordi e «senza sbrodolature»; leggendo i suoi pezzi si imparano molte citazioni, spesso di personaggi “insospettabili”, e si capisce come arrivare al cuore delle cose, senza girarci troppo attorno.

La sua casa editrice, la Rizzoli, manda oggi nelle librerie due volumi “del cuore” (così mi sento di chiamarli), che possono aiutare ogni volenteroso a scoprire – o riscoprire – chi era davvero quel signore che con capelli bianchi ed occhiali è entrato per anni nelle case degli italiani attraverso il televisore. Il primo libro porta la firma di Bice Biagi, la figlia maggiore di Enzo e Lucia Ghetti, giornalista come il padre (ha diretto con stile Novella 2000 ed è stata vicedirettore di Oggi); come titolo è stato scelto In viaggio con mio padre, ma non si deve pensare a diari di avventure, visite all’estero, ricordi di corrispondenze o vacanze lunghe condivise tra i due (è Bice stessa ad ammettere di aver seguito il padre solo una volta, a Roma, dopo la fine delle elementari). Il viaggio di cui la figlia parla inizia subito dopo la morte di Biagi e l’ha portata in giro per l’Italia, in grandi città come in paesi quasi sconosciuti; spesso in compagnia della sorella Carla, altre volte con persone molto vicine al padre, ma sempre con la stessa energia propulsiva: la memoria del padre. Poteva essere l’intitolazione di una biblioteca o di una sezione di partito, una festa dei partigiani o una celebrazione legata al 25 aprile; in ogni luogo Bice ha incontrato persone che avevano conosciuto Enzo o che gli sarebbero piaciute. È proprio alle loro storie che lascia generosamente spazio, raccontando la figura del padre anche attraverso di loro, oltre che con i suoi ricordi; la giornalista apre anche il suo album di famiglia e mette a disposizione del lettore 14 fotografie che sanno di ricordo e sorpresa, con un pizzico di commozione e tanta sincerità.

Il libro di Bice Biagi

Il libro di Bice Biagi

Per chi invece desidera conoscere meglio il Biagi-giornalista, in particolare quello della carta stampata, è più indicato Io c’ero, cospicua raccolta di scritti di Enzo che ripercorre in più di 500 pagine oltre 60 anni di devozione per i lettori. I brani sono ordinati per anno di pubblicazione (o di riferimento) e, senza una precisa logica di disposizione, offre un vastissimo campionario di argomenti ed altrettante “istantanee” nitide sulla storia d’Italia e del mondo. C’è spazio per la conversazione con la senatrice Angelina Merlin (quella della legge sulle “case chiuse”) o per un’intervista al comunista Enrico Berlinguer, per raccontare l’incontro con Malcom X prima del suo assassinio o per commentare la prima guerra irachena, la prima ad essere trasmessa in tv. Si tratta del classico libro che è possibile aprire a caso, vedendo quale lettura la sorte ha assegnato: difficile restare delusi da questa summa curata con dedizione dal suo amico e regista Loris Mazzetti.

Proprio l’esperienza maturata al fianco di Biagi e la successiva carriera di dirigente Rai (attualmente è capostruttura di Raitre) mi hanno suggerito di intervistare Loris quando si è trattato di completare la mia tesi di laurea sul pluralismo televisivo. A metà gennaio parlammo di Rai, di libertà (in un momento in cui lui stesso stava pagando la sua schiettezza sull’azienda), di Che tempo che fa (programma di cui ha seguito la nascita e che ha curato per vari anni) e di leggi sul pluralismo, ma Enzo Biagi riaffiorava spesso nelle sue parole, anche quando le domande non riguardavano direttamente lui. Credo si tratti del momento migliore per pubblicare integralmente quel nostro colloquio: è un modo per ricordare Biagi e per parlare di cose che – oso sperare – gli sarebbero piaciute.

La raccolta curata da Loris Mazzetti

La raccolta curata da Loris Mazzetti

 

Loris, hai lavorato con Enzo Biagi per tantissimo tempo: com’è iniziato il tuo rapporto con lui?

«Io ho iniziato a lavorare con Enzo Biagi con un paio di trasmissioni speciali. Franco Iseppi, che aveva lavorato tantissimi anni con Biagi ed è stato anche direttore generale della Rai, mi contattò per dirmi che secondo lui io sarei stato adatto per lavorare con Enzo. Io all’epoca facevo il regista e per me era la realizzazione di un sogno, visto che lo avevo visto per la prima volta a Milano quando avevo 24 anni e montavo un film musicale per la Rai, mentre Biagi faceva altrettanto con un suo programma. Ero già da un po’ di tempo a Raiuno e facemmo un incontro in segreto: la rete, soprattutto il vicedirettore Paolo De Benedetti, aveva altre idee per me dal punto di vista professionale. Vidi Biagi nel suo studio sopra la libreria Rizzoli in Galleria Vittorio Emanuele a Milano e ricordo che, dopo due minuti di conversazione, mi disse: “Beh, tra due bolognesi non ci si dà del lei, ma del tu”. Una cosa simile non era usuale in uno come Enzo Biagi, evidentemente era un segnale. Lavorammo insieme per Buongiorno San Patrignano, speciale realizzato in occasione della morte di Vincenzo Muccioli, poi, poco dopo, arrivò Il Fatto».

 

A uno sconosciuto che ti chiedesse di raccontargli in poche parole chi era Enzo Biagi, che diresti?

«Dovessi usare una parola sola, direi che era un mio amico, è la cosa che ricordo principalmente di lui. Andando un pochino oltre, era uno straordinario professionista, un grandissimo giornalista, una persona che ha insegnato a tutti noi che la libertà va trovata dentro di noi; soprattutto, è stato uno che dal potere, in particolare dai politici, si è fatto dare del lei».

 

Cosa puoi dirmi della fondazione dedicata ad Enzo Biagi che nascerà presso l’università di Modena e Reggio?

«Siamo ancora in fase embrionale, visto che queste cose richiedono tempi tecnici piuttosto lunghi. La fondazione nasce a Reggio, perché qui Enzo ha ricevuto l’ultima laurea honoris causa e sempre qui ha tenuto il suo ultimo incontro pubblico, nell’aprile 2006: rimase molto colpito da questa nuova università e l’idea della fondazione nacque quando era ancora vivo. Mi sono reso conto che tutti gli articoli scritti da Enzo Biagi sono materiale cartaceo e tra un certo numero di anni rischia di andare perso, lo stesso vale per i suoi appunti ed altre carte: l’esperienza legata a Montanelli, che aveva donato tutto il suo materiale al comune di Fucecchio, non ci era molto piaciuta perché si rischiava di far nascere un museo, proposi così ad Enzo un’alternativa che permettesse di mantenere “vivi” quei testi, perché fossero letti, studiati, analizzati. All’epoca non parlammo di una fondazione, in accordo con l’università proposi di costituire un centro studi e ricordo che Biagi era felicissimo dell’idea, che è naturalmente proseguita nelle forme della fondazione, presieduta da Carla Biagi».

 

Ti sei occupato a lungo di un programma Rai ormai diventato irrinunciabile, Che tempo che fa con Fabio Fazio: come sei arrivato a quel programma e com’è cambiato il programma nel tempo?

«Il programma come format è nato strada facendo, all’inizio nella testa di Fabio c’era un programma sul meteo che assomigliasse tanto al Fab show che non era riuscito a realizzare a La7 quanto, soprattutto, a Quelli che … il calcio, con collegamenti da vari punti d’Italia ed altri elementi simili. In corsa abbiamo lavorato sulla formula, fino ad arrivare a quella di oggi che è l’ottimo: le modifiche non erano dovute a scarso gradimento, semplicemente Fabio col tempo ha costruito il programma “su misura” per sé e, in più, abbiamo capito che la cosa importante era arrivare all’one-to-one, all’intervista di venti minuti. Spesso il programma è stato paragonato al David Letterman Show e capisco che quando oggi hai un conduttore brillante da Luttazzi a Fazio alla stessa Dandini, l’accostamento venga spontaneo; io, personalmente, penso piuttosto ad Enzo Biagi, perché le interviste, proprio in quella formula, nella televisione italiana le faceva lui e, più avanti, Giovanni Minoli con i suoi “faccia a faccia”. L’intervista è un sistema vecchio come il cucco, è il conduttore che fa la differenza. Con Fabio poi si è fatto un programma “interattivo”: la scrivania permette a Fazio di avere il controllo di quello che accade sulle altre reti, grazie ai monitor che all’inizio servivano a coordinare i vari collegamenti con gli inviati; in quello stesso palazzo di corso Sempione, tra l’altro, al piano alto c’è il TV5, lo studio in cui registravamo Il Fatto e che ora funge da “studio virtuale”, soprattutto per le rubriche sportive».

 

Certi personaggi in tv si fanno vedere soltanto da voi: in base a cosa vengono scelti gli ospiti?

«All’inizio era molto difficile: le porte si sono aperte con le interviste ad Enzo Biagi e Bill Gates, solo lì il programma è stato lanciato ed era comunque la fine del 2004, praticamente un anno dopo l’inizio della trasmissione. Adesso c’è la fila per venire da noi, per dialogare con Fabio, presentare un libro o un disco. So che qualcuno ogni tanto si lamenta perché tanti ospiti vengono per presentare le loro ultime opere, ma spesso è la condizione per averli in trasmissione e, soprattutto, per non spendere soldi, visto che ci sono persone che vengono in studio e di norma chiedono anche più di 100mila euro, anche perché cantano dal vivo a differenza di quello che di solito accade».

 

Cos’è accaduto in Rai dopo la presentazione del tuo Libro nero della Rai (Bur)? In che stato sei?

«Guarda, molto tranquillo: per quanto riguarda il libro, sono pagine inattaccabili, perché io scrivo soltanto cose che sono dimostrabili e dimostrate; alcune cose sono già state scritte, ma mai da un dirigente Rai. Sono stato destinatario di un procedimento disciplinare quando sono andato ad Annozero da Michele Santoro, l’8 novembre 2007. Ci sono due accuse specifiche; una per quando ho detto che probabilmente Agostino Saccà [in quegli stessi giorni sulla graticola per una telefonata con Silvio Berlusconi in cui si parlava di “raccomandazioni” e varie commistioni tra tv e politica, ndb] è diventato direttore generale della Rai perché ha dato le garanzie non di eliminare Biagi, ma di eliminare Il Fatto. La seconda accusa riguarda il nuovo piano industriale dell’azienda, che io senza esagerazioni ritengo “straordinario”, perché al suo interno sono nominate alcune parole che in Rai non si sentivano da un pezzo, a partire da “meritocrazia”; però quel piano è tanto bello e tanto importante che se chi lo applicherà saranno gli stessi direttori che hanno distrutto la Rai, vorrà dire che avremo scherzato. Ho ricevuto una lettera che mi invitava a presentare le mie difese entro 5 giorni, ho respinto al mittente tutte le accuse, visto che mi si diceva che avevo violentato morale, etica e quant’altro. Davanti alla commissione parlamentare di vigilanza mi ha portato Forza Italia, sembra quasi un discorso di par condicio: voi massacrate Saccà e Deborah Bergamini [altra ex dirigente Rai finita al centro di uno scandalo per essere stata intercettata in telefonate con dirigenti Mediaset; ora la Bergamini è deputato del PdL, ndb]? Noi massacriamo Mazzetti». 

 

Diresti di nuovo quelle frasi?

«Io parto da un presupposto: al di là dei ruoli, un dirigente ha il dovere di difendere la vita e la sopravvivenza dell’azienda in cui lavora. Se esiste un vertice che sta portando in malora l’azienda e la sta conducendo dentro al baratro, inizialmente il dirigente deve dire “Scusa, cosa stai facendo, dove ci stai portando?”; nel momento in cui il vertice non sente, tu hai il dovere di denunciarlo ed è esattamente quello che ho fatto».

 

Nel tuo libro racconti la storia drammatica di Gianluca Nicoletti, uomo di televisione e dirigente illuminato travolto da uno scandalo assurdo (accusato di aver inserito link a siti porno e pedofili nella pagina web della sua trasmissione Golem), una cosa di cui si è saputo poco…

«E si continua a non sapere quasi nulla, nonostante il libro continua a passare sotto silenzio. Tutto ciò che ho scritto su di lui è vero, infatti nessuno mi ha querelato, ho letto tutti i documenti e soprattutto ho le testimonianze che non ho riportato, visto che nomina una serie di persone che lavorano con quelli che hanno “violentato” Nicoletti. La cosa emblematica è questa: chissà quanti altri casi come il suo ci sono stati, magari persone che non hanno l’onore delle cronache, semplici operai o impiegati. La fortuna di questi signori è stata la reazione di Gianluca, che si è spaventato ed ha pensato alla sua famiglia; seppi della sua vicenda quando aveva già deciso di lasciare la Rai, la cosa assurda è che la Rai da una parte lo accusava di una cosa gravissima, un marchio d’infamia, e dall’altra gli offriva soldi per andarsene, come a comprare indirettamente il suo silenzio».

 

A Reggio insegni Teoria e tecnica del linguaggio radiotelevisivo: come ci sei arrivato?

«Collaboro con l’università di Modena e Reggio da sei anni, poco dopo il famoso “editto bulgaro”. Tra l’altro,  io sono autorizzato dalla Rai a tenere dei corsi qui; di solito per avere le autorizzazioni occorre un certo periodo di tempo, non è tutto automatico. Ricordo tuttavia che mandai a Del Noce – mio direttore di allora – un fax per chiedere l’autorizzazione ad insegnare, la risposta arrivò in meno di 24 ore; come dire, almeno se è all’università non rompe i coglioni in Rai».

Con Loris Mazzetti a gennaio

Con Loris Mazzetti a gennaio

Cosa ti evoca la parola «pluralismo»? Come concepisci questo concetto?

«Il pluralismo mi evoca purtroppo un periodo buio: il pluralismo nell’informazione dev’esserci comunque sempre e quando si sente la necessità di parlarne significa che qualcosa non funziona, per cui mi ricorda cose brutte. Il pluralismo mi ricorda altre due parole: rispetto ed uguaglianza. Quello che però è accaduto in questi anni, con la nascita del rapporto tra RAI ed università di Pavia, con il monitoraggio dell’esistenza del pluralismo nei telegiornali e nelle trasmissioni – pluralismo qui inteso soltanto in senso politico-partitico – mi fa dire che non credo ai numeri. Enzo Biagi raccontava sempre che, all’epoca di Tribuna Politica, se l’onorevole Lupis della Dc parlava per 20 minuti, all’onorevole Pajetta del Pci bastavano 3 minuti per distruggere le parole del primo: il pluralismo non è questo e non si misura così. Il pluralismo deve esistere, non è solo quello informativo, è quello sociale, quello delle categorie, quello religioso … però sostanzialmente quando ne sento parlare vuol dire che manca».

 

Qual è la concezione di pluralismo all’interno della RAI? Ce n’è una sola o, per dirla con la Lucia Annunziata di Sabina Guzzanti, «ci sono tue scuole di penziero»?

«Ce ne sono anche quattro o cinque, secondo me. Se all’interno della RAI guardiamo ad esempio il rapporto tra le tre reti, non c’è pluralismo, perché decide Raiuno, poi Raidue e soltanto alla fine può decidere Raitre. Un esempio pratico può far capire meglio: sulla vicenda Mastella [il riferimento è all’inchiesta che ha coinvolto Clemente Mastella e la moglie Sandra Lonardo all’inizio del 2008, ndb] Raitre aveva chiesto di andare in prima serata con uno speciale di Ballarò. Alla mattina la trasmissione era stata concordata; alle 13 Raitre è stata chiamata per essere avvisata che di Mastella si sarebbe occupata Porta a Porta su Raiuno. Non è pluralismo questo; non esistono neanche le auto-nomie da un punto di vista economico, perché Raiuno ha un budget 5 o 6 volte superiore a Raitre e Raidue minimo ha il doppio di Raitre. Cosa fare per cambiare tutto ciò? È molto difficile, è una mentalità enorme, va cambiata e secondo me vanno cambiate le persone».

 

Quindi quelle persone che idea hanno del pluralismo, secondo te?

«Io credo che quelle persone non abbiano un’idea del pluralismo e facciano solo il loro interesse, che spes-so non coincide con quelli della RAI».

 

Da dirigente di un’azienda che – stando alle sentenze della Corte costituzionale – è tenuta al pluralismo interno, cosa è possibile fare operativamente perché il pluralismo sia promosso e rispettato?

«Parto da quello che ci diceva Enzo Biagi quando, stagione per stagione, aprivamo la nostra redazione: “Noi possiamo avere amici, ma la trasmissione non è amica di nessuno”. Il pluralismo è come la libertà, non te lo da nessuno: devi averlo dentro, deve far parte del tuo DNA. Come possiamo fare allora? Si può cominciare dai programmi: nelle mie trasmissioni il pluralismo esiste, ma esiste anche nel rapporto tra un giovane autore ed un autore affermato, perché i primi devono avere spazio come i secondi. Quindi il primo passo riguarda quello che facciamo singolarmente.

Seconda cosa, se guardiamo il lavoro che fa Raitre, il pluralismo è rappresentato dalle voci che hanno la possibilità di intervenire, come ospiti ed anche come conduttori (poi, certo, ognuno ha i conduttori che ha in re-te). Se ragioniamo su Sabina Guzzanti o sul mio amico Luttazzi, nei loro confronti non c’è pluralismo, perché non li vogliono: così si fa prima. D’altra parte si può dire anche un’altra cosa: quando Fabrizio Del Noce divenne direttore di Raiuno, Enzo Biagi gli disse: “È giusto che tu faccia il tuo palinsesto”, come ogni direttore deve fare per il suo ruolo. Un direttore dunque può modificare i programmi, può anche sostituirli, ma quando di originale non c’è nulla, quando tutto nasce in Bulgaria, dalla politica, quando finisce l’autonomia del direttore, della tv, RAI, allora quel detto è svuotato di senso».

 

Tu sei stato tra i primi ad aderire alla proposta di legge «Per un’altra tv», promossa da Tana De Zulueta: come la giudichi e che effetto potrebbe avere sul pluralismo?

«Quella proposta sarebbe fondamentale perché renderebbe la RAI autonoma dai partiti e verrebbe conse-gnata all’unico vero padrone, ossia l’utente. Già questa proposta di legge che viene “dal popolo” sarebbe il punto di arrivo: non si riesce ad andare avanti con il d.d.l. Gentiloni, figurarsi con questa. Anzi, mi pongo una doman-da. Vista la fatica con cui procede l’iter del d.d.l. Gentiloni, e considerando che l’attuale Cda della RAI scade a maggio e che tra 5 mesi l’attuale maggioranza di governo potrebbe ottenere la guida dell’azienda (nominando un nuovo consiglio) utilizzando la legge Gasparri e da quella posizione gestire un’eventuale campagna elettorale, che interesse possono avere a portare avanti una legge che toglie spazi ai partiti? Sono convinto che, nonostante le censure della Comunità Europea, non ci sia la volontà di far passare la legge Gentiloni che, pur non essendo ai livelli della proposta di legge De Zulueta, dà comunque una certa autonomia all’azienda rispetto ai partiti». [l’intervista è stata realizzata a metà gennaio, prima che iniziasse la crisi di governo che ha portato all’indizione di nuove elezioni per aprile: si spiega così quest’ultima risposta non più attuale]

 

Ritieni sia sufficiente una legge perché si riesca ad ottenere il pluralismo nel sistema radiotelevisivo? Prima ancora che sufficiente, è necessaria?

«Nel nostro paese la legge è necessaria: la prima cosa da fare nella realtà sarebbe una vera legge che rego-lamenti il conflitto di interessi. Quando c’è un proprietario di emittenti televisive, che è stato Presidente del Consiglio, che è leader di minoranza e che potrebbe tornare di nuovo al governo, una legge che regolamenti tutto questo è indispensabile. Ti faccio un esempio: per quanto riguarda la campagna elettorale c’è la legge della “par condicio” che, per quanto mi riguarda, è vergognosa, però dà un minimo di base che permette a chi ha fatto un programma di essere tranquillo se ha invitato in egual numero persone dei due schieramenti. Secondo me la cosa grave è che queste leggi e regolamentazioni non vengono mai applicate in tempo reale: penso a Emilio Fede che se ne frega della par condicio e viene multato esattamente un anno dopo, ma nel frattempo le sue violazioni le ha fatte. Se la legge è necessaria, non è certamente sufficiente per il discorso che si faceva all’inizio: non bastano le regole, ci vogliono anche gli uomini che le applichino».

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