Riccardo Mannerini: Genova, la ragione e Irish

Sono passati quasi sette anni e mezzo dal mio ultimo passaggio da Genova, in una gita organizzata da una banca nello spazio di una domenica; in quella città ero già stato altre due volte, un “mordi e fuggi” tipico delle gite scolastiche. Tutte e tre le volte non abbiamo mancato di visitare l’acquario, a quanto pare è una tappa obbligata per studenti e turisti, più importante di molte altre cose. Non c’è stato il tempo, probabilmente, per rendersi conto che Genova è davvero una città “diversa”, che permette un’esperienza altrove impossibile: farsi guidare per le vie, persino tra le case ed altri edifici, da versi di poesie e di canzoni. Ne ho la certezza sfogliando Parchi di parole, una piccola (e piuttosto anomala) guida alla città ed alla provincia di Genova pubblicata lo scorso anno dall’editrice Galata.

Una singolare guida per Genova

Una singolare guida per Genova

VERSI DI GUIDA. Il turista o il viaggiatore di pensiero possono percorrere luoghi noti o conosciuti per sentito dire con il gusto della scoperta e l’entusiasmo della rivelazione. Il verso di una poesia o l’immagine fermata da una canzone diventano il pretesto per raccontare un luogo, una storia, frammenti di vita. Pagina dopo pagina, il lettore familiarizza con ricordi e testimonianze, riscoprendo il valore di figure che a volte il tempo ha inspiegabilmente relegato in secondo piano (per i non genovesi, si intende): certo, Genova è stata la città di De André, Tenco, Fossati, quella d’adozione di Paoli e Lauzi, ma è bene non dimenticarsi di un artista di razza come Umberto Bindi e di poeti di valore come Giorgio Caproni e Camillo Sbarbaro, più di altri finiti nell’oblio per chi non abita all’ombra della Lanterna e non è solito frequentare la poesia.

Parchi di parole è l’occasione per conoscere meglio la città, ma anche per appagare un desiderio inconfessabile di molti: sezionare le canzoni più amate per calarle nella realtà e scoprire dove sono nate, cosa le ha rese speciali. Nel libro si mescolano dettagli noti a particolari pressoché inediti, piccole “rivelazioni” che fanno percorrere le pagine più volte, per essere certi di non aver trascurato nulla (e quasi fanno sentire la mancanza di un indice analitico che permetta di cercare subito i dettagli legati a questa o a quella lirica). Il casino con il soffitto viola che fa da culla a Il cielo in una stanza, la stazione di Sant’Ilario dove scende Bocca di rosa, i luoghi della gioventù di Caproni, il locale in cui verosimilmente le forme di una donna fanno nascere Mi sono innamorato di te sono solo alcune delle tappe di questo viaggio che può seguire un tracciato a piacere, quello suggerito dalle pagine o quello (sicuramente autentico) che scaturisce dalla curiosità e dall’istinto.

Se mi hanno appagato molto i dettagli legati a L’ufficio delle cose perdute (probabilmente uno dei brani più riusciti di Gino Paoli), è quasi ovvio che le emozioni maggiori siano arrivate con Fabrizio De André: è forse uno dei personaggi più citati nel centinaio di pagine della guida. Ho viaggiato ai tanti ricordi proposti nel libro, mi sono commosso nel ricordo di Gianni Tassio (che prima di lasciarci ha allestito un museo deandreiano nel suo negozio di musica di via del Campo, accanto a quell’ultima chitarra comprata da tutta Genova; un giorno troverò il tempo ed il coraggio di raccontare qualcosa su questo), mi sono incuriosito leggendo la ricostruzione che cerca di restituire un nome ed un volto a Marinella. Tra le storie ed i personaggi che in qualche modo sono legati a Faber, posso dire di essere particolarmente legato ad un nome: Riccardo Mannerini.

Il libro che raccoglie le poesie di Riccardo

Il libro che raccoglie le poesie di Riccardo

UN POETA CIECO DI RABBIA. Nato a Genova nel 1927, autenticamente anarchico e libertario, Riccardo Mannerini all’inizio degli anni ’50 iniziò a viaggiare sulle navi, impegnato come frigorista (una parola che sa di antico ed esotico, pur essendo un lavoro duro): in quegli anni girò il mondo, conservando nei suoi occhi e nella mente un patrimonio inestimabile di immagini, voci, suoni, colori, sensazioni e storie, raccolto dai luoghi toccati e dai libri letti durante i tragitti. Nello stesso periodo aveva iniziato a comporre versi, rigorosamente di notte, quando l’istinto e l’ispirazione glielo suggerivano: nei suoi versi si univano la critica al sistema e all’autorità, l’orrore per lo scandalo della guerra, sensazioni intime, pagine di intensa dolcezza. Il tesoro accumulato nei viaggi fu ancora più importante dopo che, nel 1961, un incidente alla caldaia di una nave gli fece perdere quasi completamente la vista: ricominciò a vivere con dignità e dolore, grazie all’affetto della moglie (e scrittrice) Rita Serando, che nel 1966 gli diede un figlio, Ugo (lo stesso nome del padre di Riccardo).

Oggi Ugo Mannerini è il più instancabile difensore dell’opera del padre, troppo spesso sottovalutata o, più semplicemente, dimenticata. Fino alla sua morte, che Riccardo si diede nel 1980, egli scrisse moltissime pagine, a caratteri sempre più grandi e faticosi, pieni di grinta e di rabbia. Non a caso si intitola Un poeta cieco di rabbia il volume (pubblicato da Liberodiscrivere nel 2004, anno in cui Genova fu città europea della cultura) che raccoglie tante liriche scritte tra gli anni ’50 e ’70. Alcune di queste sono assolutamente riconoscibili dagli appassionati di musica: i testi di Mannerini furono ingrediente fondamentale per il primo concept album del panorama musicale italiano (Senza orario senza bandiera) nonché di uno dei brani più struggenti del repertorio di Fabrizio De André, Cantico dei drogati. Il pezzo, inserito in un album che oggi ci si dimentica (Tutti morimmo a stento), nasce da una poesia di Riccardo intitolata Eroina che inizia proprio con quell’interrogativo spiazzante e disarmante: «Come potrò dire a mia madre che ho paura?». Il testo fa venire in mente la devastante dipendenza dall’alcol di Fabrizio, ma riporta anche alla mente il profondo rapporto tra l’artista e il poeta, durato un decennio ed interrotto bruscamente alla fine degli anni ’60: anni, spazi, amicizie ed avventure condivise, che hanno regalato a tutti perle difficili da dimenticare.

Ho provato a chiedere ad Ugo un ritratto del padre a cuore aperto e lui mi ha risposto così: «Durante una presentazione una nostra amica, Miriam Selva, disse: “Mi ricordo di Riccardo come una persona dal cuore enorme, ma vorrei che uscisse anche il Mannerini uomo, che si è sempre dato da fare per il sociale e per la sua città, Genova. Ecco, mio padre lo vedo così, quello che parlava con i pescatori della Foce o che accoglieva persone in casa, lui era senz’altro per gli “ultimi”, mentre di tante altre persone non so se si possa dire; lui non ha mai sbandierato tutto questo, semplicemente lo ha fatto». Non c’è da stupirsi che dal suo pennarello, con cui era solito scrivere i testi, siano uscite liriche pulsanti, calde, piene di vita e di esperienze.

Il libro dedicato allo storico concept album

Il libro dedicato allo storico concept album

SENZA ORARIO, 40 ANNI DOPO. Quest’anno, poi, si celebra un anniversario importante: Senza orario senza bandiera, infatti, fu pubblicato proprio 40 anni fa, primo 33 giri di un gruppo fondamentale nella discografia italiana, i New Trolls; a quel disco l’editore Aereostella dedica un libro scritto da Antonio Oleari, pieno di testimonianze e ricordi. Quando l’album uscì, Ugo Mannerini aveva solo due anni: come pensa oggi a quell’esperienza musicale? «Gli stessi New Trolls, a partire da Vittorio De Scalzi, raccontano come allora non avessero la percezione di quanto stavano facendo, sottolineando come quell’operazione fosse nata un po’ per scherzo. Certo, per me riprendere in mano Senza orario a tanti anni da allora è una sorta di rivisitazione filosofica, i testi mi trasmettono significati e contenuti al di là di quello che molti possono intendere, leggendo a prima vista. Tra l’altro, quando mio padre ha scritto questo lavoro ha trasposto una serie di impressioni accumulate su taccuini e fogli di carta: anche lui paradossalmente “non credeva” in quello che stava facendo, aveva delle cose dentro e le tirava fuori per sé stesso. Anche per questo è quasi impossibile dire cosa avrebbe raccontato mio padre oggi, se avesse “rifatto” quel viaggio: del resto, il disco ha funzionato perché è stato frutto del lavoro comune di Riccardo, Fabrizio De André e De Scalzi, nessuno di loro ha avuto l’idea, semplicemente si sono trovati».

L’alchimia è stata praticamente perfetta, le immagini si sono susseguite con efficacia: la strada nel centro di New York, i luoghi del mondo e le lacrime di Ho veduto, la timidezza disarmante e poetica di Tom Flaherty, l’orrore della guerra di Ti ricordi Joe? (che in origine si chiamava Walter) e i quadri futuribili di Duemila mantengono intatto il loro smalto e invitano ancora al canto e a mettersi «per le strade del mondo», come quarant’anni fa.

 

IRISH E LA BICICLETTA. Attraverso quelle canzoni e le altre liriche del libro, Riccardo Mannerini può essere riconosciuto da chiunque come un vero poeta, genuino e diretto, qualità di cui oggi spesso si sente la mancanza. Anche la moglie sicuramente gli ha dato molto: Rita Serando è stata poetessa e scrittrice (nel pacco che Ugo mi ha mandato c’è anche un suo libro, La costanza dell’illusione, ed è scritto davvero bene) e ha soprattutto speso ogni sua energia per difendere la memoria del marito. Da poche settimane Rita non c’è più ed ora quel compito è passato completamente ad Ugo: il suo sito www.riccardomannerini.it è davvero completo e rende giustizia ad un uomo autentico che ha regalato emozioni.

Forse il suo più grande dono sta tutto in un nome di cinque lettere: Irish. Il brano che lo riguarda è il più famoso di Senza orario senza bandiera e non lo è certo immeritatamente; per chi crede è grido, preghiera e fiducia allo stesso tempo, per chi non ha fede è comunque un testo splendido. Chi scrive è terribilmente di parte, ma non credo di essere il solo: «Pensa che Vittorio De Scalzi, ogni volta che ci troviamo, non riesce a fare a meno di suonare Signore io sono Irish – mi conferma Ugo – Lui è stato folgorato all’inizio da quel pezzo, gli è visceralmente legato. Anche qualche settimana fa ci siamo incontrati ad una presentazione del libro su Senza orario in un negozio Ricordi: Quando ha visto un pianoforte Vittorio non ha resistito, ha spostato lo strumento rischiando di buttare all’aria mezzo locale e ha cominciato a suonare Irish». Il legame tra De Scalzi e Mannerini è tale da aver prodotto Con gli occhi del mondo, un album tutto basato sulle liriche di Riccardo (il titolo viene appunto da lì) e con le musiche di Vittorio e di Marco Ongaro: la speranza è che il disco sia pubblicato al più presto.

L’idea di questo ragazzo che chiede al Signore una bicicletta per poterlo lodare nel suo giorno senza dover affrontare sessanta miglia di cammino mi ha sempre affascinato; ora Ugo mi ha dato la corretta interpretazione del testo. «Mio padre era agnostico e nel disco lo ha dimostrato. Eppure, accanto al raziocinio che ha caratterizzato la sua vita, lui ha riconosciuto anche una sorta di fede filosofica: il suo Signore era una “delega ultima”, un affidamento che doveva arrivare al momento della fine, con la consapevolezza che forse ci vuole più fede nel praticare una vita raziocinante, piuttosto che al momento di andarsene». È giusto che siano proprio le parole di Riccardo a terminare questo piccolo viaggio, attraverso la versione originale di quel testo che, ogni volta, ci fa cantare e (ammettiamolo) versare qualche lacrima.

 

Signore, guardami, io sono Irish

Signore, sono qui, io sono Irish,
quello che non ha la bicicletta.
Tu lo sai che lavoro dai Lancaster
e che, a sera,
le mie reni non cantano.
Mi hai date tante cose belle
e il mio cuore le ha viste volentieri:
i boschi, le rose, la fratta,
i piccoli stagni dei cieli e la notte,
le labbra di Ester,
i suoi seni,
quei suoi impossibili occhi,
il sonno, il risveglio, il rumore
del fiume, l’odore dei legni
duri … O mio Signore,
purtroppo c’è qualcosa che non va!
Io
che lavoro dai Lancaster,
dormo e mangio a trenta miglia
dalla chiesa di padre Enrico.
Come posso, o Signore,
santificare il tuo giorno?
I camion sono fermi,
le auto non passano,
ed io nel tuo giorno
sono stanco, Signore.
Trenta miglia più trenta
sono troppe a piedi ed Irish,
tu ricordi Signore,
non ha la bicicletta.
I passeri, gli scoiattoli, le lepri
gioiscono nel tuo giorno, io no.
Non so più se io sono tuo figlio:
in quel giorno non vengo alla tua casa,
io non ti onoro, come posso fare,
dimmi?
Posso stare sul prato a parlarti di me?
O debbo venire in fondo alla valle?
Soffro, Signore e tu devi,
capisci?
devi fare qualcosa.
Andrà bene anche vecchia
la bicicletta
che manderai ad Irish,
perché tu, che sei buono,
hai tanti amici e a qualcuno
di loro
la puoi chiedere una vecchia bicicletta.
Che sia robusta, piuttosto, e grazie,
mio Signore, grazie!
Dio, pardon … la Madonna
te ne renderà merito, di certo.
Io sono Irish, Signore,
quello che verrà da te in bicicletta.

Grazie a Riccardo Mannerini per l’intervista e per aver concesso la pubblicazione della lirica

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2 Risposte

  1. Mammamia!
    Bravo Gabriele!

  2. Bellissime parole….

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