Ricordi dalla preistoria grazie alla Rete

«Solo gli stolti non cambiano mai idea». La frase non mi è mai piaciuta, forse perché sono piuttosto testardo (e di solito al posto di «stolti» vengono piazzate altre parole più correnti e meno fini) e non sopporto chi cambia idea con la stessa facilità con cui una banderuola gira in una giornata di vento. Eppure ieri ero felice di essere stato smentito, soprattutto perché qualcun altro ha cambiato idea.

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«Il mondo virtuale non serve a nulla, come i blog, solo perdite di tempo»: se lo era sentito dire tante volte ed era inutile smentire, correggere, precisare: niente avrebbe squassato quella certezza granitica, almeno in apparenza. Perché il granito è pietra e, si sa, gutta cavat lapidem.

La prima goccia cadde il 1° dicembre, quando la piattaforma del suo blog perditempo gli notificò un messaggio di una persona sconosciuta: una signora chiedeva informazioni sull’amministratore, per sapere se fosse «figlio di due amici di secoli fa». Riflettè un poco: era la richiesta più curiosa che avesse mai ricevuto (superata solo da quella, vecchia di anni, che riguardava consigli di galateo nella scelta di un medico ginecologo), ma decise di approfondire. Nel giro di poche ore scoprì di corrispondere al soggetto immaginato, benché la signora in questione non lo avesse mai visto e non appartenesse alla schiera (sorprendentemente vasta) di persone che asserivano di averlo visto «quando era lungo così».

A quel punto era tempo di comunicare la notizia a una delle persone che aveva permesso la sua esistenza, alla proprietaria dei «bellissimi occhi verdi» che in realtà sono cerulei. Una linea telefonica gracchiante non impedì di avvertire tutto lo stupore per «un vero ricordo dalla preistoria». Tempo qualche ora e spuntarono vecchie agendine, testimoni di due incontri in una sperduta località del lecchese.

Altra goccia: la ragnatela grande come il mondo fornì un numero di telefono, perché il racconto del passato continuasse in voce e non più per via telematica. È vero, la signora non aveva mai visto quel tizio nemmeno da bimbo, ma sapeva della sua esistenza: vent’anni prima un acquazzone provvidenziale l’aveva spinta in un rifugio e vi aveva incontrato un gruppo di concittadini e amici dei «due amici di secoli fa», i quali da cinque anni avevano avuto un figlio.

In quei due decenni da quell’ultima notizia erano successe molte cose, alcune soprattutto erano finite, lasciando dolore dietro di sé. In un qualche modo le vite erano ricominciate e si erano incrociate, per effetto del caso e di un’altra goccia. Avvenne che la signora, in un giorno di fine novembre, capitò in una casa di amici: una ragazza interessata al doppiaggio visitava un sito web dedicato all’argomento. L’immagine di un appassionato come lei, casualmente fermata sullo schermo, impietrì la donna: la somiglianza con una foto di trent’anni prima, infilata in un libro di biochimica della studentessa dagli occhi cerulei era impressionante; il vicino indirizzo di un blog fece il resto.

«Il mondo virtuale non serve a nulla». Tranne che a prendere l’automobile una domenica mattina e raggiungere un paesino vicino Pavia, per dare un nuovo volto ad un ricordo dalla preistoria.

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Consumismo e segni della fine del mondo

Ogni tanto ne rispunta qualcuno, su giornali o in televisione, dalle pagine di un blog o in mezzo a una piazza. Sono coloro – generalmente maschi, non più giovanissimi – che si propongono come massimi avversari di «tutti gli -ismi», riferendosi alle varie forme di dittatura sperimentate nel secolo trascorso. Se qualcuno pensa soprattutto al nazifascismo ed altri additano più volentieri il comunismo, quasi nessuno si preoccupa di denunciare altre due tirannidi, non meno pericolose: qui non ci occuperemo del nepotismo (lo fa già a dovere un’eletta schiera di persone, tra cui l’ottimo Gian Antonio Stella), bensì del più insidioso consumismo, o almeno di alcune sue manifestazioni.

Da anni l’uomo medio ha fatto l’abitudine a sentirsi ricordare, solitamente da religiosi e persone in difficoltà, il valore autentico delle feste e ormai hanno lo stesso effetto di un ronzio fastidioso le voci di chi si ostina a negare che Natale e Pasqua siano semplicemente il tempo dei regali e del panettone (o della colomba). Certo, il periodo natalizio in cui siamo immersi sembra essere meno scintillante del solito: i grandi sacerdoti della fiesta consumistica (come li chiamerebbe il venerabile maestro Edmondo Berselli) si prodigano in tutte le maniere per invitare i cittadini a consumare, cioè a spendere, ma l’estrema leggerezza dei portafogli rende l’operazione maledettamente difficile.

Nemmeno l’aria pesante di crisi, tuttavia, è in grado di interrompere una gioiosa tradizione che va avanti da anni. Sono rari i giorni in cui nella mia casella di posta (ordinaria, cosa da specificare nell’epoca in cui prevale l’e-mail) non trovo almeno un catalogo che propone «consigli per gli acquisti». Generalmente si tratta di materiale professionale e tendenzialmente utile, ma qualche dubbio si produce comunque. Sarà proprio necessario stampare un centinaio di cataloghi all’anno (il cui spessore a volte raggiunge quello dell’elenco telefonico) moltiplicati per un numero imprecisato di persone? Possibile che ci sia un bisogno continuo di scrivanie, lavagne metalliche, distruggi-documenti, etichettatrici e via sfogliando? Il più delle volte la sola vista di una pubblicazione promozionale in mezzo alla posta fa sbuffare il ricevente, che la butterà direttamente nella spazzatura, magari dopo uno sguardo distratto all’immancabile omaggio che tutto sarà, meno che un regalo: alla fine, tutto si traduce in uno spreco di carta, anche se riciclata.

Alcuni oggetti premonitori della fine del mondo
Alcuni oggetti premonitori della fine del mondo

Può essere perfino divertente ed istruttivo, invece, scorrere con attenzione i cataloghi dei cosiddetti «introvabili», anche se la dizione corretta sarebbe «improbabili»: si tratta di quel campionario di oggetti strampalati e assolutamente non fondamentali, di cui non si avverte la mancanza fino a poco prima di vederli stampati sulle pagine, ma un secondo dopo ci si chiede inevitabilmente «Ma come ho potuto farne a meno fino ad oggi?». Questi curiosi libricini erano già diffusi almeno vent’anni fa e c’è chi si divertiva a sfogliarli per scoprire gli oggetti più impensabili e, magari, con un tocco di trasgressione (penso a quei bicchieri decorati con deliziose signorine in costume che – birichine – si spogliavano non appena qualcuno vuotava qualche liquido dentro al recipiente).

Intendiamoci, certi strumenti si possono anche salvare, visto che un minimo di utilità la mantengono: penso allo spray al peperoncino per autodifesa, ai cestelli salvaspazio per la cucina o all’apparecchio che incorpora giradischi, lettore cd e cassetta, potendo trasformare tutto in file mp3 (così mettere il materiale su Emule diventa ancora più facile). Ma che dire del «cappellino ventilatore a energia solare», del «mini-aspirapolvere con attacco USB», della carta igienica con il sudoku stampato su ogni foglio (doppiamente demenziale) o dello svuota-ananas (utile, per carità, ma forse una volta l’anno …) e di altri articoli davvero dimenticabili? Ci si ride sopra, o forse no.

Al telegiornale si continua a dire che per questo Natale si spenderà meno e solo per regali utili: è lecito pensare e sperare che questi oggetti rimangano invenduti. Eppure, l’idea che qualche mente possa aver concepito prodotti inquietanti e di pessimo gusto come la «tenda leopardata per gatti», il «gattino aspirabriciole da tavola» (poveri felini bistrattati) o i sottovasi con gambe di donne fa pensare che qualche meccanismo nella mente umana si sia inceppato: si sarebbe tentati di leggere tutto ciò come un segno inequivocabile della fine del mondo, in cui i cataloghi e la sventatezza di chi li riempie prevalgono su tutto, anche sull’intelligenza e sul buon senso. A questo punto è bene correre ai ripari, ma è inutile chiedersi «Dove andremo a finire?»: in ogni caso, ci siamo già finiti.

Pubblicato sul numero di gennaio del periodico L’Eretico – Idee Arte Pensiero

Casa Editora: un gatto scapestrato come guida

In una delle mie frequenti “puntate” alla piccola libreria sotto la mia università (ricca di testi accademici ma con imperdibili occasioni di lettura per i curiosi di natura), nell’attendere che il buon Franco Casanova mi scovasse due volumi di diritto internazionale e procedura penale, l’occhio mi cadde su due curiosi libri, con la copertina di cartoncino ruvido paglierino. Su entrambi campeggiava un gatto sornione, accattivante, che a giudicare dai titoli doveva chiamarsi Ernesto, anche se in un caso era abbigliato con cappello, grembiule e forchettone da cuoco, mentre l’altra copertina lo incorniciava in una carta da gioco e lo vestiva di saggezza d’erbolario; alla sommità della pagina notai la stessa firma, «G.C.Ben & Topo Gaia», e al fondo la stessa provenienza editoriale, «Casa Editora». Attratto dai due esemplari, chiesi informazioni a Casanova, che mi disse: «L’autore è un signore piuttosto curioso che ogni tanto passa di qui e scrive cose molto particolari, è da leggere».

Il ricordo, come spesso accade, fu archiviato senza sparire del tutto: riaffiorò all’improvviso, una sera di gennaio, quando il mio amico (e ora collega) Renato Ceres mi chiese di dialogare con lui sulla sua prima creatura, Parrokkia progressive. Tra i coraggiosi convenuti per la presentazione, c’era un signore piuttosto curioso, con occhiali e baffi, che alla fine mi si svelò proprio come autore di quei due tomi d’impronta felina, culinaria ed officinale. Iniziare a sfogliarli può risultare interessante, perseverare può addirittura far scattare la molla della curiosità, difficilmente disinnescabile. Per chi non è spaventato e desidera iniziare questo percorso, il viaggio comincia qui, inevitabilmente, dal gatto Ernesto.

ernesto

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Una nuova bibbia per Battistiani doc

Per gli autentici appassionati di Lucio Battisti questi mesi si presentano come davvero ricchi. La gratitudine va soprattutto alla Coniglio editore che ha ripubblicato (in veste completamente rinnovata) la prima “bibbia” dei battistiani e sta per dare alle stampe un’autentica pietra miliare per chi ha amato davvero l’artista di Poggio Bustone. Da poco è nuovamente disponibile, dopo la prima uscita nel 1996 per Tarab, Pensieri e parole – Lucio Battisti, una discografia commentata, di Luciano Ceri: 480 pagine (per un costo di 18,50 euro) che ripercorrono disco per disco la carriera di Lucio, con analisi, ricordi e testimonianze.

Si tratta di un lavoro accurato ed interessante, il cui ritorno in libreria non può che far felici gli estimatori; per loro, tuttavia, si prepara un piatto ancora più ghiotto. Il titolo della seconda uscita Coniglio (non si conosce ancora la data) è emblematico: Lucio Battisti – Discografia mondiale. A compilare il tutto è un grande esperto di musica, molto apprezzato nel settore dei collezionisti, Michele Neri; al suo fianco, il fondatore ed amministratore del sito più completo (forse l’unico propriamente detto) sull’opera di Battisti, Fabio Sanna. Il volume non sarà economico (si prevede un prezzo di 58 euro), ma le circa 570 pagine previste per l’opera promettono decisamente bene per tutti coloro che desiderano conoscere a fondo la produzione discografica di Lucio. In attesa della pubblicazione, ecco l’intervista che Michele mi ha concesso.

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We are the champions, Erik

Questa mattina era iniziata come le altre: risveglio, doccia, colazione, computer acceso, scrittura, … Tutto consueto, tranne un piccolo trillo del cellulare che ricordava un “appuntamento”, come di solito si fa con i compleanni. Il testo apparso sullo schermo, tuttavia, mi ha velato di tristezza: Erik – 7. Sono trascorsi sette anni da quella mattina maledetta in cui a scuola arrivò una notizia terribile. Continua a leggere