We are the champions, Erik

Questa mattina era iniziata come le altre: risveglio, doccia, colazione, computer acceso, scrittura, … Tutto consueto, tranne un piccolo trillo del cellulare che ricordava un “appuntamento”, come di solito si fa con i compleanni. Il testo apparso sullo schermo, tuttavia, mi ha velato di tristezza: Erik – 7. Sono trascorsi sette anni da quella mattina maledetta in cui a scuola arrivò una notizia terribile.

Ero in quinta liceo e il periodo era piuttosto teso: pochi giorni prima era stata proclamata l’autogestione per protestare contro la riforma Moratti. Condividevo l’idea di fondo, ma come rappresentante d’istituto votai contro quell’iniziativa, perché non credo abbia senso autogestire per protestare contro qualcosa che viene dall’esterno, non si otterrebbe nulla; in ogni caso, la situazione ai miei colleghi era sfuggita di mano e non riuscivano più a convincere i ragazzi a tornare nelle aule.

Alle 8 del 4 dicembre 2001 ero entrato in classe normalmente, per una lezione di italiano che proseguiva comunque nonostante la protesta. All’improvviso, qualcuno entrato più in ritardo degli altri varcò la soglia disorientato: «Ragazzi, dev’essere successa una disgrazia ad Erik, l’ho sentito giù». Rimasi perplesso, non vedevo Erik dall’ultima gara di atletica in cui lui aveva corso ed io facevo il giudice di gara, ma mi sembrava assurdo che potesse essergli capitato qualcosa. Guardai interrogativo Claudia Barbieri (la professoressa), chiedendo il permesso di uscire per capire cosa stesse succedendo: lei acconsentì, così andai fuori assieme ad un mio amico e scendemmo le scale. Arrivati nell’atrio, trovammo ragazzi che piangevano, altri che giravano continuamente, quasi per inerzia. Qualcosa di vero ci doveva essere e cercammo di approfondire: chiedendo a qualcuno informazioni in più, ci rendemmo conto che la realtà era persino peggiore di quello che avevamo immaginato. Nessuno di noi voleva credere che una dannata arma ci avesse portato via il sorriso e la compostezza di un ragazzo prezioso che in tanti conoscevano: compagni di classe, di sport (giocava anche a pallavolo), amici non avrebbero più incontrato l’ironia di «Frigio» che aveva accompagnato molti momenti vissuti insieme.

Ci volle quello scossone orribile perché l’autogestione lentamente si spegnesse. Fui convocato in aula magna insieme agli altri rappresentanti d’istituto e di classe: il preside di allora, Marco Incerti Zambelli, chiese a tutti di essere responsabili, di valutare se non fosse arrivato il momento di tornare nelle aule; «Non pretendo certo che oggi facciate lezione – disse – ma da domani cerchiamo di ritornare ad un minimo di ordine». Quel dirigente era apprezzato da molti ragazzi che, per il candore di barba (folta) e capelli, lo chiamavano scherzando «Babbo Natale»; nessuno in quel momento riuscì a sorridere, nemmeno quando Zambelli ricordò di aver scioperato da ragazzo «contro il terremoto di San Francisco», per dire che comprendeva l’inquietudine dei ragazzi. Ci sciogliemmo in un’atmosfera gelida, in cui persino i più violenti e “aizzapopoli” sembravano pesci fuor d’acqua; andammo tutti a casa prima, senza riuscire a concludere nulla, tra lezioni e incontri tra di noi (quel giorno erano previste anche i Giochi di Archimede di Matematica, toccò a me avvertire i professori anche se ne avrei fatto volentieri a meno).

Dei giorni dopo ricordo molto silenzio, tanto pudore nel pronunciare il nome di Erik, una folla immensa al funerale in Duomo a Guastalla (cui volli a tutti i costi partecipare come chierichetto, per essergli vicino almeno in quel momento) e la rabbia sorda di molti di noi nell’ascoltare in chiesa uno dei brani più noti dei Queen: Frigio amava We are the champions, ma sentire la voce di Freddie Mercury che cantava «we’ll keep on fighting till the end» ci mandava in bestia, perché ci sembrava che il nostro amico non ce l’avesse fatta a «combattere fino alla fine» e da lì in poi ci sarebbe mancato eccome.

Fino ad allora non avevo avuto contatti con la famiglia del ragazzo, ma l’occasione sarebbe arrivata più tardi. Qualche mese dopo quel 4 dicembre, iniziai la mia esperienza giornalistica alla Gazzetta di Reggio e uno dei primi servizi che mi furono affidati riguardava la festa di fine anno del mio istituto: in quell’occasione, tra l’altro, sarebbe stata dedicata ad Erik la bacheca sportiva della scuola, vista la sua passione per le gare che venivano organizzate. Purtroppo qualcuno mise mano al mio pezzo di “lancio” che scrissi per il giornale e inserì una cosa forse vera, ma assolutamente indelicata rispetto alla storia di Frigio e – soprattutto – alla sua famiglia, già terribilmente provata da quella scomparsa imprevedibile. Il giorno dopo la festa, mi dissero che Fulvio, il padre di Erik, mi aveva cercato. Mi sentii crollare qualsiasi cosa addosso, convinto che fosse arrabbiato (e ne avrebbe avuto motivo) per quanto era apparso sul giornale con le mie iniziali accanto.

Chiamai Fulvio e usai tutto il mio fiato in affanno per scusarmi, pur sapendo che quanto era accaduto non dipendeva da me (ma poteva non credermi). «Io veramente avevo telefonato per dirti che avevo letto il pezzo che hai scritto dopo l’inaugurazione e per la prima volta avevo trovato un tono rispettoso e corretto del dolore – sentii nella cornetta – Non avevo letto il pezzo di cui tu parli, ma se mi dici questo vuol dire che ci hai capiti davvero». Da allora io e il padre di Erik ci siamo incontrati più volte e per motivi diversi (lui è presidente del consiglio comunale) e i rapporti sono sempre stati molto distesi; su quell’episodio non siamo praticamente più tornati. Fulvio non può nemmeno immaginare cos’abbia significato per me quella sua frase, dopo lo spavento mortale che avevo provato: se ho continuato a raccontare il nostro piccolo mondo sul giornale, lo devo anche a lui. Sette anni dopo, sono certo che Frigio non è stato dimenticato, chi gli ha voluto davvero bene gli ha dedicato un pensiero, una lacrima o una preghiera. Sono convinto che un giorno Erik rispunterà fuori, da qualche parte, col suo sorriso, le sue battute e magari con un cd dei Queen in cuffia. 

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3 Risposte

  1. ciao..ero un amico di erick..nei giorni successivi alla tragedia un suo amico sulla gazzetta di reggio gli dedico’ una lettera che iniziava in prima pagina e che proseguiva all interno del giornale..io raccolsi tutti i quotidiani in quei giorni,ma quello in cui cera quella lettera nel tempo è andata perso. dato che tu lavori nel giornale volevo sapere se cera modo di trovare un quotidiano o anche un allegato via mail per rileggerla e tenerla insieme agli altri ricordi. grazie mille.. ciao

  2. :’-( ho trovato questo articolo solo ora (18 giugno 2010).
    mi manca tanto il mio fratellone e questo articolo è davvero molto bello.
    grazie gabriele.

  3. Grazie a te Danilo. Non hai idea di cosa significhi per me il tuo commento. L’ho scritto senza dirvi nulla, perché avevo una storia da raccontare, un po’ mia, un po’ sua.

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