Casa Editora: un gatto scapestrato come guida

In una delle mie frequenti “puntate” alla piccola libreria sotto la mia università (ricca di testi accademici ma con imperdibili occasioni di lettura per i curiosi di natura), nell’attendere che il buon Franco Casanova mi scovasse due volumi di diritto internazionale e procedura penale, l’occhio mi cadde su due curiosi libri, con la copertina di cartoncino ruvido paglierino. Su entrambi campeggiava un gatto sornione, accattivante, che a giudicare dai titoli doveva chiamarsi Ernesto, anche se in un caso era abbigliato con cappello, grembiule e forchettone da cuoco, mentre l’altra copertina lo incorniciava in una carta da gioco e lo vestiva di saggezza d’erbolario; alla sommità della pagina notai la stessa firma, «G.C.Ben & Topo Gaia», e al fondo la stessa provenienza editoriale, «Casa Editora». Attratto dai due esemplari, chiesi informazioni a Casanova, che mi disse: «L’autore è un signore piuttosto curioso che ogni tanto passa di qui e scrive cose molto particolari, è da leggere».

Il ricordo, come spesso accade, fu archiviato senza sparire del tutto: riaffiorò all’improvviso, una sera di gennaio, quando il mio amico (e ora collega) Renato Ceres mi chiese di dialogare con lui sulla sua prima creatura, Parrokkia progressive. Tra i coraggiosi convenuti per la presentazione, c’era un signore piuttosto curioso, con occhiali e baffi, che alla fine mi si svelò proprio come autore di quei due tomi d’impronta felina, culinaria ed officinale. Iniziare a sfogliarli può risultare interessante, perseverare può addirittura far scattare la molla della curiosità, difficilmente disinnescabile. Per chi non è spaventato e desidera iniziare questo percorso, il viaggio comincia qui, inevitabilmente, dal gatto Ernesto.

ernesto

GIOIRE DELLA CUCINA, VIVERE MEGLIO. «Il felino in questione – racconta l’autore, comodamente seduto in poltrona, mentre sceglie un sigaro – nasce dalla mano del topo Gaia che aveva una passione per il più noto gatto Silvestro; il Silvestro visto dal topo Gaia, tuttavia, era un gatto completamente diverso, attratto più dai fornelli che dai canarini, per cui la prima bozza del ricettario si chiamava “Silvestro cuoco maldestro”. Per evitare di cadere in un’ovvietà ed in paralleli con il personaggio della Warner Bros, il simpatico felino ha mutato nome in Ernesto; per di più, il suo essere maldestro era piuttosto espressione della sua essenza di cuoco scapestrato, che per gioire della cucina dimenticava le patate o lo stracotto sul fuoco: in questo modo il titolo è stato definitivamente fissato in Ernesto cuoco scapestro».

Il cuoco narrato in quelle pagine, tuttavia, non era un cuoco banalmente accademico: era piuttosto presentato come un’alternativa al modo consueto (pedante e banale) di proporre tutto quanto si fa in cucina. «In fondo Ernesto era scapestrato – spiega di nuovo l’autore – proprio perché metteva buon gusto ed amore ai fornelli, mentre di solito la cucina è vissuta come sinonimo di fatica e peso, non di leggerezza, di levità». Tutto questo si evince anche dall’introduzione al libro, firmata dal Topo Gaia ed intitolata «Reperti archeologici della nonna», personaggio non citato a caso: pare infatti che Ernesto (o il suo babbo) possano vantare «una nonna particolarmente ferrata in fuochi, fornelli e spianatoie», una gagliarda signora che era amica di Pellegrino Artusi, pur essendo le sue ricette precedenti a quelle del Maestro. Con queste credenziali, il gatto può tranquillamente porsi come «un faro luminoso per tutti coloro che vogliono vederci chiaro, nei piatti per lo meno».

Tornando alla filosofia dell’autore, la cucina può essere vista addirittura come “soluzione ai mali del mondo”, «a condizione – precisa subito G.C.Ben – che si smetta di prenderla come oggi, affidandosi alla fretta, all’incuria, ai fast food e alle diete, se non altro perché in fondo finiamo per trascurare non stessi. Perché il cibo possa curarci, occorre curare il cibo: il trasferimento di energia che avviene cucinando bene non va perduto, quell’energia viene recuperata dagli ospiti o da sé stessi quando si consumano le vivande».

È l’autore stesso a trasformare la sua teoria in pratica: «Di recente è capitato di avere ospiti a casa mia, loro hanno gradito molto delle fragole e si sono stupiti sapendo che provenivano dal loro stesso supermercato. Le mie, però, vengono scelte, lavate, asciugate, messe al sole e, infine, scelte per maturità: questa cura fa la differenza. Non ogni condizione psicologica è adatta a tutto ciò: se si è incazzati in cucina i cibi vengono male; se ci si dedica loro e si mette amorevole cura nella cucina, si riesce ad entrare in uno spazio diverso, perforando dimensioni. A pensarci bene, ci si ritrova non col cibo migliore, ma tranquilli, sereni, soddisfatti, consapevoli di ciò che si è fatto e si è riusciti a realizzare: l’arte, del resto, altro non è che trasferire passione, qualcosa di “vivo” a cose che sembrano “morte”».

 

CONTRO L’ACCADEMIA, PER LA COMPRENSIONE. Nelle oltre 200 dell’anomalo volume si trovano 150 ricette, frutto di una selezione oculata tra le conoscenze del babbo dell’Ernesto. «Il criterio usato si può sintetizzare in “non tutto ma di tutto” – spiega – Il libro non doveva essere un’enciclopedia, la parte più onerosa del lavoro consisteva nel distillare l’essenza, un’essenza culinaria e culturale che potesse essere utile a tutti i lettori».

Uno dei mali oscuri del presente, secondo G.C.Ben, si chiama «typisque», con variazioni ortografiche a piacere. Inutile cercare questa parola su un dizionario, dal momento è che è una creazione dell’autore: «Si tratta del vezzo di coloro che, ignoranti del perché o del percome della tradizione culinaria, pretendono di indicare un piatto qualunque come “tipico”, accettandolo così com’è ed inserendolo in qualche ricettario, come fosse un prontuario liturgico. Qui l’approccio è e vuole essere diverso. È pur vero che i fritti misti all’italiana sono opera del territorio guastallese, ma non si deve mai dimenticare che sui fornelli e in tavola c’è spazio per altri. Diciamo che questo volume può essere letto anche come un “trattato sulla tolleranza“: la maggior parte di ciò che oggi si fa nell’alta cucina è fondato su una sorta di “ipse dixit”, ma queste persone non hanno capito che anche una bruschetta se fatta bene può essere grande, purché la si sappia fare; non ci sono regole, c’è l’ispirazione giusta».

Il concetto vira verso il taoismo, anche se è necessariamente banalizzato. «Bisogna da soli entrare nell’illuminazione, poter sbagliare – continua l’autore – Non ci sono dogmi, se si usano se ne è schiavi». Così sarebbero i grandi accademici della cucina, quelli che (sempre secondo il babbo del gatto) «li puoi veder fare gli gnocchi di patate con la farina e senza patate e, quanto al concetto antropologico di ricetta o le motivazioni spirituali che presuppone l’atto di cucinare a dovere, costoro non sanno neppure cosa siano».

Nel libro del gatto Ernesto, invece, convivono materie molto diverse e all’apparenza inconciliabili. Nelle sue pagine possono trovare posto ricette autenticamente popolari come il pancotto e i cappelletti (sia pure in una versione da “liffa”, da mensa aristocratica) e, solo poche pagine dopo, una polenta decisamente innovativa, perché dopo l’inizio della bollitura si cuoce senza doverla mescolare, dunque senza fare una fatica della malora. Come stanno insieme tradizione, rivisitazione ed innovazione?

«Si può far cuocere la polenta mentre si gioca a carte se si supera il passo della conoscenza e si arriva allo stadio della comprensione – risponde G.C.Ben – In cucina è possibile arrivare a questo, ma per comprendere non basta conoscere, occorre andare al di là. In cucina esistono fenomeni che possono sembrare sconvolgenti per le persone “comuni”: lo si vede, per esempio, pensando alla massima reggiana “I caplèt i gan da patìr“, i cappelletti cioè devono assimilare il calore all’interno, ma senza dover stare sul fuoco. Eppure, proprio il cammino verso la comprensione permette di accumulare una certa esperienza: si compra il libro dell’Ernesto per imparare, per entrare in un altro mondo, così chi lo fa non solo mangia e vive bene, ma è un uomo felice. La curiosità potrà spingere più avanti, inventare, sperimentare: è così che, per tornare all’esempio di prima, si capisce perché dopo settanta minuti dallo spegnimento del fuoco “la polenta è cotta e la pentola non scotta”. In fondo, è la presenza del proprio “io” dentro al rito che permette al soggetto di depurarsi e progredire».

Immagini tratte da RecitarRicettando
Immagini tratte da RecitarRicettando

Gli altri attori della compagnia Los Scapestros
Gli altri attori della compagnia Los Scapestros

 

EDITORIA CONTRO LA BANALITÀ. Fu proprio per dare stampa al compendio di ricette, perle di saggezza e esperimenti di novità nella tradizione che nacque l’idea di una casa editrice speciale. L’originalità del progetto, oltre che nell’opera destinata alla pubblicazione, stava già nel nome: Casa Editora. Nessun errore di italiano, come potrebbero farlo i bambini nel formare il femminile di «editore»: l’ascendenza è portoghese, ma la storia della denominazione è assai più complicata. Nel 2005, anno di fondazione dell’editrice, essa si doveva chiamare «Los Scapestròs Casa Editora Ltd.», ma iniziò proprio sul nome una «triste battaglia della burocrazia», visto che un nome così lungo non entrava nel terminale dei computer dell’ufficio competente (alla lunghezza dei nomi lunghi, peraltro, l’autore-editore è abituato, visto che nella realtà si chiama Giuliano Camponi Benaglia e, per risparmiare sul tempo dei lettori, si firma e si presenta come G.C.Ben).

Sarà stata la lunghezza del nome o qualcos’altro, sta di fatto che alla fine la denominazione ufficiale si è trasformata in «Casa Editora» ed ha acquisito anche un marchio caratteristico, una falce di luna calante (delle frequenti infiltrazioni esoteriche e cosmogoniche si dirà poi). La casa editrice ha, nell’intenzione del suo inventore, un compito gioiosamente difficile missione, che lo stesso G.C.Ben scrive nel suo sito internet (www.editora.it): «pubblicare solo opere non effimere, testi ben sorvegliati,  eterni no, ma immortali senza dubbio, come il suo primario ispiratore: il signorino Ernesto, ‘strogatto illuminato, cuoco e alkimista scapestrato». Ho avuto personalmente modo di verificare l’operato, visto che a presidio della bontà dell’opera c’è un nutrito numero di lettori e curatori, incaricati di rintracciare errori o improprietà da sottoporre all’autore.

Nemmeno l’idea originale del nome editoriale, tuttavia, è andata perduta: da una gemmazione della casa editrice è nata la «Combriccola Teatrante Los Scapestròs», che a richiesta mette in scena il suo Recitarricettando, disponibile anche su dvd: si tratta della drammatizzazione di alcune pagine del Cuoco scapestro, in acconcio (e talora impensabile) costume, per dimostrare una volta di più che in cucina ci si può divertire parecchio.

elisir

ELISIR E MANI DI TAROCCHI. Nel terminare la trattazione sull’opera culinaria si parlava di «progredire», nel passaggio dalla conoscenza alla comprensione. Immaginando che Ernesto cuoco scapestro sia un corso istituzionale, di base, il suo livello progredito è rappresentato da Ernesto e l’elisir di lunga vita, pubblicato nel 2007. «Il cerimoniale ha ancora tutti i suoi connotati in cucina – precisa l’autore – ma è fatto di giochi alchemici, la natura resta la stessa anche se il meccanismo diventa più complesso dal punto di vista alchemico».

Indubbiamente questo libro si applica ad un territorio più complesso o almeno inusuale: tratta di botanica, di erboristeria, dei principi attivi delle piante, temi di fascino ma assai poco frequentati dai più. Per questo la difficoltà di comprensione può aumentare, ma non per questo cambia la spinta verso la comprensione stessa. «L’elisir di lunga vita aiuta quelli che vogliono passare ad un livello di consapevolezza superiore – spiega G.C.Ben – perché, rispetto al volume precedente, indica più riti, ad esempio su come aggiungere le droghe in cucina, “farsi” e prepararsi il te, praticare l’aromaterapia; persino l’uso dei dolcificanti è un rito, perché è un discorso di quantità, di aroma, di tipologia. Per questo l’elisir è un trampolino avanzato che, se affrontato dovutamente, ci permette di vivere meglio e più a lungo».

Forse l’idea che meglio rende questo passaggio è la funzione che in arabo si denomina «hsin»: «Si tratta di ciò che i santi dichiaravano “anima” – precisa il babbo del gatto – è il concetto di mente cosciente o, meglio ancora, di coscienza che si esprime attraverso la mente; è questo il meccanismo che porta all’apertura verso la comprensione». Oltre ai riti, si arricchisce anche la simbologia contenuta nelle pagine: in particolare, ogni pianta o essenza narrata nel testo è ad una carta, precisamente alla riproduzione di un tarocco piemontese. La scelta, naturalmente, non è casuale: «Si potrebbe dire che radici di questa esposizione si ritrovano nelle opere medicinali di Avicenna, un pensatore che ha avuto un grande vantaggio sul mondo che lo circondava. Contrariamente a quanto si pensa, le piante sono inclassificabili: grazie alla logica di Cartesio abbiamo attribuito loro una dimensione che non hanno, per cui un approccio deterministico rappresenta un errore di metodo. Le famiglie di Linneo, tanto per capirsi, non esistono, ci sono situazioni in cui per classificare occorrerebbero “n” variabili, invisibili e difficili da interpretare. I tarocchi, invece, non sono altro che la riedizione di alcuni arcani e concetti essenziali, sono un’iconografia di valori e significati difficilmente spiegabili e definibili che però sono immortali, al di là del tempo».

In questo modo, per spiegare bene il potere di una pianta o di un’essenza, l’autore ha adottato le “affinità elettive” degli arcani maggiori e minori per identificare le affinità dei principi attivi ed il loro valore utilitaristico; «Nel dispensare questi consigli e svelare le combinazioni opportune in ambito officinale – chiosa G.C.Ben – Ernesto può dirsi un benefattore dell’umanità, che mette a disposizione il proprio sapere per migliorare l’umore e la vita degli altri».

LA CHIAVE DEI SIMBOLI. L’uso dei tarocchi applicato alla botanica officinale non deve stupire. Osservando le copertine dei due libri che hanno il gatto Ernesto come filo conduttore, colpisce sicuramente il numero di riferimenti esoterici, costanti o calibrati sul tema trattato. In entrambi i disegni il simpatico felino ha sulla propria testa la costellazione del Cane Maggiore (il padre del gatto è un acuto osservatore e lettore del cielo) e spicca la luminosità di Sirio, stella non a caso legata alle logge massoniche; allo stesso mondo rimanda il grembiulino con tanto di occhio inscritto nel triangolo («Si tratta dello stesso indumento indossato da Gorge Washington all’inaugurazione dell’obelisco di Washington D.C.» sostiene il babbo dell’Ernesto). Nell’Elisir si nota invece il tradizionale simbolo orientale dello yin e dello yang, dal momento che «ogni principio attivo può far bene o male»; nella copertina sembra quasi il seme di una carta, così come l’emblema che riunisce il sole e la luna, «che sono complementari, come alcuni principi attivi».

Il simbolo yin/yang, tra l’altro, viene rivisitato dall’autore nel cosiddetto «tao del tè»: si immagina che le due parti complementari e compenetrate rappresentino il tè verde ed il tè nero, con i rispettivi inserti antagonisti del tè rosso e di quello bianco; al confine tra i due emisferi (e raffigurato da un dragone) si dispone il tè wu long, essenza con sfumature verdi e blu che tuttora rappresenterebbe l’equilibrio e l’armonia. Una costruzione simile spiega bene perché G.C.Ben sia un accanito detrattore del tè in bustina ed abbia elaborato una puntuale teoria sugli “additivi”: «Il limone uccide il tè – ma la scorza va benissimo ed è meglio la variante “pozione berbera”, mentre il latte dev’essere bandito, perché fa precipitare i tannini, l’essenza dell’elisir».    

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PAGINE SOTTO L’ALBERO DEL RUM. Per la terza uscita di Casa Editora, il gatto Ernesto è stato momentaneamente accantonato, così come il genere manualistico. A maggio, infatti, è stato dato alle stampe Racconti dall’albero del rum, raccolta di dodici racconti, sviluppo di altrettanti generi letterari. Conosco piuttosto bene il volume poiché, senza sapere bene come, mi sono trovato fulmineamente coinvolto nel terzo episodio editoriale di G.C.Ben (mi era stata affidata la correzione di un racconto, ho finito per controllarne molti e scrivere la prefazione al testo).

Il libro rappresenta il compimento di un’idea che l’autore aveva da tempo: cimentarsi in dodici generi letterari differenti attraverso la forma del racconto. L’operazione ha richiesto molto tempo: se all’inizio il ventaglio di possibilità tra cui scegliere era ampio (e si poteva battere questa o quella strada in base al proprio mood del momento), il numero di opzioni si restringeva sempre più e diventava assai difficile completare il quadro in maniera soddisfacente. Finito il lavoro, tuttavia, ci si può rendere conto che il tempo ha dovutamente mischiato le carte e gli ingredienti, per cui alla fine il racconto storico, gotico, fantastico, erotico o il saggio non sono rimasti esclusivamente tali, ma hanno acquisito sfumature e venature impreviste (per dirla alla Panella, hanno «preso pieghe architettoniche» inattese): l’autore, così, diventa il primo scopritore della sua stessa opera e di come il tempo ha agito sottotraccia.

Quando ho chiesto a G.C.Ben perché ha deciso di far uscire il volume proprio ora, mi ha risposto: «Questi racconti vogliono essere una risposta sui generis allo scoppio della “stagione dei tiranni”. La mia concezione antitiranno è una forma primordiale che credo di aver appreso leggendo Platone; del resto è un fatto inequivocabile che, se ci si lascia predare da colui che a un certo punto si prende un nostro diritto, quel diritto certamente non sarà restituito e il soggetto in questione diventa pure arrogante ed antipatico». Il racconto mitologico Il Prometeo scatenato è forse il più indicativo da questo punto di vista: «Tutti quelli che si inginocchiano sempre davanti a Zeus, in fondo, lo fanno perché pensano che lui sia in grado di risolvere tutti i loro problemi e che sia più comodo obbedire che ribellarsi; Prometeo non si allinea e ne paga le conseguenze, ma resta coerente con le proprie scelte e sentenzia che “Ribellarsi è un dovere da Dio”».

La tirannide, del resto, si può manifestare in molte forme, a partire dalla sciatteria, dalla volgarità, soprattutto dalla mancanza di nobiltà: non è una questione di soldi e di blasone, naturalmente, ma di animo e di atteggiamento. Eppure, nelle tante meschinità del giorno d’oggi rappresentate in vari racconti del libro, c’è sempre la speranza (viva o ridotta al lumicino) che possa tornare di nuovo la stagione della signorilità. Il volume è impreziosito dalle illustrazioni di Laura Serraino (che risultano anche sulla carta riciclata, usata per comporre il libro) e dalla copertina su cui campeggia, non a caso, una mangrovia: le sue radici ben piantate nell’acqua mettono simbolicamente in comunicazione Terra e Cielo (in questo caso, il mondo reale e quello ideale) e cercano di portare armonia e solidità. Nel mondo, come nel libro.

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Presentazione dei Racconti al Salone dell’editoria di pace
a Reggio (2 giugno 2008): da destra, l’autore, Yukta Mookhey
(Miss Mondo 1999) e il sociologo Giorgio Triani 

EPILOGO. Il viaggio nel mondo che ha il suo inizio e il suo compimento nel gatto Ernesto si sta per concludere, ma non si può tacere un elemento importante che regola quel piccolo universo da leggere e vivere. G.C.Ben, nelle sue conversazioni, fa spesso riferimento ai cosiddetti tre «postulati del pensiero moderno», che lui stesso ha distillato dallo scibile letterario. Il primo è tanto noto ed affascinante, quanto difficile da seguire: «Fatti non fosti a viver come bruti / ma per seguir virtute e canoscenza», con l’Ulisse dantesco che potrebbe rivolgersi con la stessa foga ai suoi marinai come a tanti nostri contemporanei di bassa lega.

Il secondo assioma programmatico è tratto invece dalle Città invisibili di Calvino: «Cercare e saper riconoscere chi e che cosa in mezzo all’inferno non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio», anche qui un compito niente male, nelle parole che Kubilay dona a Marco Polo. Il terzo postulato, che probabilmente il già ricordato Prometeo incarna alla perfezione, esce invece dalla penna di Luis Sepulveda: «Non è più eroe chi vince di chi resiste». Dire queste parole in una società che ricorda solo la storia scritta dai vincitori può essere dirompente: certo, «Sventurata la terra che ha bisogno di eroi», ricordando Brecht, ma di gente che resista c’è sempre bisogno, specie nei tempi bui di oggi.

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Una Risposta

  1. complimenti !
    ringrazio tutti quelli che hanno contribuito.
    mi auguro che Ernesto sia esempio per molti altri.
    Ciao Tiziana

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