Ancora con Faber, tra buona e cattiva strada

«Mille anni sono come il giorno di ieri che è passato»: le parole del salmista parlano del tempo secondo «il punto di vista di Dio», ma possono applicarsi anche al pensiero umano, che dilata o restringe il fluire dei giorni senza badare alla realtà. Per questo è difficile non provare almeno un briciolo di stupore, quando cronache, calendari e almanacchi ci ricordano che sono già trascorsi dieci anni dalla scomparsa di Fabrizio De André. Capita di intristirsi, nel pensare che per così tanto tempo ci è mancata la sua voce avvolgente da sciamano; si prova malinconia per i versi, le riflessioni e le provocazioni che in questo periodo non sono arrivate attraverso nuovi dischi.

Impossibile, tuttavia, dire che Faber sia sparito: in tanti hanno colto l’occasione di anniversari, ricorrenze create ad hoc, eventi e incontri per ricordare De André, riascoltarlo, ricantarlo. Qualcuno, al solito, ne ha approfittato per racimolare indebitamente qualche soldo: nemmeno Fabrizio si è salvato dalle doppie o triple raccolte selvagge, dal repackaging di materiale già edito e presentato come nuovo ed altre amenità. I professionisti del raschiamento dei fondi di barile, tuttavia, non sono riusciti a rovinare la nostra immagine di quel «servo disobbediente alle leggi del branco», che a chi lo ha voluto ascoltare ha saputo insegnare molto, quasi sempre senza volerlo.

Fabrizio De André in concerto

Fabrizio De André in concerto

Nessuno come Fabrizio De André ha saputo avvicinare realtà come la Sardegna, l’America dei Sioux e una Sidone distrutta dal fuoco umano; nelle canzoni sanno convivere ancora oggi buona e cattiva strada, uomini in cella e persone libere, prostitute e donne sotto le croci. Che traducesse a modo suo maestri come Brassens, Dylan e Cohen o raccontasse le sue storie vive di dannati della terra, quell’artista ha saputo toccare le corde giuste, ha dipinto con pennellate decise e fini ogni figura che abbia ospitato nelle sue canzoni.

Fabrizio e la sua città sono stati testimoni di storie maggiori e avventure quotidiane: anche per questo, hanno permesso piccoli e grandi miracoli alla portata di chiunque. Nel 2000 un’associazione a delinquere, formata dal sottoscritto e dal collega di redazione (e professore di Storia dell’Arte) Roberto Rinaldi, brigò tanto da riuscire a deviare una gita scolastica all’Acquario di Genova verso il cimitero di Staglieno, pur di sostare per qualche minuto davanti alla cappella in cui Faber riposava da un anno: i compagni di classe non gradirono molto, ma l’intensità non si è cancellata.

Poco più di un anno dopo, dovetti ringraziare di nuovo l’Acquario. Tra un pranzo infinito della gita di una banca e l’ennesima visita alle creature d’acqua riuscii a infilarmi in «Via del Campo» e nel negozio di musica di Gianni Tassio: quel signore, che si definiva con un sorriso «figlio e nipote di bagascia», aveva allestito in un piccolo ambiente un museo caldo e imperdibile, pieno di testimonianze di De André (dischi, libri, fotografie). Gianni purtroppo se n’è andato da qualche anno, mentre l’ultima chitarra di Fabrizio, acquistata con i soldi di tutta Genova, è ancora al suo posto, in una vetrinetta là in alto, pronta per essere vista da tutti e, di tanto in tanto, suonata: io ho avuto questa fortuna per pochi minuti e non potrò mai dimenticarlo.

La chitarra era la sua ...

La chitarra era la sua ...

Il modo migliore per festeggiare questi dieci anni, probabilmente, è riprendere in mano quei cd stampati di recente, quelle cassette registrate dagli amici “per diffondere il Verbo”, quei vinili pieni di fruscii che ora riusciamo ad apprezzare. Può esserci, legittimamente, l’imbarazzo della scelta: l’affresco angiportuale della Città vecchia, la poesia grondante sangue innocente di Fiume Sand Creek, i classici come Il pescatore e La canzone di Marinella, i pugni nello stomaco di Ottocento; si può optare per la malinconia di Rimini, per la rabbia della Canzone del maggio o per la riflessione profonda del Testamento di Tito, così preziosa per noi cattolici inquieti. Ogni canzone, quale che sia, porta con sé un tassello del mondo di Fabrizio: spetta all’ascoltatore comporre il puzzle, con passione e voglia di scoprire. E pazienza se, nel farlo, ci sfuggirà qualche lacrima.

Articolo pubblicato sul numero di febbraio 2009 del periodico L’Eretico – Idee Arte Pensiero

Annunci

3 Risposte

  1. Visitando la mostra che Genova gli ha eminentemente regalato, in un percorso multimediale e spirituale, ho nel cuore la dedica che Fernanda Pivano scrisse a De Andrè sulla sua “Antologia di Spoon River: “A Fabrizio, molto più bravo di Masters a muovere le anime di questi personaggi dolenti. Con riconoscenza.”
    Ne sono ancora rapita, se penso a tutta la poesia della sua musica, della sua anima…

  2. Fabrizio è stato una colonna portante della musica italiana.. Le persone che denigrano il suo operato e lavoro a mio avviso sono solo ignoranti!

    E’ stato grazie a lui, alla sua musica che ho pensato di fare il mio sito…

  3. TU hai suonato la sua chitarra…
    Tu hai suonato la sua chitarra…
    Tu hai suonato la sua chitarra…
    Tu hai suonato la sua chitarra…
    Tu hai suonato la sua chitarra…
    Tu hai suonato la sua chitarra…
    Tu hai suonato la sua chitarra…
    Tu hai suonato la sua chitarra…
    Tu hai suonato la sua chitarra…

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: