Guida agli Italiani (e non solo) con Beppe Severgnini

Uno dei miei miti dichiarati – da quando l’ho letto per caso la prima volta – si chiama Beppe Severgnini. La tentazione di definirlo «collega» è forte, ma farò uno sforzo sovrumano per mettere a tacere la vanità tipica dei giornalisti. Per molto tempo ho cercato di ottenere un’intervista, a partire dagli spunti disseminati nei vari libri; l’ultimo diniego, cortese ed ironico («Passo, posso? Troppe domande, troppo buone. Troppo tempo. E poi io sto parlando troppo») mi ha spinto a cambiare obiettivo, ma neanche di molto.

L’intervista si farà, le domande resteranno le stesse e sarà sempre Beppe a rispondere; trucco ignobile (da parte mia), lo farà attraverso vari brani contenuti quasi per intero nei suoi libri. Saranno citati praticamente tutti, ad eccezione di Italians (l’ultimo, che devo ancora leggere), dell’Inglese (non ce l’ho) e degli Interismi, che mancano in una casa in cui è più facile trovare un dromedario che un nerazzurro (a parte qualche cravatta del sottoscritto). Buona lettura, e non me ne voglia Beppe se l’ho fatto parlare comunque: in fondo, questa fanta-intervista è una personalissima antologia o – se si preferisce – una mappa alla scoperta del  personaggio. Io ho compulsato quei libri; magari a qualcuno verrà voglia di sfogliarli di persona.

 * * *

 – Beppe, qual è un fenomeno curioso legato ai giornali?

«L’edicola. Fino a pochi anni fa era il fortino di un monopolio italiano, la vendita dei giornali. Ora i quotidiani si comprano anche in qualche bar, e l’edicola ha riscoperto la vocazione del bazar: un luogo di consolazioni spicciole e tentazioni veniali. Guardate cosa vende, oltre ai giornali: libri e fumetti, soldatini e ventagli, borse e bolle di sapone, pennarelli e pupazzi, videogiochi e palloncini, agende e taccuini, trottole e ceramiche, film in dvd e canzoni in cd, figurine e modellini, rossetti e fumetti, videocassette e collane, matite e spazzolini elettrici, orologi e peluche, acquarelli e timbri, orologi e ricettari, borse e sciarpe, mappe e tanga, cappelli pieghevoli e magliette riprovevoli». (La testa degli italiani, p. 206-207)

Il primo libro che ho letto

Il primo libro che ho letto

– C’è un’immagine (vista dal vivo o attraverso foto/video) che ha segnato la tua vita di giornalista?

«Il ping-pong mi è servito poi nei posti e nelle circostanze più strane […] per tener buoni i soldati cinesi nelle giornate dell’insurrezione di Pechino, soppressa in piazza Tienanmen (1989). Loro usavano l’impugnatura a penna; io quella tradizionale. Loro deponevano la pistola; io il taccuino, E poi ci davamo dentro, gridando ognuno quel che voleva». (Imperfetto sportivo, p. 36) 

– Nei tuoi libri è sempre citato Indro Montanelli: qual è la cosa più importante che hai imparato da lui?

«Vorrei ringraziare Indro Montanelli, che:

  1. mi ha insegnato cosa guardare» (Italiani con valigia, ringraziamenti)
  2. mi ha mandato a Londra e mi ha portato via in tempo» (Inglesi, ringraziamenti)
  3. mi ha insegnato a mettermi sempre nei panni dei lettori» (Uomo domestico, p. 11)

«I fiorentini sono una tribù autosufficiente e misteriosa. I tifosi sono feroci, con la propria squadra prima che con gli avversari (lo so, perché ho visto Montanelli soffrire e inveire di fronte al televisore: non so quale delle due cose gli riuscisse meglio». (Imperfetto sportivo, p. 178)

– Hai indagato gli italiani nel profondo della quotidianità: quali sono i nostri vizi maggiori? in particolare, i nostri vizi in viaggio?

«Diciamo che [l’Italia] è un purgatorio insolito, pieno di orgogliose anime in pena, ognuna delle quali pensa di avere un rapporto privilegiato con il padrone di casa. Un posto capace di mandarci in bestia e in estasi nel raggio di cento metri e nel giro di dieci minuti. Un laboratorio unico al mondo, capace di produrre Botticelli e Berlusconi. Un luogo dal quale diciamo di voler scappare, se ci viviamo; ma dove tutti vogliamo tornare, quando siamo scappati» (La testa, p. 15)

«Anche Enzo Biagi avrà scoperto che allo stesso piano, almeno duecento volte su mille, c’erano italiani impegnati nelle varie attività che rendono piacevole e interessante una vacanza all’estero: piccolo contrabbando, chiusura di valigie toppo piene, ordinazione della colazione in camera chiamando l’house keeping o la laundry; furto sistematico di penne, saponcini e tappetini da bagno». (Italiani con valigia, p. 56)

Raccolta di viaggi e viaggiatori

Raccolta di viaggi e viaggiatori

– Tra i misfatti degli Italiani, è più grave firmarsi/presentarsi con “Cognome-Nome” o rubare un saponcino in un albergo?

«Dai bagni dell’albergo asportiamo tutto quello che non è saldamente avvitato e ha l’aspetto di un omaggio […] Perché l’Uomo Occidentale si comporta così? Perché si ricorda di essere stato povero? Forse. Perché ritorna bambino? Anche. Perché intende provare il brivido del furto di qualcosa che si può rubare? Chissà. Perché vuol far credere di essere persona pulitissima? Può darsi». (Imperfetto viaggiatore, p. 107-108)

«Quelli che si presentano con cognome-nome sono gli stessi che si firmano sui timbri (non sopra, sotto o di fianco: proprio sopra). Alla base c’è la stessa inconfessabile insicurezza, lo stesso misterioso desiderio d’ordine, la stessa nostalgia burocratica. […] Possiamo spiegarlo, ma non perdonarlo». (Uomo domestico, p. 146)

Avventure a stelle e strisce

Avventure a stelle e strisce

– Suggerisci due spunti per non essere americano e altri due per trovare simpatica l’America.

«Uno degli argomenti di conversazione preferiti dagli italiani negli Stati Uniti è la dimensione della gente: l’obesità di questo paese è fonte di continuo stupore. I didietro americani […] hanno su di noi un effetto ipnotico e vagamente consolatorio: se questo è il prezzo da pagare per essere i primi nel mondo, no grazie». (Un italiano in America, p. 148)

«Per gli italiani che arrivano negli Stati Uniti, la soddisfazione […] è combattere contro la burocrazia americana. Il motivo? Allenati a trattare con quella italiana, ci sentiamo come un torero che deve affrontare una mucca. Una faccenda deliziosamente rilassante». (Un italiano in America, p. 19 … sarà ancora così dopo l’11 settembre?)

«[Nei bagni degli alberghi] le cose inutili sono in esposizione; quelle fondamentali sembrano occultate. Gli interruttori ad esempio. Per trovarli la notte, occorre palpare cinque metri di parete, imprecando nel buio come minatori polacchi. […] Una soluzione potrebbe essere questa […] una caccia al tesoro: chi trova tutti gli interruttori in una executive suite vince un soggiorno in un motel americano – uno di quei posti squallidi, dove però l’interruttore sta sempre nello stesso posto: entrando a sinistra, all’altezza della mano (su, acceso; giù spento)». (Imperfetto viaggiatore, p. 110-111)

«L’avevamo sognata, immaginata, desiderata, attesa. Discussa, invocata, fiutata. Poi l’abbiamo vista: era diversa. L’America non appariva particolarmente complicata, e neppure necessariamente sorprendente. Era semplicemente un’altra cosa. Più lunga, più larga, più vuota, più severa e, se vogliamo, più noiosa […] La colpa, naturalmente, non era dell’America. Era nostra». (Italiani si diventa, p. 169)

 – Cosa infilano gli italiani di inutile nelle loro valigie?

«Anni fa ho scoperto trenta rasoi bilama nella valigia di un amico (la vacanza durava dieci giorni). Messo alle strette, ha confessato che quella silenziosa presenza lo rendeva sicuro. Ho amiche che partono con tante aspirine da poter curare un reparto di corazzieri (cavalli compresi). Per tutto il viaggio aspettano che qualcuno abbia il raffreddore e chieda soccorso: se non accade, si irritano». (Uomo domestico, pp. 30-31)

I nostri misfatti dentro e fuori casa

I nostri misfatti dentro e fuori casa

– Cosa combiniamo noi italiani a tavola? quali sono le nostre meschinità?

«Molte cene italiane vengono offerte “per sdebitarsi”, e diventano occasioni drammatiche. Il senso del dovere, misto a sensi di colpa, è dipinto sul volto dei padroni di casa, che hanno invitato troppa gente in uno spazio troppo piccolo. Queste serate sono note come “cene in piedi”, e sono riconoscibili perché tutti cercano, disperatamente, un posto in cui sedersi». (Uomo domestico, pp. 108-109)

«Perché le cene per sei sono piacevoli? Perché si imparano in fretta i nomi dei commensali; perché permettono di conversare tutti insieme, senza gridare come hooligan da un capo all’altro del tavolo; perché anche l’esibizionista più sfrenato (che so, un culturista, un accademico, uno stilista, un giornalista) non troverà soddisfazione nell’esibirsi di fronte a sole cinque persone. È probabile perciò che costui si comporti in maniera pressoché normale; in qualche caso, potrebbe addirittura rivelarsi una persona gradevole». (Ibidem, pp. 109-110)

 

– A proposito di tavola, sei ancora convinto che i tortelli cremaschi siano migliori di quelli mantovani?

«I tortelli di zucca mantovani sono buonini, ma prevedibili, scontati, mentre i nostri hanno personalità, sono unici» (frase che ha provocato la «Disfida del tortello» nel 2002, complice il collega mantovano Stefano Scansani)

La nuova grammatica per tutti

La nuova grammatica per tutti

 – Dici che fai parte della setta dei «duepuntisti»: che fate di bello?

«I due punti sono una finestra sul periodo: aprono una ventata d’aria fresa, e una raffica di possibilità […] Sono un segno geografico, sono un’agenzia di viaggi nascosta nel periodo: conducono sempre da qualche parte. I due punti sono un segno coerente. Anticipano la conseguenza o l’effetto di un fatto già illustrato, o un elenco. […] Il Duepuntista […] ha capito che questo segno – magico, simmetrico, verticale – risolve situazioni complicate , e toglie quegli antipatici cigolii dal discorso» (L’italiano, pp. 81-82; per il futuro suggerisco di analizzare i «circonflessisti», che continuano imperterriti ad usare l’accento circonflesso sulle «i» e si offendono a morte quando il caposervizio toglie il segno dalla parola maîtresse)

 

– Quale meccanismo oscuro sta alla base dei citazionisti?

«Il citatore è un citofono: tu schiacci, lui risponde. Di solito ha una certa età, ma esistono casi precoci, e sono inquietanti. Irritato dalla difficoltà, dici che vuoi gettare la “Settimana enigmistica” dal finestrino del treno? Lui ribatte: “Est modus in rebus“. Che non vuol dire “Trovo io la soluzione”, bensì “C’è una misura nelle cose”, frase dell’incolpevole poeta latino Orazio (omonimo del marito di Clarabella, la cui citazione sarebbe invece lodevole)» (L’italiano, p. 172 … ma aspettiamo ancora una citazione dell’Orazio disneyano)

– Se per salvare la lingua italiana può essere utile renderla più sexy, cosa si può fare concretamente?
«Si può essere dei geni e parlare come un dee-jay a fine turno. Ma vi assicuro: il linguaggio diventerà un segno distintivo, qualcosa che permetterà di farsi notare […] Fidatevi, ragazzi: conosco ragazze che considerano un congiuntivo più sexy dell’orologio di lusso e del pantalone firmato. Non fate quella faccia. Sono pure carine». (Uomo domestico, p. 92 e L’italiano, p. 153)

Lo sport visto, tentato, commentato

Lo sport visto, tentato, commentato

– Da interista doc (e non vip), come definiresti in una frase Facchetti, Moratti e Ronaldo?

«Giacinto Facchetti […] era il centravanti privato [di Gianni Brera]: lo voleva là, piantato in mezzo all’area di rigore, come un pioppo tra Treviglio e Pavia». (Imperfetto sportivo, p. 243)

«Scuola di Parrucchieri Massimo & Milly: la signora Moratti terrà un corso dal titolo “Com’è possibile che quest’uomo sia sempre spettinato in modo diverso?”»

«Perché noi tifosi dell’Inter chiamiamo Ronaldo “Il fenomeno”? a) a causa della sua fenomenale ingratitudine; b) per via della strepitosa fortuna (gioca cinque partite buone in un anno e sono tutte in mondovisione); c) perché, se pensa di tornare a giocare a Milano, è un fenomeno d’ingenuità» (Imperfetto sportivo, p. 206)

– Immaginando che tu abbia un “baule della vita”, ho provato ad individuare otto oggetti che potrebbero esservi contenuti:

un guidone scout: «[Noi scout] facevamo di tutto: vendevamo calendari a chi non voleva comprarli; costruivamo ponti sui fossi, sotto lo sguardo perplesso dei contadini; trascorrevamo la notte in qualsiasi posto,  a patto che fosse scomodo e isolato. Al risveglio, spesso, ci sobbarcavano marce da forzati. Il ritornello della nostra canzone preferita [Madonna degli scout, ndb] diceva «il ritmo dei passi ci accompagnerà / là verso gli orizzonti lontani si va!»; e noi lo prendevamo alla lettera, lasciando sbalorditi i genitori, che non capivano da dove venisse tanta dedizione». (Italiani si diventa, p.66)

un manuale di diritto: «Ho perfino cercato di raccogliere il processo civile in un unico schema: sono partito dall’atto di citazione e mi sono fermato – quattro mesi, tre matite, venti fogli e sei metri più tardi – alla sentenza passata in giudicato. Ero orgoglioso di quell’opera d’arte astratta, che mi costringeva a stare nei corridoi (le stanze non erano abbastanza lunghe) e mi ha condotto alla prima decisione professionale della mia vita: non avrei fatto l’avvocato». (Italiani si diventa, p. 167)

un biglietto per la Transiberiana: «Questo, più che un reportage, è una confessione: come un marito possa portare una moglie in viaggio di nozze su un treno per 9001 chilometri, tant’è la distanza da Mosca a Pechino, in seconda classe, ossia con due sconosciuti dentro lo scompartimento. […] Si mangia malissimo, ci si può lavare soltanto approssimativamente, l sosta più lunga è di quindici minuti e i russi fanno di tutto per convincervi che potevate passare le vacanze altrove. Però è un viaggio straordinario, e se la moglie sorride ancora alla stazione di Pechino è una moglie straordinaria, e forse avete fatto bene a sposarla». (Italiani con valigia, p. 91-92)

la cravatta rosa del concerto dei Talking Heads: «Ho un’armata di nipoti […] L’altro giorno, dopo una cresima, ne è comparso uno con la cravatta rosa fosforescente, stretta e corta, puro acrilico. Improvvisamente, ho rivisto una scena di ventitrè anni fa (cosa ci volete fare: la memoria di Proust funzionava a biscottini, la mia si accende con le cravatte rosa). Io ventiduenne, davanti al Metropol di Berlino, in attesa di un concerto dei Talking Heads. Indossavo quella cravatta (probabilmente mi vedevano nel buio) ed ero felice. C’era chi aveva la giacca, di quel colore». (Uomo domestico, p. 49)

il tuo primo Mac: «Mia moglie sostiene che sono un eccentrico, perché pretendo di tenere in salotto un vecchio computer Macintosh SE, un oggetto cubico che funziona anche se cade dal secondo piano. Ho smesso di usarlo da tempo. L’ho piazzato là perché lo considero più elegante della maggior parte dei soprammobili, e perché gli devo molto. L’ho comprato nel 1987: un anno dopo avevo scritto il primo libro e mi ero liberato di nastri e puzzolenti correttori ortografici». (Uomo domestico, p. 47)

Spelndido album di un italiano

Spelndido album di un italiano

una guida del Touring: «Per i turisti i viaggi sono diventati più facili, mentre la scelta del baedeker si è fatta più difficile. […] Le “guide verdi” del Touring Club Italiano […] sono meticolose, corredate da impeccabili piante di città, vengono vendute plastificate e rilegate e non perdono le pagine a metà del primo viaggio. Alle guide del Touring gli italiani si attaccano con una sorta di morbosità […] Il binomio “turista italiano – guida Touring” è ben noto ai venditori di souvenir, ai cambiavalute, ai taxisti abusivi e ai prosseneti di tutto il mondo: da Atene a Mosca, da Madrid a New York, basta una copertina verde per farli partire all’attacco». (Italiani con valigia, p. 37-38)

le figurine della Spal: «Tifavo Inter, anche da bambino. Ma della Spal mi piaceva tutto. Il nome misterioso, che – ho scoperto molto tempo dopo – è l’acronimo di Società Polisportiva Ars et Labor. Le maglie biancoazzurre a righe strette, che sembravano camicie (m’aspettavo che i giocatori prima o poi tirassero fuori la cravatta). Ancora oggi credo di amare l’Argentina più del Brasile perché gioca con le maglie della Spal.  Squadra apolide (mai creduto fino in fondo che fosse di Ferrara), era un ritratto dell’Italia di quegli anni: artigianale, determinata e brevilinea». (Imperfetto sportivo, p. 180-181).

un libro di Gianni Brera e un mottarello: «Negli anni Settanta leggevo Gianni Brera sul “Giorno”. Al bar Garibaldi di Crema […] il giornale stava sul frigorifero dei gelati. Per prendere due mottarelli, bisognava spostarlo. Per spostarlo, occorreva guardarlo. Guardandolo, l’occhio cadeva sulla pagina dello sport. A quel punto mordevamo il mottarello leggendo Brera.  […] Il frigo dei gelati era l’altarino, un posto d’onore dove qualunque giornalista dovrebbe essere orgoglioso di finire». (Imperfetto sportivo, p. 241-242)

– Cosa accomuna Beppe Severgnini e Paperoga?

«Caro Severgnini … cosa dirle? … Mio marito la stima … mia figlia la legge … io penso invece che lei abbia … come dire … la pettinatura di Paperoga …» (E-mail inventata in Uomo domestico, p. 203)

Siamo anche questo ...

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Per concludere: conoscendo la tua avversità a presidenze, incarichi et cetera, c’è qualche titolo che potresti perfino accettare?

«Il mio motto rimane: mi spezzo, ma non m’iscrivo. Se posso aiutare, volentieri. Cosa volete farci: amo la gente, ma non sono associevole». (Uomo domestico, p. 157)

«Refuso è volere un “moderatore” e chiedere un “foderatore” (incarico interessante: avrei potuto accettare)» (Uomo domestico, p. 225)

 

Nella Sever’s library figurano (in ordine di pubblicazione): Inglesi (1990), Italiani con valigia (1993), Un italiano in America (1995), Italiani si diventa (1998), Manuale dell’imperfetto viaggiatore (2000), Manuale dell’uomo domestico (2002), Manuale dell’imperfetto sportivo (2003), La testa degli italiani (2005), L’italiano. Lezioni semiserie (2007).

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9 Risposte

  1. Chiedo scusa se cedo all’autoreferenzialità, peccato comune di molti giornalisti, ma la tentazione è troppo forte.

    “Ragazzi, sai tutto di me! Ho aperto la pagina e ho letto: hai lavorato davvero bene, collezionando citazioni, così da mettere insieme la tua “intervista fantastica”. Niente di male, anzi grazie, sono lusingato. Approfitto del tuo messaggio, Mr Teachers, per spiegare pubblicamente una cosa, ai molti che mi chiedono interviste per siti e blog. Per farle occorre tempo, molto tempo. E limitarsi a una conversazione telefonica, senza poi controllare il prodotto finale, provoca equivoci, se non disastri (uno l’ho evitato per un pelo, giorni fa)”.

    Firmato, Beppe Severgnini. Fate un po’ voi se non devo essere contento.

  2. Ho letto l’intervista e devo dirti BRAVO! E sei pure intelligente.

    Su Beppe ho qualche riserva, ma ho letto tutto.

    Ciao.

  3. A riprova che non mi sono inventato il commento (e a parziale spiegazione dell’esplosione di visite al blog): qui (http://www.corriere.it/solferino/severgnini/09-03-22/10.spm) c’è il mio messaggio a Beppe, con tanto di risposta. Non so che dire se non … grazie …

  4. Goldoni e la sua ipotetica intervista al papa(all’epoca Giovanni Paolo II) hanno fatto scuola.

    E ti è pure uscita bene.

    Il paragone con il papa non so come potrebbe prenderlo Severgnini, o il Vaticano…forse non dovrei premere invio!

    Troppo tardi.

    Una cosa sola non mi è chiara… che fanno di così terribile quelli che mettono prima il cognome?

    A me non pare tanto tremendo, a patto che siano entrambi leggibili.

    Ok…metto prima il cognome!

  5. complimenti per l’arguzia, l’intelligenza e la simpatia. seguo anche io Severgnini da molto tempo.. Non sempre sono d’accordo, ma lo trovo in gamba. Vedo che tu sei sulla stessa strada.. Auguri

  6. Ciao!! Sto leggendo il tuo blog da quando ieri mi hai dato il link… Bellissima questa intervista, è proprio un bellissimo lavoro! Non ho mai seguito l’autore, ma ora ne sono incuriosita… 🙂

  7. Complimenti davvero!
    Ho letto e regalato molti libri di Beppe. Sto leggendo ora: “Manuale dell’uomo normale”. mi sto divertendo mentre lo leggo. Impagabile terapia per questo e altri tempi.
    C’e’ come sempre, una buona dose di sana, buona ironia, mai graffiante (l’apprezzo molto), tanto buon senso, gradevolissimo umorismo, cultura senza esibizione. Lui è uno straordinario esemplare d’italiano: ci aiuta tutti a crescere senza fare il tuttologo. Ne abbiamo bisogno perchè siamo un bel popolo, ma spesso esausti e devastati. Beppe sa esprimere benissimo i suoi e spesso i nostri umori e pensieri. A te ancora congratulazioni e auguri di cuore.

  8. Bravo! Segue il Beppe da tanti anni e sono un’Italians da un decennio. Mi è piaciuta molto l’idea (non nuova) di intervistare un autore facendo uso dei libri. Auguri!

  9. Grande idea. Complimenti per l’ironia.:-)

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