Sanremo è finito, viva Sanremo?

È passata meno di una settimana dalla fine di Sanremo, ma la breve distanza è già sufficiente per tirare qualche somma. «Carta canta» e Marco Carta ha vinto: prima partecipazione a Sanremo tra i “big” (e qualcuno, prevedibilmente, ha detto «Carta chi?»), vittoria immediata. Casi simili in passato non hanno portato molta fortuna (per stare nell’abbastanza recente, la coppia Jalisse – Annalisa Minetti degli anni 1997-98), anche se Carta è arrivato all’Ariston con un discreto carico di fama, soprattutto tra i giovanissimi. La forza mia, canzone vincitrice, non è un capolavoro, anche se tutto sommato si fa ascoltare: un brano in qualche modo d’amore, decentemente orecchiabile e forse cantabile, senza esagerare in originalità.

A Marco Carta va in ogni caso riconosciuto un merito: l’aver impedito lo sconcio di una seconda vittoria sanremese di Povia (il 2006, con la bella Dove si va dei Nomadi battuta da Vorrei avere il becco, brucia ancora e non solo a me). Mi sono imposto di ascoltare più di una volta Luca era gay, per cercare di afferrarne il testo, e mi sono convinto che di quel brano non c’era alcun bisogno. Vietato parlare di omosessuali sul palco dell’Ariston? No, del resto è già successo (dalla meteora Federico Salvatore ad Anna Tatangelo, passando per illustri sconosciuti non indifferenti, come Principe e Socio M.).

L’autoanalisi psicologica, tuttavia, non mi ha convinto per niente: la prima parte della storia di Luca somiglia a quella di tante altre (compresa, modestamente, la mia), ma non tutti quegli adolescenti sono diventati gay e non tutti gli omosessuali hanno un passato simile: non credo che valesse la pena dare in pasto quell’unica vita a milioni di telespettatori (soprattutto se il testo rimanda a «cliché abbondantemente presenti nella letteratura psicologica che danno un taglio generalmente patologizzato dell’omosessualità», come si legge su Wikipedia). Forse le polemiche della vigilia (senza che il testo fosse noto) erano esagerate, ma Povia si è difeso attaccando, con un misto di veemenza e supponenza che mi ha personalmente irritato. Dell’esibizione sanremese salvo con certezza la vocalist del cantante, Monia Russo, peraltro già vista nei giovani di Sanremo; a Povia auguro di vendere copie del disco (a proposito, fortunatamente quest’anno si è ritornati a una sola compilation e bella l’idea di far votare l’orchestra), ma non speri nel mio acquisto.

Spiace non avere visto a disputarsi il titolo chi lo meritava veramente, a partire da Marco Masini, che con L’Italia aveva offerto un affresco a tinte decise del nostro Paese, molto somigliante, purtroppo anche quando parla di «ragazze stuprate dalle carezze di un branco cresciuto dentro gabbie dorate»: questa Italia ci ha veramente rotto i coglioni e basta sfogliare un giornale per capirlo; poco premiati anche Francesco Renga, la canzone di Patty Pravo (anche se l’esecuzione ormai è discutibile) e i Gemelli Diversi. Tra gli ospiti non sono riuscito a vedere Roberto Benigni (e mi spiace molto), mentre ho apprezzato all’inverosimile il momento in cui la PFM ha festeggiato il compleanno di Fabrizio De André con Claudio Santamaria e Stefano Accorsi: quella Bocca di rosa e quell’accenno del Pescatore hanno elettrizzato l’Ariston e il pubblico a casa, anche se è durato tutto troppo poco.

Qualche parola, infine, su Arisa. Il giudizio va dato letteralmente ad occhi chiusi, giudicando la canzone in sé senza badare al look per lo meno spiazzante, molto “segretaria azzimata anni ’30” e la sua voce in condizioni di “parlato” normale, piuttosto fastidiosa. Ammetto che il pezzo non è male, soprattutto musicalmente, e la ragazza la canta bene. Il fatto è che quel brano sarebbe stato ideale per il mio amatissimo Quartetto Cetra (anche se Lucia Mannucci, l’unica voce femminile del gruppo, non avrebbe mai cantato versi come «fare e rifare l’amore / per ore, per ore, per ore», questione di banalità, di censura e magari anche di buon gusto): non a caso era azzeccato l’abbinamento con l’ottimo Lelio Luttazzi, che proprio per i Cetra ha scritto alcuni brani storici, a partire da Vecchia America. Insomma, il pezzo non era malvagio, ma vederlo cantato da una “nuova proposta” fa decisamente riflettere: se tra i giovani vince chi propone materiale più “vecchio” di loro, che rinnovamento e sperimentazioni ci si potrà attendere?

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