Benedetto XVI, i critici sbagliano sempre?

Leggo che ieri il cardinale Angelo Bagnasco, presidente della Conferenza episcopale italiana, all’apertura del consiglio permanente della Cei ha detto, tra l’altro: «Non accetteremo che il Papa sui media o altrove venga irriso e offeso». Da cattolico dovrei sottoscrivere integralmente la frase (così come il documento che la contiene): ne condivido le parole, l’irrisione e l’offesa non sono mai un buon esercizio, ma sul significato e sul contesto devo necessariamente riflettere.

Cosa intenderà effettivamente per «irriso e offeso» il cardinale Bagnasco? Non mi risulta che in questi giorni la radio o la televisione nazionali abbiano fatto satira pesante sulla cosa (persino Maurizio Crozza ci è andato piuttosto leggero); non posso escludere che qualcuno in questi giorni abbia insultato il Pontefice, magari per non averne condiviso alcune posizioni, ma non sono convinto che il presidente della Cei si riferisse a questo. L’impressione è che questa frase della prolusione, come altre, voglia fare quadrato attorno a Benedetto XVI e condannare ogni critica “aperta”, tanto più se proviene dall’interno della Chiesa.

Il problema è annoso, da tempo ogni volta che da qualsiasi parte arriva un “appunto” al Pontefice c’è qualcuno che strilla: «Possibile che tutti possano parlare, tranne che il Papa?». Chi imposta il problema in questi termini (Casini e Gasparri, per esempio), purtroppo, non coglie il vero punto delicato. La maggior parte delle persone non nega affatto al capo della Chiesa cattolica la possibilità di parlare, tanti riconoscono anche autorevolezza a chi ricopre quel ruolo. Se questa è una questione di rispetto, tuttavia, altra cosa è la condivisione totale, cieca e acritica di un discorso. Il Pontefice, come pure i prelati, condividono con i fedeli la natura di esseri umani e, in quanto tali, fallibili: lo stesso «dogma dell’infallibilità papale» – va ricordato – ha una portata piuttosto limitata, applicandosi solo ai casi in cui il Papa parla ex cathedra (cioè quando proclama un nuovo dogma o afferma una dottrina in modo definitivo come rivelata) e non a ogni discorso. Gli stessi dogmi, intesi come verità che discendono dalla rivelazione divina (dunque non dubitabili), nella fede cattolica sono relativamente pochi: non vi rientrano molti punti consolidati della nostra religione, come il celibato dei preti o il sacerdozio solo maschile, dunque potenzialmente modificabili.

Questo significa che si può criticare tutto e nel modo che si vuole? Nessuna istigazione alla violenza, alla rivoluzione, per carità; qualche suggerimento però sì. La differenza di opinioni, la molteplicità di vedute è sempre una ricchezza e non bisogna averne paura o demonizzarla. Se non ci fossero state opinioni “non allineate”, non avremmo avuto personaggi come Francesco d’Assisi o altri santi che hanno contribuito a “riformare” la Chiesa dall’interno. Più volte ho sentito dire che la Chiesa non ha bisogno di critici, ma di gente che la ami: questo è vero, ma ci sono molti modi per amare una persona o una realtà, compreso il far notare ciò che sembra non andare per il verso giusto. Anche quando, magari, si deve dire che l’immagine che certa gerarchia ha dei fedeli cattolici e della società sembra piuttosto lontana dalla realtà; quanto ai continui interventi del capo della Sala stampa vaticana, essi fanno sorgere l’idea che ci sia almeno qualche problema di comunicazione … o sarà sempre colpa dei giornalisti che fraintendono e travisano?

Suor Laura Girotto, salesiana fondatrice e anima di una missione ad Adua, ha dichiarato a Repubblica: «Non si può dire a una coppia di ventenni, di cui uno sieropositivo, che non dovranno più manifestare il loro amore anche attraverso la tenerezza. L’amore fisico non ce lo siamo inventato, ce l’ha dato il buon Dio. E allora in quel caso il profilattico è una sicurezza, consigliarne il suo uso non è più un fatto morale, ma una questione di buon senso». Qualche anno prima, il comboniano padre Alex Zanotelli, a Enzo Biagi che gli chiedeva se avrebbe negato l’assoluzione a chi usava i preservativi, rispose: «Assolutamente no. Io non contesto il magistero ecclesiale, sono un prete cattolico. Quello che chiedo alla Chiesa è il coraggio. Mi domando: perché la Chiesa è così dura sul sesto comandamento e non lo è sugli altri? Mi va bene che la Chiesa dica a una donna che prende la pillola che non può fare la comunione, ma perché non dice a un ricco che ha miliardi in banca e non fa nulla per i poveri che non può accostarsi al Sacramento?». Si tratta forse di offese al Papa, al magistero? O non sono forse autentici atti d’amore verso l’umanità e l’istituzione che si pone come continuatrice dell’opera di Cristo? Qualcuno rifletta e si interroghi, con umiltà, senza pregiudizi e verità preconfezionate.

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