Cosa farò da grande (io, noi giovani, la sinistra)

L’amico Attilio, in occasione del suo compleanno, mi chiede di pensare a «cosa farò da grande», al futuro: è una domanda difficile, forse anche un po’ imbarazzante per me. Mi rendo conto che le mie parole sembrano assurde: se Gino Paoli si è fatto questa domanda a 52 anni (tanti ne aveva quando ha inciso il brano omonimo) e Attilio la propone a 64 anni, perché dovrei essere in difficoltà io che ne ho quasi 26? Il discorso, probabilmente, sta tutto qui: loro un futuro hanno il coraggio di reinventarlo, a me (come a tanti miei coetanei) tocca inventarlo di netto. È interessante vedere che persone già “arrivate” non hanno perso l’abitudine a farsi domande, anche se mettono in crisi delle certezze; è spiazzante vedere che «quelli della mia età» di certezze non ne hanno proprio e spesso le cercano, con scarso successo.

Non so quante risposte ho dato, da bambino, alla domanda «Cosa vuoi fare da grande»: credo di aver spaziato dal macellaio al meteorologo, passando forse per il medico e l’astronauta. Ora mi trovo a insegnare religione alle medie nella mia città, con un contratto che scade a fine giugno; collaboro da quasi 7 anni a un quotidiano nel tempo che ho, scribacchio su altre testate e collaboro con la mia vecchia scuola superiore. Non c’è nulla di stabile in tutto questo, così come nella situazione di tanti altri giovani: tanti di noi sono frustrati, i nostri genitori si preoccupano (e, frequentemente, qualche incazzatura ci scappa).

È questo il mondo con cui chiunque oggi deve rapportarsi: il compito spetta soprattutto alla politica e, in particolare, a quelle forze “di sinistra” che vogliono aver cura delle persone, della loro serenità, del loro futuro. «Le strade sono giuste, anche quelle sbagliate / basta non esser certi mai» dice sempre Paoli nella canzone. Quella frase può essere letta in modi diversi: da una parte, i pregiudizi o le certezze incrollabili fanno male sempre (perché non permettono di vedere la realtà per intero, compreso il “bagliore di luce” che c’è in ogni errore); dall’altra, può esserci l’amarezza di non aver punti di riferimento, non compensata dal ritenere che tutte le strade siano giuste. È proprio l’assenza di punti di riferimento, a mio modo di vedere, a rendere difficile per qualsiasi formazione politica un rapporto sereno e strutturato con il futuro e con chi lo rappresenta di più, cioè i giovani.

Mi rendo conto che, fin qui, di speranze ce ne sono poche e si potrebbe avere la tentazione di raccogliere armi e bagagli e salutare. Eppure la speranza c’è (e, più ancora, ci deve essere). Mi vengono in mente altri due brani di Gino Paoli, a me molto cari: tutti conoscono Quattro amici, una storia di sogni e ideali infranti dal tempo, ma con la voglia di ricominciare e rimettersi in gioco, quando il sipario sembra calato, proprio grazie a dei giovani che assomigliano terribilmente al primo gruppo di amici. Forse meno nota (a torto) è L’ufficio delle cose perdute: il protagonista avrebbe la possibilità di riottenere la giovinezza, con il suo bagaglio di affetti, ingenuità e «speranze in più», ma decide di rinunciare per non perdere quanto ha costruito negli anni e accetta la sfida della sua vita.

È questo, in fondo, che tocca a tutti noi (se non altro perché quell’ufficio non esiste nella realtà): come riuscirci? Forse la chiave sta tutta in due parole inglesi, «I care». Noi italiani le abbiamo conosciute grazie all’opera irrinunciabile di don Lorenzo Milani, che nella Lettera ai giudici scrisse: «Su una parete della nostra scuola c’è scritto grande I care. È il motto intraducibile dei giovani americani migliori. “Me ne importa, mi sta a cuore”. E il contrario esatto del motto fascista “Me ne frego”». Queste parole non dimostrano minimamente la loro età (quasi 45 anni) e meritano di essere considerate da tutti. Forse interessarsi di tutto, avere a cuore le sorti di tanti è l’unico modo per restare a galla con onore e guardare con speranza al futuro. Certo, non può significare prendersi addosso più preoccupazioni del dovuto o del necessario, un illustre Maestro che ha preceduto don Milani ricordava ai suoi discepoli che «ad ogni giorno basta la sua pena»; se però davvero “ci importa” di tutto, sarà difficile arrendersi e rinunciare al futuro. Non è un caso che «I care» sia stato per la prima stagione (purtroppo non molto fortunata) lo slogan dei Democratici di Sinistra: l’intenzione era quella giusta, a prescindere dal risultato.

La sinistra che vorrei, a livello nazionale e locale, dovrebbe fare proprio questo: al di là delle ideologie (che ormai non esistono praticamente più), dovrebbe avere uno sguardo concreto sul futuro, senza però rinunciare al sogno: anche «Yes, we can» a suo modo era un sogno, unito a una certa consapevolezza. Guardare al futuro non è facile per le persone singole, figuriamoci per un partito contemporaneo che debba tener conto del futuro di tanti e, potenzialmente, di tutti; se però si hanno intorno persone cui davvero importa degli altri e del mondo, anche a quelli che hanno finito le energie verrà voglia di rimboccarsi le maniche. Se i giovani si renderanno veramente conto che qualcuno si cura anche di loro e non lo fa soltanto per interessi di bandiera o di cassa, non si nasconderanno; forse, in questo modo, non avranno alcuna vergogna a dire cosa faranno da grandi.

Attilio mi chiede di pensare a «cosa farò da grande», al futuro: è una domanda difficile, forse anche un po’ imbarazzante per me. Mi rendo conto che le mie parole sembrano assurde: se Gino Paoli si è fatto questa domanda a 52 anni (tanti ne aveva quando ha inciso il brano omonimo) e Attilio la propone a 64 anni, perché dovrei essere in difficoltà io che ne ho quasi 26? Il discorso, probabilmente, sta tutto qui: loro un futuro hanno il coraggio di reinventarlo, a me (come a tanti miei coetanei) tocca inventarlo di netto. È interessante vedere che persone già “arrivate” non hanno perso l’abitudine a farsi domande, anche se mettono in crisi delle certezze; è spiazzante vedere che «quelli della mia età» di certezze non ne hanno proprio e spesso le cercano, con scarso successo.

Non so quante risposte ho dato, da bambino, alla domanda «Cosa vuoi fare da grande»: credo di aver spaziato dal macellaio al meteorologo, passando forse per il medico e l’astronauta. Ora mi trovo a insegnare religione alle medie nella mia città, con un contratto che scade a fine giugno; collaboro da quasi 7 anni a un quotidiano nel tempo che ho, scribacchio su altre testate e collaboro con la mia vecchia scuola superiore. Non c’è nulla di stabile in tutto questo, così come nella situazione di tanti altri giovani: tanti di noi sono frustrati, i nostri genitori si preoccupano (e, frequentemente, qualche incazzatura ci scappa).

È questo il mondo con cui chiunque oggi deve rapportarsi: il compito spetta soprattutto alla politica e, in particolare, a quelle forze “di sinistra” che vogliono aver cura delle persone, della loro serenità, del loro futuro. «Le strade sono giuste, anche quelle sbagliate / basta non esser certi mai» dice sempre Paoli nella canzone. Quella frase può essere letta in modi diversi: da una parte, i pregiudizi o le certezze incrollabili fanno male sempre (perché non permettono di vedere la realtà per intero, compreso il “bagliore di luce” che c’è in ogni errore); dall’altra, può esserci l’amarezza di non aver punti di riferimento, non compensata dal ritenere che tutte le strade siano giuste. È proprio l’assenza di punti di riferimento, a mio modo di vedere, a rendere difficile per qualsiasi formazione politica un rapporto sereno e strutturato con il futuro e con chi lo rappresenta di più, cioè i giovani.

Mi rendo conto che, fin qui, di speranze ce ne sono poche e si potrebbe avere la tentazione di raccogliere armi e bagagli e salutare. Eppure la speranza c’è (e, più ancora, ci deve essere). Mi vengono in mente altri due brani di Gino Paoli, a me molto cari: tutti conoscono Quattro amici, una storia di sogni e ideali infranti dal tempo, ma con la voglia di ricominciare e rimettersi in gioco, quando il sipario sembra calato, proprio grazie a dei giovani che assomigliano terribilmente al primo gruppo di amici. Forse meno nota (a torto) è L’ufficio delle cose perdute: il protagonista avrebbe la possibilità di riottenere la giovinezza, con il suo bagaglio di affetti, ingenuità e «speranze in più», ma decide di rinunciare per non perdere quanto ha costruito negli anni e accetta la sfida della sua vita.

È questo, in fondo, che tocca a tutti noi (se non altro perché quell’ufficio non esiste nella realtà): come riuscirci? Forse la chiave sta tutta in due parole inglesi, «I care». Noi italiani le abbiamo conosciute grazie all’opera irrinunciabile di don Lorenzo Milani, che nella Lettera ai giudici scrisse: «Su una parete della nostra scuola c’è scritto grande I care. È il motto intraducibile dei giovani americani migliori. “Me ne importa, mi sta a cuore”. E il contrario esatto del motto fascista “Me ne frego”». Queste parole non dimostrano minimamente la loro età (quasi 45 anni) e meritano di essere considerate da tutti. Forse interessarsi di tutto, avere a cuore le sorti di tanti è l’unico modo per restare a galla con onore e guardare con speranza al futuro. Certo, non può significare prendersi addosso più preoccupazioni del dovuto o del necessario, un illustre Maestro che ha preceduto don Milani ricordava ai suoi discepoli che «ad ogni giorno basta la sua pena»; se però davvero “ci importa” di tutto, sarà difficile arrendersi e rinunciare al futuro. Non è un caso che «I care» sia stato per la prima stagione (purtroppo non molto fortunata) lo slogan dei Democratici di Sinistra: l’intenzione era quella giusta, a prescindere dal risultato.

La sinistra che vorrei, a livello nazionale e locale, dovrebbe fare proprio questo: al di là delle ideologie (che ormai non esistono praticamente più), dovrebbe avere uno sguardo concreto sul futuro, senza però rinunciare al sogno: anche «Yes, we can» a suo modo era un sogno, unito a una certa consapevolezza. Guardare al futuro non è facile per le persone singole, figuriamoci per un partito contemporaneo che debba tener conto del futuro di tanti e, potenzialmente, di tutti; se però si hanno intorno persone cui davvero importa degli altri e del mondo, anche a quelli che hanno finito le energie verrà voglia di rimboccarsi le maniche. Se i giovani si renderanno veramente conto che qualcuno si cura anche di loro e non lo fa soltanto per interessi di bandiera o di cassa, non si nasconderanno; forse, in questo modo, non avranno alcuna vergogna a dire cosa faranno da grandi.

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