La rivoluzione di Bocca di Rosa

«Sicuramente Bocca di rosa!» fu la risposta che un sorridente Fabrizio De André diede a Vincenzo Mollica quando, in una delle ultime interviste, gli chiese quale canzone del suo repertorio gli somigliasse di più. Il brano è stato ripreso da vari artisti in momenti diversi, ma certamente deve al suo autore e alla sua voce la notorietà ed il bagaglio di emozioni che fin dall’inizio ha acquisito.

Ora Bocca di rosa è anche un libro, pubblicato dall’editore Zona (costa 9,90 euro) e scritto da Andrea Podestà, professore appassionato di musica d’autore che negli anni ha dato alle stampe altri libri, dedicati sempre a De André e a Francesco De Gregori. Il libro di Podestà è un’occasione imperdibile per contestualizzare perfettamente una canzone famosissima, cercando di coglierne tutti i livelli di lettura e i risvolti storici, sociali, emozionali e (naturalmente) musicali: il sottotitolo recita «Scese dal treno a Sant’Ilario. E fu la rivoluzione», quasi a sottolineare che, dopo quella discesa, il mondo non è più stato lo stesso.

Copertina di "Bocca di Rosa"

Copertina di "Bocca di Rosa"

Da un primo punto di vista socio-simbolico, Bocca di Rosa è autrice di una sua rivoluzione privata, tipica dei «disobbedienti alle leggi del branco» (come scriverà Fabrizio in Smisurata preghiera), attuata attraverso mezzi dalla potenza dirompente: «Corpo e sesso – spiega l’autore – sono portatori di impulsi irrazionali e di conseguenza non controllabili nemmeno dal potere». Per questo e per altri motivi, il potere stesso provvede a far togliere il disturbo a Bocca di Rosa con un foglio di via; ciò non basta, tuttavia, a sconfiggere l’amore di quella donna che, in un parallelo solo apparentemente azzardato (ma in realtà stimolante), diventa una “metafora evangelica” di Gesù, che «nell’apparente sconfitta ricongiunge l’amore sacro a quello profano».

C’è poi la Bocca di Rosa storica, che viene poco dopo lo “scandalo” della «Zanzara» del liceo Parini di Milano (di cui è utilmente ricordata la cronaca): quando la donna scende dal treno, trova un’Italia in pieno boom economico e con gli abitanti trasformati (anche grazie a Carosello) in potenziali clienti, con robusti flussi migratori, blue-jeans e gonne sempre più corte, mentre sul piano del costume il cambiamento quasi non esiste o procede a velocità impercettibile. Si analizza il significato di «comune senso del pudore» di quegli anni, così come applicato al cinema, alla letteratura e, naturalmente, alla musica; si sviscera il rapporto tra sesso e procreazione, in quel periodo profondamente sconvolto dall’introduzione degli anticoncezionali, e si ricorda come, fino alla fine degli anni ‘60, l’adulterio del marito fosse punito più gravemente di quello della moglie e solo all’inizio degli anni ‘80 sia sparito dal codice penale il cosiddetto “delitto d’onore”.

Fabrizio canta la sua "Bocca di rosa"

Fabrizio canta la sua "Bocca di rosa"

Eppure «Bocca di Rosa», dopo che la canzone ha iniziato ad essere “suonata” con insistenza da mangiadischi e juke-box (non dalle radio o dalle tv, visto che il brano per mamma Rai era «rigorosamente intrasmissibile»), ha iniziato a vivere di vita propria: il soprannome della protagonista è diventato per antonomasia (nonché per colpa di noi giornalisti, sempre in cerca di varianti per i nostri articoli) sinonimo di prostituta e qualcuno ha cercato anche di darle un nome e un volto reali, anche se nei versi di Fabrizio “lei” l’amore «lo faceva per passione» e non per denaro; a mescolare le carte ha pensato lo stesso De André, raccontando nel suo unico romanzo – Un destino ridicolo, scritto con Alessandro Gennari – che Bocca di Rosa in realtà si chiamava Maritza, era istriana e bellissima, era arrivata a Genova per conoscerlo e “togliersi la voglia di lui” senza volere altro in cambio (eppure non ce n’è traccia nelle biografie “ufficiali”, non prive di dettagli intimi). Podestà non si sottrae e battere con cura queste piste, senza trascurare le probabili influenze sul personaggio di una figura analoga tratteggiata dal «grande maestro» George Brassens in uno dei suoi brani più noti, Brave Margot; subito dopo è tempo di un’analisi approfondita verso per verso, valutando le sfumature semantiche di ogni parola per cercare di costruire un quadro il più possibile completo.

Quando il libro sembra finito, c’è ancora spazio per tre bonus-tracks che solleticano la curiosità di ascoltatori attenti e occasionali: si va alla scoperta della «stazione di Sant’Ilario» tra realtà e immaginazione, si cerca di fare un minimo di chiarezza sull’episodio di autocensura legato alla strofa dei carabinieri (è nata prima «Spesso gli sbirri e i carabinieri» o «Il cuore tenero non è una dote»?) e si commentano le cover della canzone, nonché le reincarnazioni letterarie e cinematografiche di Bocca di Rosa. Quando le 120 pagine tascabili del libro di Podestà sono terminate, su quell’ineffabile (e inafferrabile) personaggio femminile saprete molto di più, ma probabilmente avrete ancora sete: se sarà così, non vergognatevi a impugnare la chitarra, a rispolverare un vinile o un cd per far vivere di nuovo la passione di una donna tutta speciale.

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