Mina-Battisti: semplice duetto o pezzo di storia?

Prendete una qualunque delle estati televisive della Rai: sicuramente avrete alcune certezze, alcuni punti fermi che non vi abbandoneranno mai. Torneranno L’ispettore Derrick, La signora in giallo, di musicarelli e montaggi con il materiale estratto dalle teche della tv di Stato. All’interno di queste trasmissioni d’archivio, che si chiamino Supervarietà oppure Schegge, si può star certi che farà almeno un’apparizione il duetto tra Mina e Lucio Battisti: quel momento televisivo, meno di 10 minuti estratti da Teatro 10, fanno parte a tutti gli effetti della storia del nostro paese, di chi era davanti ai teleschermi, ma anche di chi è venuto dopo e ha visto riproporre quell’esibizione per molte, innumerevoli volte.

Eppure non è, non può essere tutto qui. Quel duetto, infatti, rappresenta ad un tempo l’unica esibizione televisiva di una coppia di artisti assolutamente unici e che, solo pochi anni dopo, avrebbero scelto di ritirarsi completamente dalle telecamere e di continuare a parlare soltanto attraverso i loro dischi. C’è però chi vede ancora di più in quei 10 minuti scarsi di televisione: è il caso del giornalista Enrico Casarini che, a quell’episodio di Teatro 10, ha dedicato un intero libro dal titolo Insieme Mina Battisti, pubblicato dall’editore Coniglio (€ 14,50). Tutto il volume – di 360 pagine – ha come centro quell’episodio, contestualizzandolo perfettamente all’interno della realtà italiana dell’epoca.

La copertina di "Insieme"

La copertina di "Insieme"

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Ritratto di tre paesi, firmato Caprarica

Razza composita, quella dei viaggiatori per professione: c’è chi si sposta per concludere affari, chi per guidare turisti, chi per trasportare merci a bordo di un camion, trasformato in una “casa” massacrante. Una categoria sembra molto interessante: quella di chi viaggia di paese in paese per raccontarli a chi, ogni giorno, sfoglia un giornale o accende il teleschermo. Il corrispondente dall’estero – quando non si trova nel bel mezzo di una rissa, di una rivolta o di un attentato – è un testimone privilegiato: nel raccontare gli eventi, riesce a raccontare la vita di un paese; se rimane a lungo nella stessa sede, sa anche vedere come cambiano le persone, i loro meriti, stranezze e vizi più o meno inconfessabili.

Gli italiani affezionati all’informazione Rai a cavallo tra secondo e terzo millennio avevano individuato il loro corrispondente prediletto in Antonio Caprarica. Leccese, classe 1951, inizio carriera all’Unità e a Paese sera, iniziò nel 1988 la sua avventura estera con la tv pubblica, in Medio Oriente e (dal 1993) a Mosca; poi, il 1° maggio 1997, Caprarica approdò a Londra e iniziò la svolta. Lì è rimasto 9 anni di fila, eguagliando il record di due leggende catodiche, il “nuovaiorchese” Ruggero Orlando e il very English Sandro Paternostro: giorno dopo giorno, Antonio Caprarica ha ottenuto di diritto l’accesso ai «venerabili maestri», il grado più alto ed esclusivo (Alberto Arbasino docet) degli italiani di successo.

Tutto ha contribuito alla costruzione del mito: banale limitarsi al look, con barba e capelli ben curati, le cifre cucite su colletto e polsini della camicia e un numero indefinito di cravatte sfoggiate davanti alla telecamera (a metà del 2007 erano quasi mille, «suddivise in ordine cromatico» come ha confessato a Victoria Cabello). Erano imprescindibili i suoi servizi quotidiani, a base – quando latitavano notizie “serie” – di scivoloni reali, fatti curiosi, ricerche strampalate, il tutto condito con una sapiente dose di (auto)ironia: Caprarica si metteva direttamente in gioco nel racconto, “entrando” a far parte della notizia senza mai perdere il sorriso (spento solo il 7 luglio 2005, con l’attentato nella metro di Londra).

Antonio Caprarica tra Inglesi, Francesi e Italiani

Antonio Caprarica tra Inglesi, Francesi e Italiani

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