Ritratto di tre paesi, firmato Caprarica

Razza composita, quella dei viaggiatori per professione: c’è chi si sposta per concludere affari, chi per guidare turisti, chi per trasportare merci a bordo di un camion, trasformato in una “casa” massacrante. Una categoria sembra molto interessante: quella di chi viaggia di paese in paese per raccontarli a chi, ogni giorno, sfoglia un giornale o accende il teleschermo. Il corrispondente dall’estero – quando non si trova nel bel mezzo di una rissa, di una rivolta o di un attentato – è un testimone privilegiato: nel raccontare gli eventi, riesce a raccontare la vita di un paese; se rimane a lungo nella stessa sede, sa anche vedere come cambiano le persone, i loro meriti, stranezze e vizi più o meno inconfessabili.

Gli italiani affezionati all’informazione Rai a cavallo tra secondo e terzo millennio avevano individuato il loro corrispondente prediletto in Antonio Caprarica. Leccese, classe 1951, inizio carriera all’Unità e a Paese sera, iniziò nel 1988 la sua avventura estera con la tv pubblica, in Medio Oriente e (dal 1993) a Mosca; poi, il 1° maggio 1997, Caprarica approdò a Londra e iniziò la svolta. Lì è rimasto 9 anni di fila, eguagliando il record di due leggende catodiche, il “nuovaiorchese” Ruggero Orlando e il very English Sandro Paternostro: giorno dopo giorno, Antonio Caprarica ha ottenuto di diritto l’accesso ai «venerabili maestri», il grado più alto ed esclusivo (Alberto Arbasino docet) degli italiani di successo.

Tutto ha contribuito alla costruzione del mito: banale limitarsi al look, con barba e capelli ben curati, le cifre cucite su colletto e polsini della camicia e un numero indefinito di cravatte sfoggiate davanti alla telecamera (a metà del 2007 erano quasi mille, «suddivise in ordine cromatico» come ha confessato a Victoria Cabello). Erano imprescindibili i suoi servizi quotidiani, a base – quando latitavano notizie “serie” – di scivoloni reali, fatti curiosi, ricerche strampalate, il tutto condito con una sapiente dose di (auto)ironia: Caprarica si metteva direttamente in gioco nel racconto, “entrando” a far parte della notizia senza mai perdere il sorriso (spento solo il 7 luglio 2005, con l’attentato nella metro di Londra).

Antonio Caprarica tra Inglesi, Francesi e Italiani

Antonio Caprarica tra Inglesi, Francesi e Italiani

Quei 9 anni di corrispondenze sono finiti nel 2006 nel primo di una serie di libri scritti per la Sperling & Kupfer, Dio ci salvi dagli inglesi … o no!?: uno sguardo coinvolgente sulla Old England che, grazie anche all’apporto del laburista Tony Blair, ha lasciato il posto alla Cool Britannia, un paese nuovo, intrecciato di molte etnie e culture, aperto alla modernità (anche se spesso luccica assai meno di quel che si vuol far credere). Si apre con le disavventure della famiglia reale, facendo i conti in tasca alla regina Elisabetta, esplorando le gaffe del consorte Filippo e degli altri Windsor, originari o acquisiti; si osserva come la morte di Diana abbia fatto tramontare definitivamente l’epoca degli inglesi imperturbabili e dello stiff upper-lip, il labbro superiore rigido, insensibile ai sentimenti. Caprarica testimonia che, negli anni, gli inglesi hanno imparato a mangiare (a prezzi non popolari), non sanno rinunciare alla caccia alla volpe (divieti permettendo) ma sembrano aver mandato in soffitta le buone maniere; i più facoltosi vivono in residenze storiche, che però devono aprire ai turisti per pagarne la manutenzione; contano di nuovo le scuole più blasonate, ma senza le risorse private le aule sarebbero in disarmo.

Trasferito a Parigi su sua richiesta nel marzo 2006 («Non volevo diventare la caricatura del Big Ben» spiegò), il giornalista vi rimase solo sei mesi, prima della nomina alla direzione del Giornale Radio Rai. Quei 180 giorni, tuttavia, sono bastati perché nel 2007 vedesse la luce la seconda puntata cartacea del racconto: Com’è dolce Parigi … o no!?. Scritto da un testimone “affetto” da evidente anglofilia, il libro non risparmia i difetti dei francesi. Arroganza, troppa panna nei loro piatti e la mancanza del bidet sono per Caprarica macchie indelebili sugli europei d’Oltralpe; i giovani francesi sognano di diventare dipendenti dello Stato, una macchina burocratica pesante, costosa e non sempre efficiente (un dramma, per chi a Londra per nove anni non ha mostrato un documento); le cronache confermano la Francia come «terra del peccato», ma le coreografie sempre uguali del Crazy Horse hanno anestetizzato il gusto della trasgressione. Ci sono volute una visita alla valle della Loira (castelli in testa) e alcune esperienze culinarie celestiali (con inevitabili riflessi sul portafogli) per riconciliare il giornalista con la Francia.

Con il ritorno di Antonio Caprarica in Italia, gli italiani targati Rai temevano di aver perso un corrispondente (e si consolavano con Gerardo Greco, ottimo narratore degli States per il Tg2, fresco autore di Good morning America, sempre per la Sperling: ne parlerò presto); per fortuna si sono sbagliati. Da direttore del Gr, Caprarica ha cominciato ad occuparsi a pieno titolo del suo paese, dalla politica alla cultura, con spruzzate di economia e (ovviamente) costume; così, quando nel 2008 è uscito Gli italiani la sanno lunga … o no!?, tanti si sono sentiti risollevati. A sfogliare quelle pagine esce un ritratto dell’Italia odierna, mai banale e con un utile sguardo (ogni volta che serve) alle esperienze estere vissute dall’autore. L’esercizio di capire «chi siamo e perché parliamo tanto male di noi», per essere efficace, dev’essere svolto in completa autonomia, per cui non è opportuno andare più a fondo nel contenuto del volume. Per gli abitanti del Bel Paese che si vergognassero a compiere questa sorta di “autoanalisi assistita”, è già pronta l’alternativa leggera: da poche settimane in libreria c’è Papaveri e papere, minicatalogo delle gaffe dei potenti della terra, di oggi e di ieri. Ce n’è per tutti, si inciampa ad ogni latitudine, sotto ogni bandiera e davanti a qualsiasi pubblico: nel farci ridere di uno svarione regale, di una papera leggendaria (nel senso di mai detta in quei termini, vedi alla voce «signora Longari») o di un incidente politico-diplomatico, Caprarica avrà ottenuto il duplice risultato di divertirci e ricordarci che le persone di successo, pur avendo fascino, sono sempre uomini. E non vale la pena di imitarli quando danno il peggio di sé.

L’articolo è stato pubblicato sul numero di luglio-agosto di L’Eretico – idee arte pensiero.

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