Un professore di religione, inguaribilmente laico

Il 30 giugno scorso si è conclusa (temporaneamente) la mia esperienza di «insegnante di Religione cattolica» in una scuola media. Era iniziata a settembre del 2008, assolutamente inaspettata: nella mia vecchia scuola media c’era uno “spezzone” di otto ore che nessuno degli abilitati aveva coperto e l’ufficio diocesano si era rivolto a me (dopo l’assenso del mio parroco) per chiedermi di assumere l’incarico. In un primo tempo ero dubbioso: è vero, avevo fatto il catechista per vari anni e tuttora svolgo altri servizi nella mia parrocchia (sono organista e conosco bene la liturgia), ma non ero certo di poter affrontare un impegno simile senza un’adeguata preparazione (gli abilitati hanno pur sempre frequentato l’Istituto superiore di scienze religiose); l’insegnamento non era nuovo per me, ma avevo tenuto dei corsi limitati e non avevo mai avuto la responsabilità di un intero anno. Alla fine, tuttavia, decisi di accettare la sfida, accogliendola – lo ammetto – come una benedizione: ero laureato da pochi mesi, speravo di essere assunto dal quotidiano con cui collaboravo (non mi chiamarono mai) e non avevo all’orizzonte possibilità immediate di lavoro. Così il 17 settembre, a 25 anni e tre mesi, mi ritrovai per la prima volta dietro una cattedra. 

Fin dall’inizio ho avuto chiaro che dovevo svolgere la mia attività in base ai valori che cerco di coltivare: mi ritengo cattolico (e questo mi avrebbe aiutato nella conoscenza della materia che dovevo spiegare), ma anche profondamente laico. Ricordo che lo evidenziai fin dalla stesura del mio programma, in cui scrissi tra l’altro: «In costanza dell’attuale disciplina (di cui si prende semplicemente atto) che prevede espressamente che si insegni la religione cattolica, e in assenza di previsioni (forse auspicabili) che configurino l’educazione religiosa come un insegnamento naturalmente pluralistico, senza un’attenzione prevalente ad un singolo culto, occorre trovare il giusto equilibrio tra la rispondenza ai programmi stabiliti a livello nazionale e la necessità di non far somigliare le lezioni ad una qualche forma di catechesi (ovviamente lontana dai compiti assegnati alla scuola, per di più pubblica)».

Coi miei ragazzi ho cercato di capire fin da subito quale fosse il senso di «un’ora di religione» nel percorso scolastico: abbiamo visto che comprendere il concetto di religiosità e vedere come l’hanno svolto nel tempo le varie società può aiutare a capirne particolari di assoluto rilievo. Certo, i programmi danno molta attenzione all’ebraismo e, ancor di più, al cristianesimo, di cui si cerca di passare in rassegna la storia: se questo percorso è compiuto con attenzione, però, i ragazzi possono ricevere un punto di vista ulteriore (anche se non per forza privilegiato) per analizzare le vicende storiche, per attualizzarle o, ancora, per comprendere volta per volta il contesto culturale in cui, tra l’altro, maturano arte, letteratura e persino espressioni dell’italiano corrente. Quell’ora settimanale poi, specie nelle classi terminali, poteva essere un’occasione sia per affrontare temi di seria attualità (partendo dalla visione cristiana-cattolica delle questioni, ma allargandosi a tutti i contributi meritevoli), sia per conoscere meglio le altre religioni con cui è sempre più facile venire a contatto.

Se tutte queste cose sono riuscite, non sta a me valutarlo; certo, da parte mia c’è stato tutto l’impegno possibile. Non dimenticherò facilmente alcuni ragazzini di prima media che, con il candore che i loro 12 anni permettono, mi hanno fatto domande tutt’altro che liquidabili in due parole: penso a «Come mai l’angelo più bello è finito all’inferno?» (uno dei concetti meno chiari e più affascinanti della dottrina), «Perché tanti cristiani bestemmiano il loro dio?» (me l’ha chiesto un ragazzino pakistano, senza provocazione ma con uno sguardo tenerissimo) o «È vero che nella Chiesa ci sono i pedofili?» (non è facile avere la risposta pronta per una bimba bionda e sveglissima, cui ho detto che purtroppo nella Chiesa, come in tutta la società, esiste questa orribile deviazione, ma non per questo chiunque porti un abito sacro dev’essere guardato con sospetto). Con i ragazzi più grandi è stato bello cercare di capire insieme i loro dubbi, il loro mondo e il mondo degli adulti, che loro spesso non capiscono (e non hanno torto); abbiamo analizzato insieme i punti di contatto tra vari culti, le guerre che dietro la religione nascondono ben altro, le tracce di sacro e di spirituale che sono sparse nella musica, senza nasconderci i problemi di cui i più attenti sentivano parlare ai telegiornali (abbiamo tranquillamente parlato del “caso Englaro”, di prostituzione e di ingiustizie sociali, cercando di non lasciare un millimetro di spazio a pregiudizi o a “verità” preconfezionate).

Pensandoci bene, se c’è una cosa che vorrei aver insegnato a questi ragazzi, non penso a una nozione o a un concetto: vorrei piuttosto che avessero colto l’importanza di ragionare, pensare con la loro testa, guardare il mondo per intero, informarsi, per poi farlo sempre di più con il passare del tempo. Nelle verifiche e nelle interrogazioni valutavo la conoscenza degli argomenti che avevamo trattato (non certo la loro condivisione), ma mi stava ancora di più a cuore il modo in cui i pensieri erano espressi, la capacità di analizzare ciò che si era visto insieme, senza fermarsi alle formule del libro o agli appunti presi.

Lo ammetto, per me Religione è una materia come le altre, nel senso che merita almeno la stessa attenzione che i ragazzi danno all’italiano, alla matematica o alle lingue straniere; certo, non può essere valutata come le altre (non a caso non c’è un voto, bensì un giudizio) e il voto deve riguardare le sole capacità, non certo le credenze di ognuno: sono felice di aver dato «ottimo» a una ragazzina (quella della domanda sui pedofili) che a 12 anni si proclama agnostica e ha capito e studiato più di tanti altri, presunti cattolici romani.

Un’ultima parola sulla sentenza del TAR Lazio e, in generale, sugli esami di Stato. Tra i miei difetti, oltre al mio essere estremamente laico, c’è la mia abitudine a leggere i documenti di cui si parla (sarà colpa della mia laurea in Giurisprudenza), abitudine che temo di non condividere con molti cattolici, praticanti e politicanti, e (purtroppo) anche con vari ministri di Dio. I giudici non hanno creato alcuna materia o docente di serie B: si sono limitati a far notare che, in base alla situazione attuale, far rientrare nel computo numerico del credito scolastico una materia che non tutti svolgono (quando spesso le attività alternative non esistono) e che attiene a un’area tanto delicata quanto personale non è opportuno perché rischia di creare discriminazioni. Aggiungo che quello di religione – l’ho già ricordato – non è un voto numerico e già questo rende difficile una sua corretta “traduzione”; in più, in effetti, la mia materia spesso è “di manica larga” nella valutazione dei ragazzi (per motivi la cui spiegazione sarebbe troppo lunga) e chi sceglie di non avvalersi di quell’insegnamento rischia in effetti di iniziare l’esame di Stato con un credito scolastico meno favorevole. Quanto ai «crediti formativi», l’ex ministro Fioroni ha sottolineato l’assurdità di non valutare a tal fine la partecipazione alle lezioni di Religione, mentre “fanno punteggio” i corsi di danza o le presenze nel volontariato; non è forse assurda la stessa disciplina dei crediti formativi, che fa rientrare nella valutazione elementi eterogenei e talvolta lontani da un percorso di crescita? Eppoi il credito formativo di solito vale pochissimo (spesso si tratta di un punto o al massimo due) e non viene attribuito se fa accedere a una fascia di valutazione più alta: vale la pena di stracciarsi tanto le vesti?

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