Sport e tv: una storia da raccontare (e la voce di chi c’era)

Lo sport è sicuramente uno degli ingredienti fondamentali di un palinsesto televisivo: se si escludono i canali tematici dedicati soltanto a determinate attività (cucina, musica, cartoni animati e quant’altro), non è difficile sperimentare come immagini di competizioni, gare abbiano un certo rilievo all’interno della programmazione di una rete. Non deve essere un caso, dunque, che fin dalla sua nascita (e, paradossalmente, anche in precedenza) la televisione abbia dato uno spazio notevole allo sport; se però molto si è scritto per raccontare la storia del mezzo televisivo attraverso programmi e protagonisti, fino a poco tempo fa mancava un’opera che realizzasse a fondo il rapporto sport-tv.

Fortunatamente lo scorso anno questa lacuna è stata colmata da La Tv per sport, un volume scritto da Pino Frisoli e pubblicato dall’editore Tracce (€ 10). Pino, laureato in scienze politiche, giornalista sportivo (redattore di vari siti dedicati allo sport e telecronista per Alice Home Tv) e documentatore dell’ultima edizione della Domenica sportiva estate, racconta l’avventura dello sport in tv in quasi 50 schede, ognuna delle quali si sviluppa attorno a un avvenimento rilevante.

Copertina del libro di Pino Frisoli

Copertina del libro di Pino Frisoli

Il viaggio all’interno di oltre 50 anni di sport in televisione è, secondo Frisoli, «una storia che meritava di essere raccontata» e che lui narra con la passione di chi conosce bene l’argomento, raccontando fatti e contesti precisi fino ai dettagli. «Direi che le tappe fondamentali di questa storia sono la prima partita trasmessa in Tv in Italia, il 5 febbraio 1950, Juventus-Milan 1-7, visibile solo a Torino e dintorni ma che già aveva evidenziato quanto potesse essere efficace il mezzo televisivo [del resto, appartiene a questo incontro il famoso calcione dello juventino Parola al milanista Nordahl, ndb]; la mondovisione che ha permesso di seguire in diretta eventi da ogni parte della Terra e a beneficiarne sono stati eventi come Mondiali di calcio e Olimpiadi; l’arrivo del colore, secondo me la novità tecnologica più importante nella storia della Tv, in Italia arrivata purtroppo in forte ritardo per ragioni politiche; l’arrivo dei concorrenti privati che si sono imposti all’attenzione con lo sport. Proprio la rottura del monopolio della tv di Stato ha portato a un miglioramento della qualità delle trasmissioni; parallelamente, il prezzo dei diritti sportivi ha iniziato ad aumentare notevolmente».

Le “tappe” del viaggio sono molto più frequenti nei primi decenni della televisione, mentre si diradano nell’ultimo periodo («I fatti degli ultimi anni sono più cronaca che storia, dunque sono già conosciuti dal grande pubblico – precisa Pino – mentre io ho voluto evidenziare episodi meno recenti, spesso dimenticati o trattati con grande superficialità, che invece sono pagine molto importanti di storia della Tv»). Eppure, proprio nelle prime pagine del libro si dischiude un universo praticamente sconosciuto anche a chi ha una media conoscenza della storia della televisione: si scopre, ad esempio, che in Italia le trasmissioni televisive e regolari sono iniziate già nel 1939, dunque ben prima del famoso 3 gennaio 1954, solitamente accreditato come primo giorno di trasmissioni ufficiali. «Questa dimenticanza mi ha molto sorpreso – conferma l’autore del libro – Quest’anno, il 22 luglio, ricorrevano i 70 anni dall’inizio di queste trasmissioni e nessuno, a partire dalla Tv, lo ha ricordato. L’ho fatto io sul mio blog e, tra i grandi mezzi di informazione, lo ha fatto molto bene solo la Gazzetta dello sport, raccogliendo prontamente una mia segnalazione».

Quel che è certo è che, fin dai primi tentativi di trasmettere immagini a distanza, il calcio si impone subito come il re degli spot televisivi: il gerarca fascista Pavolini arriva addirittura ad immaginare il primo commento giornalistico con telecamera di una partita di pallone, anche se tra i primi eventi ad essere commentati sul piccolo schermo (e, prima ancora, alla radio) ci sono anche alcune sfide di pugilato. «Il calcio è lo sport più popolare, così come il pugilato, sport particolarmente adatto alla ripresa televisiva, e a questi aggiungo anche il ciclismo – ricorda Pino – In realtà l’apertura agli altri sport c’è stata da subito, già negli anni Cinquanta, perché era interesse di tutti avere una maggiore visibilità che il mezzo televisivo poteva portare».

La storia dello sport in tv è fatta naturalmente di eventi, atleti, cronisti e trasmissioni: alcune sono assolutamente storiche e ben note al pubblico (nel libro si ricorda la nascita, tra l’altro, della radiofonica Tutto il calcio minuto per minuto, delle rubriche televisive Processo alla tappa di Sergio Zavoli e 90º minuto del compianto Paolo Valenti, nonché dell’arena biscardiana del Processo del lunedì), altre meriterebbero di essere riscoperte. È il caso, ad esempio, di Eurogol, rubrica del Tg2 che prese avvio nel 1977: «Considero Eurogol una delle più belle trasmissione sportive della storia della Rai – spiega con entusiasmo Frisoli – Questo perché, da appassionato di calcio estero quale sono, permetteva di vedere tutti i gol delle coppe europee: a differenza di oggi, bisognava aspettare la tarda serata del giovedì per vedere tutto questo. Anche la sigla, con quella mongolfiera che si alzava e gli speaker che dicevano “Eurogol” è a mio parere una delle più belle della storia della Tv italiana. Bravissimi poi i due conduttori, Gianfranco De Laurentiis e Giorgio Martino, che ha inventato la parola “eurogol”, oggi molto usata per definire un gol dalla distanza. Tutti i programmi sul calcio estero che vediamo oggi nascono da questa trasmissione».

Dalla lettura del libro emerge soprattutto la natura controversa del rapporto tra televisione e sport soprattutto negli anni in cui si temeva che le trasmissioni degli eventi sportivi potessero indurre gli italiani a lavorare di meno o a disertare gli stadi (per cui si assiste a dirette negate per evitare assenteismi pomeridiani sui luoghi di lavoro o «per rispetto del pubblico pagante»): «Spesso la Rai ha penalizzato lo sport con decisioni che oggi appaiono assurde, come la mancanza della diretta per alcuni eventi dei quali parlo nel libro, come Italia-Inghilterra del 1976, che è anche la prima partita a colori trasmessa dalla Rai. Lo stesso discorso vale per il mondo sportivo: il calcio, fino agli Ottanta, ha visto con molta diffidenza la tv perché temeva di perdere pubblico, mentre gli altri sport spesso si lamentavano per la scarsa visibilità, cosa che accade anche oggi, visto che per i cosiddetti sport minori la tv è un grande mezzo per farsi conoscere dal grande pubblico».

Tutto il volume è frutto di una profonda documentazione, certamente non limitata alla «bibliografia essenziale» che ogni singola scheda riporta; la narrazione si avvale di molte “voci” dell’epoca, attraverso dichiarazioni tratte dai giornali oppure, quando è stato possibile, da interviste realizzate per l’occasione. «Fondamentale quella di Carlo Bacarelli, il primo telecronista della storia della tv italiana, quello di Juventus-Milan del 1950, che ha creato la prima generazione di telecronisti italiani. Poi Giorgio Martino, che mi ha dato alcune informazioni su Eurogol, e Marco Blaser per la parte sulla tv della Svizzera Italiana, della quale è stato direttore per tanti anni. Bisognerebbe citare anche tante altre persone che hanno dato il loro contributo e che sarebbe lungo elencare, ma ancora una volta li ringrazio tutti per la loro disponibilità e cortesia che hanno avuto con me».

Per acquistare il libro (al momento non facile da trovare) ci si può rivolgere direttamente all’autore, contattandolo al suo indirizzo di posta elettronica, oppure alle librerie segnalate in questa pagina. Altre informazioni su La Tv per sport si possono trovare seguendo questi collegamenti.

* * *

Mentre leggevo il libro di Pino, ho avuto la possibilità di ascoltare un racconto che si posiziona esattamente all’interno della storia raccontata dal volume. Il narratore era Enrico Pirondini, giornalista da anni trapiantato nella mia città, fino allo scorso anno direttore della Provincia di Cremona, ma in precedenza a lungo attivo a Canale 5. Lui ha fatto parte della squadra giornalistica che ha seguito una delle edizioni del Mundialito organizzato da (e per) la tv: gli ho chiesto di ricordare quell’esperienza per Conversario inquieto.

Ho fatto  parte della “squadra” di telecronisti sportivi  di Canale 5. Mi aveva ingaggiato Berlusconi stesso in una sera d’estate a Vipiteno, sede del ritiro del Milan, primo anno di Donadoni. Correva l’anno 1986.

All’epoca facevo l’inviato del Giorno e stavo alle calcagna dei rossoneri a tempo pieno. Succede che il Berlusca (allenatore Liedholm) arriva in elicottero a Vipiteno – credo che fosse in assoluto uno dei suoi primi voli – ed io ho l’ardire di andare a riceverlo nel campetto di atterraggio, giusto accanto a quello dove il Milan stava per iniziare la partitella pomeridiana. Eravamo io e il presidente della Pro Loco, certo Adolf Girtler, nome naturalmente che non ho più dimenticato. Io che sovrastavo Adolf, lui tutto incravattato e crucco, sono stato scambiato per chissà chi e Silvio Berlusconi ha cominciato a parlare con me. Siamo entrati insieme nel campetto dove c’erano già 5mila spettatori sulle gradinate. Sotto il boato, il Cavaliere mi dice: «Lei che fa stasera?», ed io, senza rossori: «Cosa faccio? Vengo a cena con lei». Fatto.

Dopo cena (al nostro tavolo ricordo che c’erano anche Umberto Zapelloni del Corriere e Alberto Cerruti della Gazzetta dello sport) stiamo per uscire dalla porta principale del ristorante-albergo «Aquila nera» quando, di istinto, “stoppo” il Cavaliere e gli dico: «Ma cosa fa, fuori c’è un muro di tifosi, non si passa. Meglio passare dalle cucine e sparire nella notte». Fatto anche questo.

Nel corso centrale di Vipiteno poco illuminato Silvio Berlusconi mi racconta quel che avrebbe fatto nei successivi cinque anni, compreso il cambio di formato del Giornale. Poi, al termine della passeggiata, si avvia verso una villetta che il proprietario dell’albergo gli aveva affittato per la notte. Eravamo solo noi due e c’era buio. «Presidente – gli dico – è meglio che l’accompagni, questo buio non mi piace molto; eppoi tengo un pugno da un quintale, può servire». Ora, non so come mi sia venuta fuori questa “smargiassata”; in effetti ho accompagnato Berlusconi alla villetta e … l’ho messo a letto. Il giorno dopo siamo stati di nuovo insieme, in una tavolata con molti giornalisti, e io ho preso in giro i francesi che stavano ostacolando l’espansione di Canale 5 dalle loro parti. Credo sia stata quella la “scintilla” che ha convinto Berlusconi a portarmi a Canale 5: ingaggiato sul campo. Anzi tra i monti.

A Canale 5 e Italia 1 ho fatto varie cose, ma le telecronache del Mundialito mi sono rimaste dentro e ho provato un certo piacere nel verificare che, proprio per questo lavoro, il critico Aldo Grasso mi ha inserito nella sua Storia della televisione italiana. Di Mundialito ne erano già stati fatti due (1981 e 1983) quando io sono entrato nella squadra. Era il giugno 1987. Un evento perché, come scrive Aldo Grasso, «era la prima volta che un evento sportivo era totalmente predisposto in funzione delle telecamere: due telecronisti (Giuseppe Albertini e Roberto Bettega), coadiuvati da altri giornalisti per le interviste in tribuna e a bordo campo (Gigi Garanzini, Marco Francioso, Enrico Pirondini)». Giocavamo in casa, a San Siro: 12 chilometri di cavi, un sacco di telecamere, Popi Bonnici in regia, intervista prima della partita, nell’intervallo, alla fine, replay da almeno tre angolazioni. Un successone anche di audience.

Qualcosa di simile l’avevamo già fatto l’anno prima a Barcellona, in un quadrangolare in cui c’era il PSV guidato da Gullit. Re Silvio arriva in tribuna in giacca bianca, tutti in piedi a festeggiarlo; poi scopre che quel “Riace nero” di nome Ruud Dil Gullit, olandese di Amsterdam, è un fenomeno, il più applaudito. Rientriamo in albergo, all’Hotel Principessa Sofia, e Berlusconi si convince che «è da comprare». A cena mi permetto di dirgli che Gullit sarebbe un investimento favoloso perché «sa suonare il basso e noi con la Five Record potremmo anche lanciarlo come cantante». Il giorno dopo l’affare è fatto: avevo appena saputo da Xavier Cugat, grande direttore d’orchestra e all’epoca manager di Frank Sinatra, che “The Voice” di lì a poco sarebbe tornato ad esibirsi in Italia (ero l’unico giornalista ad esserne a conoscenza), quando Galliani viene in camera con una bottiglia di Porto, mi dà la bella notizia e brindiamo. Gullit è rimasto al Milan 6 stagioni, fino al 1993. Con lui la squadra ha vinto tutto quello che c’era da vincere.

Enrico Pirondini

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