La passione in un calice

«La prima coppa riguarda la sete, la seconda il buon umore, la terza il piacere dei sensi, la quarta la follia». Lo scrittore latino Apuleio, nell’introdurre un brano sulle muse della sua Florida, cita questo detto filosofico, sorta di proto-vademecum per il consumo consapevole di vino a tavola. Soprassediamo sulla sete (troppo banale e poi può bastare l’acqua) e sulla follia (troppo pericolosa) e concentriamoci sui due stati mediani.

Che nel frutto della vite si nascondesse un “potere socializzante” fortissimo, capace di portare il buonumore all’interno di un gruppo, è cosa nota da secoli. Lo sapevano bene gli studenti del Duecento, che giravano le università europee e nei loro canti goliardici parlavano di piaceri, donne e – ovviamente – vino: non a caso uno dei Carmina Burana più famosi musicati da Carl Orff è In taberna quando sumus. Persino nella Bibbia, in cui non mancano dure critiche all’ubriachezza e ai suoi effetti, si dà gloria a Dio perché fa nascere le piante da cui si trae «vino che allieta il cuore dell’uomo» (salmo 104); del resto, la parola «vino» viene dal sanscrito vena, che significa «amare».

In bilico tra sensi e memoria. Tutto questo, però, non risponde alla domanda di base: perché si sta bene insieme attorno a una bottiglia di vino? Dà una risposta da esperto Massimo Zanichelli, giornalista con la passione del cinema e della buona tavola, con il cuore ben piantato nella Bassa reggiana: «Il vino è sensorialità, convivialità, produce ebbrezza, con conseguenti effetti di rilassamento e benessere psicofisico;  affina le percezioni dei sensi e non di rado spinge al recupero di analogie sensoriali legate a esperienze precedenti della nostra vita, spesso localizzate nell’infanzia o adolescenza: è insomma una vera e propria madeleine proustiana, capace di espandere ricordi ed emozioni».

Massimo Zanichelli

Massimo Zanichelli

Se la memoria di Proust si attivava con dolcetti all’aroma di burro e limone, in più casi lo stesso effetto può arrivare da un buon bicchiere. Certo, c’è molta più poesia nell’assaporare il vino appena versato al ristorante che nello scegliere una bottiglia dagli scaffali del supermercato; eppure, anche quel momento ha il suo rilievo, visto che la varietà dei vini è tale che ci si può permettere il lusso di scegliere quali emozioni sollecitare. Che sensazioni si cercano, allora, nella bottiglia che si è appena ordinata o che è finita nel carrello? «Ci sono più livelli – spiega Zanichelli – dal semplice gusto, alla freschezza di un fiore o di un frutto, all’ebbrezza di cui sopra o, per i palati più appassionati e raffinati, al riconoscimento di uno stile, di un vitigno, di un territorio».

Gli scrittori sembrano aver presenti tutte queste cose: se per qualcuno il vino è «la poesia della terra» (lo si legge nella Messa dei villeggianti di Mario Soldati), per Ernest Hemingway è «uno dei maggiori segni di civiltà al mondo», forse proprio perché ogni goccia è una carta d’identità di un luogo, di una terra. Altre volte il vino segna un’età della vita: lo ricordano per esempio i Quattro amici di Gino Paoli (nel frattempo diventati tre) che annaffiano con un bicchiere i loro discorsi «di individui e solidarietà», nel periodo in cui i sogni si incrinano, ma c’è ancora voglia di fare progetti.

Siamo tutti sommelier? Certo, la ricerca di sensazioni e ricordi ha un costo e, in tempi di crisi, prima di mettere mano al portafogli (già non particolarmente gonfio) il pensiero è d’obbligo. Varie ricerche continuano a dare il consumo di vini in calo in uno dei paesi che produce di più e meglio: ci rimettono tutti, tanto i vini di livello più alto (accantonati puntualmente da chi vuol spendere poco) quanto quelli di minor pregio. Come beve, allora, l’italiano comune? «Spesso come capita, sempre di più “poco ma bene” – precisa Zanichelli – La “missione” del futuro è spingere il maggior numero di persone al consumo intelligente e consapevole».

Il vino, del resto, per chi può permetterselo può diventare una faccenda terribilmente seria, come il cibo: negli ultimi anni tra gli italiani sembra essere scoppiata una vera “passione” enologica e, con il tempo, si sono moltiplicati i corsi più o meno validi per diventare sommelier (altre persone hanno preferito cimentarsi, per esempio, con l’assaggio di formaggi). Molta gente sembra impaziente di sottoporsi a studi metodici e severi – sulla vinificazione, su tutte le varietà di vino italiane ed estere e sugli abbinamenti più corretti – pur di armarsi di cavatappi e termometro da bottiglia e portare al collo il tastevin, quella coppetta di metallo un tempo usata per la degustazione e oggi, soppiantata dai bicchieri di cristallo adatti ai vari tipi di vino, è rimasta come segno distintivo della categoria.

Cos’abbia causato questo fenomeno, che contagia in egual misura commercialisti di Brescia, operatori del commercio estero della Bassa padana e chirurghi di Vicenza, non è ancora ben chiaro: si rimane stupiti alla pari del venerabile maestro Beppe Severgnini quando nota che «la generazione che si faceva un punto d’onore di bere Coca-Cola con l’arrosto ora discute del retrogusto di un Illivio dei Colli orientali del Friuli». Quanto c’è di genuino in tutto questo e quanto si finge? «Dipende come sempre dalle persone – spiega Zanichelli – Dalla superficialità o dall’ostentazione di un sapere inesistente alla grande cultura ci sono tutti i gradi intermedi». Come dire, per gli aspiranti millantatori c’è ancora la possibilità di salvarsi.

calice di vino

Chi non beve, chi parla troppo. Tra chi non millanta affatto la conoscenza dei vini, c’è la categoria degli astemi: si tratta di una sorta di setta segreta e spesso non se ne confessa volentieri l’appartenenza. Chi osa farlo, mentre sfodera un sorriso candido, come minimo riceve un ventaglio di frasi piene di stupore e compassione («Non sai cosa ti perdi», «Si fa presto a perdere le brutte abitudini», «Fatti visitare»): per questo, durante i matrimoni, il cenno per chiedere al cameriere di non versare lo spumante è accompagnato da un certo senso di colpa, surclassato solo dalle smorfie di disapprovazione degli amici che detestano vedere qualcuno che brinda con l’acqua nel calice.

Viene il sospetto che essere astemi sia una sorta di handicap, per lo meno in determinate situazioni: si può immaginare una colazione di lavoro a tasso alcolico zero o una cena teoricamente romantica senza una goccia di vino? «Essere astemi non è per forza un problema: meglio certo non esserlo! – sentenzia Zanichelli con il sorriso sulle labbra – Non è mai troppo tardi per convertirsi; occorre però trovare il vino giusto, la situazione giusta o la persona giusta capaci di far scoccare la scintilla».

Se qualcuno fa di tutto per stare lontano dalle bottiglie, altri ne fruiscono volentieri e, magari, alzano un po’ il gomito. Lasciate perdere l’ubriachezza: altri effetti collaterali sono ben più interessanti (o imbarazzanti, quando ad ascoltare ci sono colleghi impertinenti e donne dalla memoria di ferro). Il rischio più insidioso è rappresentato da una massima latina, in vino veritas: ma sarà vero che un incontro annaffiato di vino può trasformarsi in terreno propizio per le rivelazioni?

«È tutto vero! – conferma Zanichelli – Il vino produce ebbrezza con tutti gli effetti collaterali del caso, tra cui anche l’abbassamento delle inibizioni: si è più sciolti, più in “armonia” con il mondo, maggiormente disposti a lasciarsi prendere dall’entusiasmo, dalla tentazione alla confessione e alla rivelazione, giusto per non interrompere (anzi per amplificare) questo senso di appartenenza all’armonia delle cose e al sentimento di complicità e coinvolgimento con le persone che hai accanto in quel momento; inoltre la passione per il vino unisce spesso persone che altrimenti difficilmente si frequenterebbero».

Bere a tavola. Rivelazioni compromettenti o no, è indubitabile il fatto che tra vino e tavola si sia stabilito un binomio quasi indissolubile, cui la società difficilmente saprebbe rinunciare. «Un pasto senza vino è come un giorno senza sole» sentenziava nella sua Fisiologia del gusto Anthelme Brillat-Savarin, politico e giurista francese, vissuto tra ‘700 e ‘800 e tra i primi a sconfinare con piacere nella gastronomia; vari secoli prima, un uomo nato e cresciuto in Palestina e abituato a dare il meglio di sé negli incontri di mensa, non esitò a rendere speciale l’ultimo calice di vino bevuto.

Che gli italiani siano abituati a mangiar bene, si sa; che bevano altrettanto bene quando possono, lo si è detto. Ma può un vino ottimo rovinare un buon piatto solo perché abbinato male (per distrazione o millanteria di chi l’ha scelto) o per la tavola è comunque più dannoso un vino cattivo? «Fa più danni un vino cattivo – non ha dubbi Zanichelli – Spesso si può anche mangiare un buon piatto e bere un buon vino insieme senza necessariamente dover ricorrere all’abbinamento corretto, che naturalmente quando riesce produce vere e proprie scintille di piacere».

Di bottiglie, per il suo lavoro di giornalista enogastronomico, Massimo Zanichelli ne ha sperimentate parecchie, ma dal suo tavolo di ristorante trasformato in osservatorio ha potuto vedere centinaia di persone intente a rapportarsi col vino, sviluppando un certo occhio clinico per capire in fretta se la persona al suo fianco è davvero un appassionato del nettare di Bacco. «Un vero esperto si riconosce dal suo atteggiamento, dalle cose che dice, dalla consapevolezza dell’assaggio e altri dettagli – spiega il giornalista – Per essere giudicato un vero intenditore non basta certo sapere ruotare in modo corretto un bicchiere per poterne sentire i profumi e, forse, nemmeno riuscire necessariamente a riconoscere i vini alla cieca, anche se questo indubbiamente fa sempre colpo». Soprattutto se, per la meraviglia, l’astemio seduto a fianco si converte seduta stante: una soddisfazione sottile che non ha prezzo.

Massimo Zanichelli è pubblicista iscritto all’Ordine dei Giornalisti, collabora con la Guida Vini e la Guida Ristoranti de L’espresso dal 2001; scrive per Go Wine e Identità golose (in passato anche per Grand Gourmet ed Ex Vinis di Luigi Veronelli, fino alla loro chiusura). Recentemente ha collaborato al volume I grand cru del Soave. Laureato in lettere moderne, si occupa anche di cinema insegnandone storia e linguaggio attraverso corsi e lezioni, organizzando rassegne cinematografiche e scrivendo articoli per riviste e web.

L’articolo è stato pubblicato sul numero di settembre di L’Eretico – idee arte pensiero.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: