Difendere la libertà di informazione: c’ero anch’io

Sabato pomeriggio anch’io ero tra i 300mila che hanno affollato Piazza del Popolo e le aree vicine per dire il mio sommesso «Ci sono anch’io» a favore della libertà di informazione. È stata la prima manifestazione della mia vita e sono contento di avere partecipato: in quella piazza ho sentito molte parole sagge, vari contributi interessanti, assieme a qualche intervento inappropriato.

La manifestazione dal palco (da Repubblica)

La manifestazione dal palco (da Repubblica)

Soprattutto ho sentito tanta energia e voglia di non arrendersi, da parte di chi cerca di dare le notizie e di chi le vuole ricevere. Peccato per chi non è riuscito a venire e per chi ha scelto consapevolmente di non esserci: da questi ultimi, tuttavia, avremmo apprezzato di più un dignitoso silenzio, rispetto ad attacchi disordinati e incomprensibili, magari andati in onda in prima serata, nel bel mezzo di un appuntamento che dovrebbe essere votato all’informazione e non al suo contrario.

In quel pomeriggio mi sono trovato ad applaudire insieme a una folla di colleghi le parole dei nostri sindacalisti Franco Siddi (segretario nazionale FNSI) e Carlo Verna (segretario nazionale UsigRai), ad ascoltare la coraggiosa testimonianza dei cronisti siciliani Josè Trovato e Pino Maniàci, l’intervento atteso di Roberto Saviano e il parere (tanto inatteso quanto fondamentale) di Sergio Lepri, che dopo aver diretto per tanti anni l’Ansa e aver scritto molto sulla professione giornalistica non ha avuto paura di dire che lui è passato attraverso il fascismo e ora c’è bisogno di un grido indignato; mi sono commosso nel ricordare chi negli anni ha pagato con la vita il proprio mestiere e anche nel sentir ricordare una situazione che conosco fin troppo bene, quella di chi è pagato 5 euro a pezzo o anche meno per un lavoro che dovrebbe avere ben altra dignità.

Con Claudio Valeri del Tg2

Con Claudio Valeri del Tg2

Rimando a Youtube per cercare di trovare tutto il materiale filmato che riguarda quelle ore e riascoltare le parole di tutti coloro che si sono alternati sul palco (compreso Neri Marcoré che ha letto un brano notevole, forse solo un po’ troppo lungo, di Tocqueville). Di quella giornata così particolare, oltre a tutto questo ho apprezzato soprattutto tre cose. Innanzitutto che ci fossero, mescolati tra la folla, vari giornalisti Rai più o meno noti al pubblico, a esporsi in prima persona per dire che qualcosa non va anche nell’informazione della tv di Stato: penso a Piero Damosso, Raffaele Genah e Aldo Maria Valli del Tg1, a Riccardo Cucchi (storica voce di Tutto il calcio minuto per minuto), ma soprattutto a Claudio Valeri del Tg2, autore di splendidi commenti sportivi, musicali e di costume per quella testata.

Il secondo e il terzo elemento sono necessariamente fusi: sono felice che uno degli applausi più calorosi sia andato all’articolo 21 della nostra Costituzione e che uno degli interventi migliori della giornata sia stato quello di Valerio Onida, presidente emerito della Corte costituzionale. Riporto qui le sue parole (chiare e comprensibili), per chi vorrà leggerle e trovare spunti di riflessione importanti: in un momento in cui occorre reagire a un mondo che vede l’informazione solo come un mercato in balia dei potenti e uno strumento per ottenere vantaggi e scambi di favore, «non la rabbia, che è cieca – ha detto Onida – ma la consapevolezza ci può ancora salvare».

Informazione e libertà, non solo per chi fa informazione – e se si crede nella libertà, si deve aver a cuore soprattutto quella di chi non la pensa come noi – ma anche per chi la riceve e ne usufruisce: infatti il cittadino correttamente informato è più libero, il cittadino non informato o scorrettamente informato è meno libero.

Ma l’informazione è anche potere – il quarto potere, si dice – e in democrazia ogni potere dev’essere esercitato secondo la sua funzione, per l’interesse comune, non per quello particolare di chi lo detiene. Che la libertà di stampa e d’informazione sia centrale per la vita di una democrazia è indiscutibile; lo dirò non con parole mie, né con parole dell’autorità del nostro paese, ma con quelle della Corte europea dei diritti dell’uomo: «La libertà di espressione costituisce uno dei fondamenti essenziali di una società democratica. Salvi i limiti che essa incontra, essa vale non soltanto per le informazioni e le idee accolte con favore, o considerate come inoffensive o indifferenti, ma anche per quelle che urtano, colpiscono o inquietano: così vuole il pluralismo, la tolleranza, lo spirito di apertura, senza i quali non c’è società democratica» e ancora, sempre la stessa Corte: «La stampa gioca un ruolo essenziale in una società democratica: se essa non deve superare certi limiti, specialmente quando si tratta della protezione della reputazione e dei diritti altrui, essa deve tuttavia comunicare, nel rispetto dei suoi doveri e delle sue responsabilità, informazioni e idee su ogni questione di interesse generale. La libertà del giornalismo comprende anche il possibile ricorso a una certa dose di esagerazione, persino di provocazione». La Corte di Strasburgo ha definito o definisce abitualmente l’informazione e la stampa «cane da guardia della democrazia», perché la democrazia si fonda sul consenso, oltre che sul rispetto dei diritti di tutti; ma il consenso, per essere veramente tale, dev’essere consenso informato.

Oggi in Italia la libertà di espressione è sicuramente garantita dalla Costituzione, dalle leggi, dai tribunali, occorrendo dalla Corte costituzionale, dalla Corte europea dei diritti dell’uomo. È garantita nei confronti delle minacce classiche: nessuno può temere l’arrivo di un commissario di polizia nei giornali o nelle tipografie, a sequestrare o ad arrestare. Ma qual è lo stato dell’informazione in Italia? C’è una malattia e riguarda il modo del rapporto tra informazione e politica: un potere politico troppo spesso intollerante della critica. Certo, la libertà di informazione deve trovare il giusto bilanciamento con altri diritti fondamentali (l’onore, reputazione delle persone, il rispetto della vita privata e familiare), ma i limiti della critica e anche dell’invasione della vita privata sono necessariamente più larghi quando parliamo di personaggi politici rappresentativi, rispetto a quelli che valgono nei riguardi dei privati cittadini.

È ancora la Corte europea che parla: «Se è talvolta necessario proteggere gli uomini politici da attacchi gravi e destituiti di ogni fondamento, è vero anche che i limiti della critica ammissibile sono più larghi a loro riguardo, che non a riguardo di un privato; contrariamente  a quest’ultimo – cioè al privato – l’uomo politico  si espone inevitabilmente e coscientemente a un controllo attento delle sue azioni e dei suoi gesti, tanto da parte dei giornalisti, quanto da parte dei cittadini, e deve dunque mostrare una maggiore tolleranza». Questo è il ruolo di «cane da guardia» che spetta alla stampa in una società democratica. È dunque certamente legittimo che anche i politici si difendano se attaccati, anche che ricorrano ai giudici, per esempio se si ritengono diffamati da notizie false date consapevolmente; ma i politici non possono pretendere di difendersi rifiutando a priori la critica e accusando di ogni nefandezza i mezzi di informazione con cui questa si esprime.

Ma perché produca libertà, l’informazione non deve solo rispettare i suoi limiti, che ci sono, ma deve soprattutto rispondere alla sua funzione di servizio ai cittadini. Ci possono essere – e ci sono – anche nel caso dell’informazione colpe commesse con azioni, ma ci sono anche – e sono più gravi in questo campo – le responsabilità per omissione. Se, per esempio, i telegiornali – che, lo si voglia o no, sono il mezzo di informazione che raggiunger il maggior numero di utenti oggi – informano sulla politica non raccontando e spiegando i fatti e offrendo strumenti per la comprensione dei problemi e dei contesti, ma offrendo quasi solo passerelle di esternazioni accuratamente dosate di esponenti dei partiti (e, sia ben chiaro, dei partiti rappresentati in Parlamento, cioè sempre gli stessi); se le trasmissioni di approfondimento si trasformano – e credo che accada solo in Italia – in spettacoli movimentati da risse verbali e trasformano gli ascoltatori (quelli presenti in studio e quelli davanti ai teleschermi) in tifosi delle contrapposte squadre; se gli umori e le paure che affiorano nella società non sono analizzati, discussi per trasformarli in razionalità politica, ma sono riecheggiati, amplificati come serbatoi di consenso elettorale; se tutto questo accade, la funzione liberante dell’informazione si perde o deperisce inevitabilmente.

In un’intervista pubblicata giusto oggi sul Sole 24 ore, il direttore del Giornale, grande giornalista la cui intelligenza è eguagliata solo dal suo schietto cinismo, dice questo: «C’è anche l’effetto del bipolarismo, ci sono due fazioni, due magliette, due tifoserie». Vero, sacrosanto, ma ciò che è grave è quanto egli aggiunge subito dopo: «La stampa non può starne fuori», dalle tifoserie intende. Le condizioni di una buona informazione, dunque, non si riducono all’esistenza delle garanzie formali, che non mancano – da arresti, da sequestri – né si riducono alle pure indispensabili capacità, professionalità e onestà dei giornalisti. Conta molto anche la struttura dei mezzi di informazione, il sistema di proprietà e di controllo sui mezzi di informazione.

La stampa, i giornali perdono continuamente in numero di copie vendute, avanza inesorabilmente una generazione di lettori che dalla carta stampata passa alla Rete: ciò accade in Italia – ed è questo il male – prima ancora che il numero di lettori di giornali abbia raggiunto i livelli dei paesi più maturi, noi siamo sempre stati al di sotto, e il gap tecnologico (perché non tutti sanno utilizzare la Rete) accresce il gap informativo fra i vari pezzi della nostra società. L’intreccio fra stampa e poteri politici economici e finanziari è lontano dall’essere in Italia pienamente trasparente. Lo dice anche il direttore del Giornale, in quest’intervista che ho già citato, ma lo fa dando per acquisita e inevitabile una conseguenza che invece è inaccettabile. Queste sono le sue parole: «I giornali rappresentano gruppi di potere, che usano i giornali per scambi di favore», come a dire, parliamoci chiaro, è così. C’è invece una società che non accetta, non si arrende a questo: per noi la stampa ha il dovere di stare fuori dai giochi di puro potere e dallo scambio di favori.

C’è poi l’altro grande mezzo, il più pervasivo, la televisione, che è presente e ascoltata in tutte le case: qui le cose vanno anche peggio. Nonostante ricorrenti leggi di riforma e sentenze della Corte costituzionale quasi regolarmente eluse poi dal Parlamento nella loro portata sostanziale, siamo ancora fermi all’antico male del duopolio: duopolio tra un’emittente pubblica strettamente marcata e all’occorrenza lottizzata da apparati di partito – con ovvia, conseguente prevalenza della maggioranza politica del momento – e un’emittente privata in posizione dominante nella diffusione di programmi e nel gettito della pubblicità. Ma da tempo ormai questo duopolio è aggravato dalla clamorosa anomalia per cui il Presidente del Consiglio è vertice (sempre più sostanzialmente monocratico) del potere politico di maggioranza che controlla l’emittente pubblica e, insieme, proprietario della maggiore emittente privata.

Non può meravigliare allora che lo stato complessivo dell’informazione sia sofferente e fragile. Dobbiamo rassegnarci? No. La nostra società dispone ancora di risorse ideali, umane e professionali contro la rassegnazione; dispone credo ancora degli anticorpi necessari per evitare i pericoli maggiori, ed è questo credo il senso della presenza in questa manifestazione, di tante associazioni della società civile. Dobbiamo smettere di pensare che sia normale e inevitabile – come dice il direttore del Giornale – che l’informazione sia solo un mercato usato dai gruppi di potere per scambi di favore.

Non la rabbia, che è cieca, ma la consapevolezza ci può ancora salvare.

Valerio Onida

Presidente emerito della Corte costituzionale,

ora docente di Giustizia costituzionale

all’Università statale di Milano

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