Alcune parole chiare sul lodo Alfano

Quando, intorno alle ore 18, le agenzie battevano la notizia della sentenza della Corte costituzionale sul cosiddetto “lodo Alfano”, non ho stappato nessuna bottiglia, né sono sceso in piazza a festeggiare. Ho solo pensato che, almeno questa volta, qualcuno si era ricordato che non ci sono persone «più uguali di altre», tanto per citare l’originale di Orwell, al posto della brutta copia ghediniana.

Quello che mi ha fatto veramente arrabbiare è quanto è accaduto dopo e che, tutto sommato, ci si poteva aspettare. Si usa dire che delle sentenze della Corte costituzionale (come di tutte le pronunce) si dovrebbe prendere semplicemente atto con rispetto, e questo non è sempre facile, ma una critica velenosa e denigratoria come quella che è rimbalzata su taccuini, microfoni e telecamere da parte di vari esponenti del centrodestra e della stampa ad esso riconducibile è per lo meno vergognosa.

Quando una cosa insensata viene detta da chi non conosce l’argomento, ci si limita a dire che la tal persona ha perso un’ottima occasione per tacere; quando lo sproposito arriva da chi dovrebbe sapere ciò che dice, non c’è una sola giustificazione che tenga. «La Consulta ha contraddetto sé stessa» si sono affrettati a dire gli onorevoli (si fa per dire) Cicchitto, Alfano, Pecorella e Ghedini: quando aveva “bocciato” il lodo Schifani, i giudici non avevano detto che per introdurre norme di quel tipo occorresse una revisione costituzionale (con procedimento aggravato rispetto alle leggi ordinarie), per cui se stavolta lo ha preteso è caduta in contraddizione.

A loro dovrei suggerire di riprendere la sentenza 24/2004 della Corte (quella che ha dichiarato incostituzionale la norma centrale del lodo Schifani), per vedere che la questione di costituzionalità all’epoca era stata sollevata per contrasto con gli artt. 3, 24, 68, 90, 96, 101, 111, 112 e 117 della Costituzione, mentre l’art. 138 (quello che detta il procedimento aggravato da seguire in caso di revisione costituzionale) era solo implicito, ma non era usato come “parametro” di costituzionalità; fatto questo, i signori dovrebbero  consultare un buon manuale di diritto costituzionale per un’infarinatura di base e uno di giustizia costituzionale per approfondire la conoscenza della materia (personalmente consiglio il Bin-Pitruzzella e il Ruggeri-Spadaro, tanto per citare studiosi che stimo). Verrebbe così a sapere che la Corte è tenuta al rispetto del principio di «corrispondenza tra chiesto e pronunciato», per cui non può valutare la legittimità di una disposizione rispetto a una norma costituzionale diversa da quella che il giudice del processo “a monte” aveva segnalato: se nel caso del lodo Schifani nessun giudice ha “chiamato in causa” l’art. 138, la Consulta non poteva valutare la necessità di una legge costituzionale per introdurre quelle norme; visto che il tribunale di Milano stavolta ha invocato quell’articolo, la Corte ha risposto di conseguenza. Il guaio è che tutte queste cose quei signori dovrebbero saperle bene, visto che sono laureati in giurisprudenza e Pecorella e Ghedini sono pure avvocati (vergogna).

Ogni commento sulla parzialità delle nomine degli ultimi tre Presidenti della Repubblica è superfluo: l’accusa è profondamente offensiva e, tra l’altro, non tiene affatto conto della realtà (basti vedere le nomine fatte da Napolitano). Nessuno si era mai permesso di tacciare di parzialità il Capo dello Stato – cosa che invece Silvio Berlusconi ha fatto fin dall’inizio – né tantomeno di proclamarsi «preso in giro», per motivi che davvero è impossibile comprendere. Il Presidente della Repubblica sta dalla parte della Costituzione, anche quando “firma lo scudo fiscale”: bisognerebbe piuttosto puntare il dito contro chi ha inserito le norme fiscali accanto alle misure anticrisi, così che se Napolitano non avesse promulgato la legge di conversione del decreto (per bloccare lo scudo) avrebbe fatto decadere anche il nuovo pacchetto anticrisi, con conseguenze catastrofiche.

Ora i processi che vedono imputato l’attuale capo del governo continueranno: se risulterà innocente, tanto meglio per lui e per il paese (ma allora, perché tanta smania nel voler “congelare” quei procedimenti?); se risulterà colpevole o se interverrà la prescrizione (che non è affatto un’assoluzione, è bene ricordarlo), ne dovrà pagare le conseguenze come un comune cittadino. O anche questo, per caso, è una pericolosa idea sovversiva, da complotto comunista?

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