Ora di religione: sì, ma quale?

Penso che ben pochi di noi avrebbero creduto, solo fino a pochi anni fa, di leggere sui giornali o di sentire nei telegiornali che un uomo come Gianfranco Fini avrebbe visto di buon occhio l’introduzione della cosiddetta «ora di religione islamica» (anche perché non era facile prevedere che un giorno si sarebbe posta questa necessità). Come era immaginabile, la proposta del parlamentare Pdl Adolfo Urso e considerata accettabile dal Presidente della Camera ha scatenato una vespaio di reazioni, alcune di assoluta contrarietà (con i leghisti a sbraitare il loro dissenso), altre più possibiliste, se non addirittura soddisfatte.

A prescindere dalla polemica politica, la questione ha un suo interesse e una sua fondatezza, ma è molto più delicata di quanto possa sembrare a prima vista. Tanto a destra quanto a sinistra, i favorevoli alla proposta hanno detto che occorre evitare che bambini e musulmani imparino i fondamenti dell’Islam da soggetti integralisti e – quindi – potenzialmente pericolosi. Perché questa idea si concretizzi, tuttavia, si dovrebbero superare alcuni ostacoli non di poco conto. Si potrebbe innanzitutto ricordare che lo Stato italiano, al momento, non ha stipulato alcuna intesa (in base all’art. 8 della Costituzione) con associazioni rappresentative del mondo islamico: occorrerebbe dunque questo passaggio, se non altro perché sarebbe irragionevole prevedere l’insegnamento a scuola diurna religione che non ha stipulato intese, quando nulla di simile è previsto per quei culti che invece possono contare su un’intesa con lo Stato approvata con legge (è il caso degli ebrei e di varie confessioni cristiane) o hanno perlomeno intrapreso quel cammino.

Secondariamente, per evitare il rischio di un insegnamento integralista occorrerebbe prevedere dei controlli sull’insegnamento stesso, a partire dall’esigenza che esso sia impartito in lingua italiana (cosa necessaria, anche per evitare di dover ricorrere a tanti insegnanti quante sono le lingue parlate dai ragazzi di fede islamica presenti in una scuola), ma soprattutto si dovrebbero stabilire criteri molto chiari sul reclutamento dei singoli docenti, probabilmente non essendo sufficiente che le comunità islamiche o l’associazione che raggruppa “garantisca” sulla loro affidabilità; a quel punto, però, sarebbe difficile negare una disparità di trattamento tra l’insegnamento della religione islamica e la stessa materia legata alla religione cattolica, per la quale non sono previsti controlli da parte dello Stato sull’idoneità dei singoli insegnanti (è materia di esclusiva competenza della curia, la quale gestisce anche le graduatorie).

Forse sarebbe meglio allora, come si immagina da tempo (e come ha proposto anche oggi il candidato alla segreteria del Pd Ignazio Marino), trasformare l’attuale ora settimanale di religione cattolica nella cosiddetta «ora di storia delle religioni», in cui si cerchi di dare un’informazione “di base” il più possibile completa sulle religioni presenti nel mondo, magari soffermandosi con maggior attenzione su quelle più diffuse, tra cui naturalmente le tre religioni rivelate (ebraismo, cristianesimo, islamismo). Bisogna ammettere che i programmi previsti negli ultimi anni per l’insegnamento della religione cattolica prevedono (soprattutto per gli anni terminali dei corsi) varie occasioni per conoscere piuttosto bene almeno le religioni principali diverse da quella cattolico-cristiana e che alcuni insegnanti sanno lavorare egregiamente in questo senso; tuttavia non può sfuggire che la proposta di cui parlo ora è fondamentalmente diversa da quanto si fa attualmente.

Certo, l’istituzione di una simile materia richiederebbe che i potenziali insegnanti avessero una preparazione specifica, oltre che sufficientemente vasta per poter padroneggiare le conoscenze necessarie: attualmente manca un’istituzione pubblica che sia in grado di formare adeguatamente queste persone e certamente, pur concedendo il massimo della buona fede, non si può pensare che sia sufficiente la preparazione richiesta oggi agli insegnanti della religione cattolica. Pensare è creare una realtà di questo tipo (ad esempio uno specifico corso di laurea) richiederebbe naturalmente un certo tempo; in più lo Stato, che certamente potrebbe chiedere e ricevere l’aiuto delle varie confessioni religiose per la strutturazione della materia e del percorso che porta ad insegnarla, dovrebbe occuparsi in via esclusiva della valutazione dell’idoneità dei docenti e del loro collocamento in graduatoria. Questa soluzione permetterebbe di evitare potenziali trattamenti diversi tra religioni ed eviterebbe anche una proliferazione di docenti.

Entrambi gli scenari, tuttavia, sono pressoché irrealizzabili così come li ho descritti. Come è noto, i rapporti tra Stato e Chiesa cattolica sono regolati dai Patti lateranensi e nel nuovo Concordato firmato nel 1984 è previsto l’insegnamento della religione cattolica. Ora, in base all’art. 7, comma 2 della Costituzione, «Le modificazioni dei Patti, accettate dalle due parti, non richiedono procedimento di revisione costituzionale» ed è francamente difficile – anche in base all’accoglienza che la proposta Urso-Fini ha avuto da parte di alcuni esponenti della gerarchia ecclesiastica – che la Chiesa cattolica accetti di buon grado di modificare le norme che riguardano l’insegnamento religioso a scuola, così come proposto dallo Stato. Certo, il Concordato potrebbe anche essere modificato unilateralmente, dunque dal solo Parlamento italiano, ma il procedimento richiesto in questo caso sarebbe quello di revisione costituzionale (regolato dall’art. 138 Cost.) che richiede tempi lunghi, ma soprattutto maggioranze piuttosto ampie, decise a portare avanti quel progetto: sembra evidente che l’attuale composizione di entrambi i rami del Parlamento (sono molti i cattolici presenti, spesso poco estimatori della recita) impedisca di pensare a un intervento di questo tipo, per lo meno in tempi brevi. Eppure, anche se ora è prioritario combattere la crisi e favorire la ripresa, il problema del rapporto tra religione e scuola esiste e occorre porselo in modo serio: sono in gioco la laicità e il futuro del nostro Paese, che merita di vedere i suoi cittadini convivere in pace.

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