Protetto: Cercare il passato (mancato) all’alba

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Il collezionista (esausto) di schiaffi

A prendere schiaffi non ci si abitua mai. Anche se negli ultimi mesi è già capitato, anche se qualcuno ti aveva avvertito. In fondo lo schiaffo te lo aspetti, l’unico dubbio riguarda chi te lo darà: il ripensamento, l’impossibile, un estraneo che si (ri)mette in mezzo, qualche bicchiere di troppo (non tuo). Eppure non c’è un filo di masochismo in tutto questo, nessun godimento nell’essere colpiti: solo tanta ingenuità, nello sperare che questa volta vada bene.

C’è chi colleziona francobolli, chi farfalle, chi dischi. Io colleziono cravatte e schiaffi improvvisi, di quelli che fanno male; ho molte più cravatte che schiaffi, ma di questi farei volentieri a meno. A contare dall’inizio dell’anno ho collezionato quattro volte frasi sulla falsa riga di «Mi spiace, sei un ragazzo dolcissimo e non volevo farti male», arrivate come fulmini di piombo in un cielo che sembrava terso; negli anni lasciati indietro, la frase era già arrivata alle mie orecchie e (più spesso) ai miei occhi e non era stata meno devastante.

Difficile capire dove stia la colpa per davvero, se ho una calamita che attira gli schiaffi, se circola gente incline ad assestarli, se me lo merito oppure no; certo è che la mia sopportazione ha raggiunto il limite. Per onestà intellettuale, confesso che anch’io qualche mese fa ho detto un «no» che ha fatto soffrire molto una persona. Non era proprio un «no», non ho scelto perché forse qualcosa non si è mai acceso, ma non per questo ho causato meno dolore; quasi certamente in qualcosa ho mancato, anche se credo di non aver usato parole a sproposito.

Ora si tratterebbe di ripartire daccapo, per l’ennesima volta. Forse. Ammesso di essere disposti ad altri schiaffi.

È uno di quei giorni in cui rivedo tutta la mia vita,
bilancio che non ho quadrato mai.
Posso dire d’ogni cosa che ho fatto a modo mio,
ma con che risultati … non saprei:
e non mi sono servite a niente esperienze e delusioni
e, se ho promesso «Non lo faccio più»,
ho sempre detto in ultimo «Ho perso ancora, ma
domani è un altro giorno, si vedrà».

Giorgio Calabrese per Ornella Vanoni

Riflessione isolata sul tema: L’imbarazzo

E dopo? Ci vuole troppa comprensione per trasformare in dolcezza una cosa venuta male

Giorgio Gaber e Sandro Luporini, Dopo l’amore (1978)

Il cartoncino che fa traboccare il vaso

La vita è fatta così, a volte basta la classica goccia a far traboccare il vaso e scatta l’incazzatura. Capita così spesso che ti chiedi se il vaso è costantemente pieno o se, in quel momento, quella goccia valeva come un litro d’acqua o di fiele.

A volte anche un cartoncino di invito può trasformarsi in una goccia, soprattutto se in quel cartoncino non c’è scritto il tuo nome. Ce ne sono tanti, alcuni che conosci, altri mai visti, ma il tuo no, manca. Passa qualche secondo e ti incazzi, stracci il cartoncino, lo butti assieme ad altra carta inutile e poi vai avanti con le tue cose. Qualche altro minuto e ti chiedi perché hai reagito così, se valeva la pena e finalmente riesci a darti una spiegazione.

Il problema non è che non sei su quel cartoncino, il problema è che non esisti nella mente di chi lo ha composto. Un conto è non esserci perché hai cortesemente declinato un invito o una proposta (mancanza di tempo, di voglia, di conoscenza … quello che ti pare); altro è se nessuno ha avuto per il cervello di sollevare il ricevitore e tenerti in considerazione. D’ accordo, è solo un aperitivo letterario, ma sono convinto di valere di più di qualche nome pubblicato sul biglietto che ho stracciato.

Sono stanco da tempo di qualunque attività che sia gratis o quasi (non è avidità, voglio decidere io se donare il mio tempo o no), ma soprattutto non reggo più le persone che decidono anche per me senza pensare che sia giusto o delicato consultarmi. Si dica pure che sono un presuntuoso o un pallone gonfiato, ma sono stanco di essere trattato come non merito.

Cosa farò da grande (io, noi giovani, la sinistra)

L’amico Attilio, in occasione del suo compleanno, mi chiede di pensare a «cosa farò da grande», al futuro: è una domanda difficile, forse anche un po’ imbarazzante per me. Mi rendo conto che le mie parole sembrano assurde: se Gino Paoli si è fatto questa domanda a 52 anni (tanti ne aveva quando ha inciso il brano omonimo) e Attilio la propone a 64 anni, perché dovrei essere in difficoltà io che ne ho quasi 26? Il discorso, probabilmente, sta tutto qui: loro un futuro hanno il coraggio di reinventarlo, a me (come a tanti miei coetanei) tocca inventarlo di netto. È interessante vedere che persone già “arrivate” non hanno perso l’abitudine a farsi domande, anche se mettono in crisi delle certezze; è spiazzante vedere che «quelli della mia età» di certezze non ne hanno proprio e spesso le cercano, con scarso successo. Continua a leggere

Mirtilli neri e terre promesse

Non si abbia fretta di imparare o paura di non averne occasione: le possibilità sono molte e, quando arrivano tutte assieme, si rischia di esserne sommersi. Non posso negare un certo sdoppiamento di personalità: faccio l’insegnante da alcuni mesi e se i miei colleghi o i miei studenti mi sentissero dire questo, mi darebbero del matto (mi auguro che nessuno di loro sia iscritto qui). Eppure è facile avere la riprova che tutto ciò è vero: lo si voglia o no, ogni giorno dà spunti per aprire gli occhi e puntarli fuori o dentro di sé, per passare in rassegna presente e passato, anche quando il gesto ha un retrogusto amaro.

Capitava che i primi giorni di scuola una voce familiare chiedesse: «Cos’hai imparato oggi?»; con il tempo nessuno lo chiede più (tutti troppo occupati, troppo disincantati), eppure ieri ne avrei avute di cose da dire.

Ho imparato che una lettera può invecchiare prima di giungere a destinazione (soprattutto se non viene spedita), che certe parole – comprese quelle scritte da dita anarchiche – appassiscono prima di un fiore.

Ho capito che quando pensi di aver imparato dal passato e fai quello che avresti dovuto fare un tempo, sbagli di nuovo; che non sorprendere è sbagliato e sorprendere è doloroso (e soprattutto inutile).

Ho scoperto che la delusione mista ad incoerenza ha l’aroma della tisana al mirtillo nero e l’odore di vaniglia e cioccolato.

Ho compreso che la musica è uno spazio e ha il suo canone, le sue regole, e chi le tradisce o le sconfessa sparge sangue.

Ho decifrato una frase riemersa da un cassetto della mia mente: «Il poeta lo considero infallibile e inappellabile in fatto di lingua, di metrica, di grammatica, etc; se tale non è, cambi mestiere». Ho realizzato che vale anche per gli scrittori, che maneggiando familiarmente i vocaboli conoscono bene il significato delle parole (soprattutto di quelle di cinque lettere): l’errore di un comune mortale si può perdonare, quello – reiterato – di uno scrittore no.

Ho dovuto ammettere – e Dio sa quanto mi è costato – che dare una seconda possibilità è un lusso non alla portata di tutti: «Non regalate terre promesse a chi non le mantiene», troppo difficile e troppo penoso doversi rialzare esangui. Per l’ennesima volta. Forse è il caso di restarci, a terra.

Ricordi dalla preistoria grazie alla Rete

«Solo gli stolti non cambiano mai idea». La frase non mi è mai piaciuta, forse perché sono piuttosto testardo (e di solito al posto di «stolti» vengono piazzate altre parole più correnti e meno fini) e non sopporto chi cambia idea con la stessa facilità con cui una banderuola gira in una giornata di vento. Eppure ieri ero felice di essere stato smentito, soprattutto perché qualcun altro ha cambiato idea.

* * *

«Il mondo virtuale non serve a nulla, come i blog, solo perdite di tempo»: se lo era sentito dire tante volte ed era inutile smentire, correggere, precisare: niente avrebbe squassato quella certezza granitica, almeno in apparenza. Perché il granito è pietra e, si sa, gutta cavat lapidem.

La prima goccia cadde il 1° dicembre, quando la piattaforma del suo blog perditempo gli notificò un messaggio di una persona sconosciuta: una signora chiedeva informazioni sull’amministratore, per sapere se fosse «figlio di due amici di secoli fa». Riflettè un poco: era la richiesta più curiosa che avesse mai ricevuto (superata solo da quella, vecchia di anni, che riguardava consigli di galateo nella scelta di un medico ginecologo), ma decise di approfondire. Nel giro di poche ore scoprì di corrispondere al soggetto immaginato, benché la signora in questione non lo avesse mai visto e non appartenesse alla schiera (sorprendentemente vasta) di persone che asserivano di averlo visto «quando era lungo così».

A quel punto era tempo di comunicare la notizia a una delle persone che aveva permesso la sua esistenza, alla proprietaria dei «bellissimi occhi verdi» che in realtà sono cerulei. Una linea telefonica gracchiante non impedì di avvertire tutto lo stupore per «un vero ricordo dalla preistoria». Tempo qualche ora e spuntarono vecchie agendine, testimoni di due incontri in una sperduta località del lecchese.

Altra goccia: la ragnatela grande come il mondo fornì un numero di telefono, perché il racconto del passato continuasse in voce e non più per via telematica. È vero, la signora non aveva mai visto quel tizio nemmeno da bimbo, ma sapeva della sua esistenza: vent’anni prima un acquazzone provvidenziale l’aveva spinta in un rifugio e vi aveva incontrato un gruppo di concittadini e amici dei «due amici di secoli fa», i quali da cinque anni avevano avuto un figlio.

In quei due decenni da quell’ultima notizia erano successe molte cose, alcune soprattutto erano finite, lasciando dolore dietro di sé. In un qualche modo le vite erano ricominciate e si erano incrociate, per effetto del caso e di un’altra goccia. Avvenne che la signora, in un giorno di fine novembre, capitò in una casa di amici: una ragazza interessata al doppiaggio visitava un sito web dedicato all’argomento. L’immagine di un appassionato come lei, casualmente fermata sullo schermo, impietrì la donna: la somiglianza con una foto di trent’anni prima, infilata in un libro di biochimica della studentessa dagli occhi cerulei era impressionante; il vicino indirizzo di un blog fece il resto.

«Il mondo virtuale non serve a nulla». Tranne che a prendere l’automobile una domenica mattina e raggiungere un paesino vicino Pavia, per dare un nuovo volto ad un ricordo dalla preistoria.