Addio Nanda, grazie di tutto

Era il 26 maggio 2000, per la prima volta entrai in quella bomboniera elegante che è il teatro Ariosto di Reggio, per un incontro a base di musica e poesia. Non andai là tanto per Luciano Ligabue (che, anche a 10 anni dal suo primo album, sentivamo ancora come il nostro rocker di Correggio) o per Patrizio Roversi (il moderatore più simpatico che si potesse immaginare): io, ragazzo non ancora 17enne, ero in quel luogo per ascoltare Fernanda Pivano.

Di letteratura ne avevo praticata poca, ma sulla mia strada avevo già incontrato questa donna, che allora aveva già superato gli 80 e trent’anni prima aveva contribuito alla nascita di uno dei dischi più belli della musica italiana, Non al denaro, non all’amore né al cielo di Fabrizio De André: alla base dei testi c’è l’Antologia di Spoon River, tradotta per la prima volta in Italia proprio dalla Pivano (uscì in piena Seconda guerra mondiale, nel 1943). Non sapevo ancora che l’originale di Edgar Lee Masters era arrivato nelle sue mani di ragazza poco più che vent’enne grazie a Cesare Pavese, suo insegnante al liceo, e che da lì era nata l’esperienza della maggiore traduttrice della letteratura americana.

Fernanda e Fabrizio

Fernanda e Fabrizio

Qualche anno più tardi avrei conosciuto da vicino la beat generation, tutto quel mondo a stelle e strisce fatto di visioni, ispirazioni, viaggi, messa in gioco, ritmo ed emozioni che lei tradusse e diffuse come nessun altro in Italia, con la passione di chi ha vissuto fianco a fianco con Allen Ginsberg, Jack Kerouack e il resto di quella Generazione. Dalla sua penna e dalla sua macchina da scrivere sarebbero uscite anche le traduzioni di Ernest Hemingway e di lei si sarebbero giovati anche tanti altri scrittori americani, si trattasse di un dissacratorio Bukowski (che mi ha fatto “incontrare” di nuovo Fernanda grazie a una conversazione pubblica con Paolo Roversi, autore mantovano e adepto di Buk) o dei “nuovi” Ellis e Wallace. Scrittrice a sua volta (dedita alla narrativa e all’autobiografia), la «Nanda» (come la chiamavano tutti) era però soprattutto innamorata della musica e degli artisti, sapendone riconoscere il valore: la ricordo nella giuria di qualità a Sanremo nel 1999, autrice di testi per la PFM (Domo doso) e Ricky Gianco (Danni collaterali), ma soprattutto amica di vari «poeti con la chitarra» (come li chiamerebbe il mio amico Ernesto Capasso). Non dev’essere un caso se, di Fabrizio De André (genovese come lei), arrivò a dire: «Sarebbe necessario che invece di dire che Fabrizio De André è il Bob Dylan italiano si dicesse che Bob Dylan è il Fabrizio De André americano».

Ora Fernanda non c’è più e temo che non se ne sia andata col sorriso, visto che di recente ha detto: «Con molto dolore per i morti e per la tragedia, devo dichiararmi perdente e sconfitta perché ho lavorato 70 anni scrivendo esclusivamente in onore e in amore della non violenza e vedo il pianeta cosparso di sangue». Di «Nanda» conservo il ricordo di quella serata reggiana e di un pomeriggio a Novellara, legato alla luna e al viaggio (pensato da un altro grande, Marco Incerti Zambelli, uno che ha visto Dylan in concerto venti volte, per capirci). Soprattutto, però, nella mia libreria custodisco la mia copia dell’Antologia, con la dedica personale fatta dalla sua vera Traduttrice: sarà per questo, per il Suonatore Jones o per George Gray (soprattutto in questi giorni, mi fa pensare tanto a un angelo di nome Pier) che, nello sfogliare le pagine, mi commuovo con facilità.

La dedica di Fernanda

La dedica di Fernanda

Ritratto di tre paesi, firmato Caprarica

Razza composita, quella dei viaggiatori per professione: c’è chi si sposta per concludere affari, chi per guidare turisti, chi per trasportare merci a bordo di un camion, trasformato in una “casa” massacrante. Una categoria sembra molto interessante: quella di chi viaggia di paese in paese per raccontarli a chi, ogni giorno, sfoglia un giornale o accende il teleschermo. Il corrispondente dall’estero – quando non si trova nel bel mezzo di una rissa, di una rivolta o di un attentato – è un testimone privilegiato: nel raccontare gli eventi, riesce a raccontare la vita di un paese; se rimane a lungo nella stessa sede, sa anche vedere come cambiano le persone, i loro meriti, stranezze e vizi più o meno inconfessabili.

Gli italiani affezionati all’informazione Rai a cavallo tra secondo e terzo millennio avevano individuato il loro corrispondente prediletto in Antonio Caprarica. Leccese, classe 1951, inizio carriera all’Unità e a Paese sera, iniziò nel 1988 la sua avventura estera con la tv pubblica, in Medio Oriente e (dal 1993) a Mosca; poi, il 1° maggio 1997, Caprarica approdò a Londra e iniziò la svolta. Lì è rimasto 9 anni di fila, eguagliando il record di due leggende catodiche, il “nuovaiorchese” Ruggero Orlando e il very English Sandro Paternostro: giorno dopo giorno, Antonio Caprarica ha ottenuto di diritto l’accesso ai «venerabili maestri», il grado più alto ed esclusivo (Alberto Arbasino docet) degli italiani di successo.

Tutto ha contribuito alla costruzione del mito: banale limitarsi al look, con barba e capelli ben curati, le cifre cucite su colletto e polsini della camicia e un numero indefinito di cravatte sfoggiate davanti alla telecamera (a metà del 2007 erano quasi mille, «suddivise in ordine cromatico» come ha confessato a Victoria Cabello). Erano imprescindibili i suoi servizi quotidiani, a base – quando latitavano notizie “serie” – di scivoloni reali, fatti curiosi, ricerche strampalate, il tutto condito con una sapiente dose di (auto)ironia: Caprarica si metteva direttamente in gioco nel racconto, “entrando” a far parte della notizia senza mai perdere il sorriso (spento solo il 7 luglio 2005, con l’attentato nella metro di Londra).

Antonio Caprarica tra Inglesi, Francesi e Italiani

Antonio Caprarica tra Inglesi, Francesi e Italiani

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Manuale di base per citazionisti

Nella recente fanta-intervista a Beppe Severgnini, si cercava di affrontare in poche righe una situazione esistente, che riguarda molte persone e in certi casi può essere rischiosa: si tratta della «sindrome del citazionista». Rovistate bene tra la cerchia dei parenti e degli amici: quasi sicuramente ne emergerà uno che ama costellare i suoi discorsi con citazioni varie, a volte anche inventate: potessimo osservarlo di notte, ci accorgeremmo che «sogna e vengon fuori i sogni di altri sognatori», come avevano detto in Il conformista i venerabili maestri Giorgio Gaber e Sandro Luporini (naturalmente è un’altra citazione, ma non sta bene dirlo).

Ci sono varie categorie di citatori, ognuna insidiosa a suo modo. Lo stesso maestro Severgnini bolla come pericolosi i «monocitatori», che traggono frasi ed esempi da un unico soggetto (che sia un politico sfacciato, un attore svampito, uno sportivo spompato o un cartone animato): la prima volta fanno sorridere, la seconda alzare un ciglio, la terza inducono perplessità, alla quarta citazione viene voglia di alzarsi e andare via. Non bisogna peraltro dimenticare altre specie di rilievo, a partire dagli «inquirenti»: questi simpaticoni amano fare la loro citazione e, a tradimento, chiedono allo sventurato interlocutore di completare la frase o di ricordarne l’autore (altri fanno il contrario, buttano lì un nome e pretendono una citazione sull’unghia). Non vanno sottovalutati nemmeno i «ruffianatori»: sanno che amate particolarmente uno scrittore o un personaggio e troveranno ogni scusa buona per ricordarne una frase. Se passerete una giornata con loro e non vorrete arrivare a odiare il vostro beniamino, dovrete imporre agli altri regole precise: alla terza citazione andrete in un’altra stanza o (peggio) presenterete loro un profondo conoscitore dei discorsi di Nanni Moretti. Più imbarazzanti che pericolosi sono gli «autocitatori»: pur non essendo dotati di un ufficio stampa personale, ricordano esattamente ogni parola detta nei loro anni di vita e sono convinti che non aspettiate altro che le loro perle di saggezza (quando si accorgono che siete più interessati al cibo che avete davanti o alla conferenza che state ascoltando, si offendono a morte). Continua a leggere

Guida agli Italiani (e non solo) con Beppe Severgnini

Uno dei miei miti dichiarati – da quando l’ho letto per caso la prima volta – si chiama Beppe Severgnini. La tentazione di definirlo «collega» è forte, ma farò uno sforzo sovrumano per mettere a tacere la vanità tipica dei giornalisti. Per molto tempo ho cercato di ottenere un’intervista, a partire dagli spunti disseminati nei vari libri; l’ultimo diniego, cortese ed ironico («Passo, posso? Troppe domande, troppo buone. Troppo tempo. E poi io sto parlando troppo») mi ha spinto a cambiare obiettivo, ma neanche di molto.

L’intervista si farà, le domande resteranno le stesse e sarà sempre Beppe a rispondere; trucco ignobile (da parte mia), lo farà attraverso vari brani contenuti quasi per intero nei suoi libri. Saranno citati praticamente tutti, ad eccezione di Italians (l’ultimo, che devo ancora leggere), dell’Inglese (non ce l’ho) e degli Interismi, che mancano in una casa in cui è più facile trovare un dromedario che un nerazzurro (a parte qualche cravatta del sottoscritto). Buona lettura, e non me ne voglia Beppe se l’ho fatto parlare comunque: in fondo, questa fanta-intervista è una personalissima antologia o – se si preferisce – una mappa alla scoperta del  personaggio. Io ho compulsato quei libri; magari a qualcuno verrà voglia di sfogliarli di persona. Continua a leggere

Casa Editora: un gatto scapestrato come guida

In una delle mie frequenti “puntate” alla piccola libreria sotto la mia università (ricca di testi accademici ma con imperdibili occasioni di lettura per i curiosi di natura), nell’attendere che il buon Franco Casanova mi scovasse due volumi di diritto internazionale e procedura penale, l’occhio mi cadde su due curiosi libri, con la copertina di cartoncino ruvido paglierino. Su entrambi campeggiava un gatto sornione, accattivante, che a giudicare dai titoli doveva chiamarsi Ernesto, anche se in un caso era abbigliato con cappello, grembiule e forchettone da cuoco, mentre l’altra copertina lo incorniciava in una carta da gioco e lo vestiva di saggezza d’erbolario; alla sommità della pagina notai la stessa firma, «G.C.Ben & Topo Gaia», e al fondo la stessa provenienza editoriale, «Casa Editora». Attratto dai due esemplari, chiesi informazioni a Casanova, che mi disse: «L’autore è un signore piuttosto curioso che ogni tanto passa di qui e scrive cose molto particolari, è da leggere».

Il ricordo, come spesso accade, fu archiviato senza sparire del tutto: riaffiorò all’improvviso, una sera di gennaio, quando il mio amico (e ora collega) Renato Ceres mi chiese di dialogare con lui sulla sua prima creatura, Parrokkia progressive. Tra i coraggiosi convenuti per la presentazione, c’era un signore piuttosto curioso, con occhiali e baffi, che alla fine mi si svelò proprio come autore di quei due tomi d’impronta felina, culinaria ed officinale. Iniziare a sfogliarli può risultare interessante, perseverare può addirittura far scattare la molla della curiosità, difficilmente disinnescabile. Per chi non è spaventato e desidera iniziare questo percorso, il viaggio comincia qui, inevitabilmente, dal gatto Ernesto.

ernesto

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Riccardo Mannerini: Genova, la ragione e Irish

Sono passati quasi sette anni e mezzo dal mio ultimo passaggio da Genova, in una gita organizzata da una banca nello spazio di una domenica; in quella città ero già stato altre due volte, un “mordi e fuggi” tipico delle gite scolastiche. Tutte e tre le volte non abbiamo mancato di visitare l’acquario, a quanto pare è una tappa obbligata per studenti e turisti, più importante di molte altre cose. Non c’è stato il tempo, probabilmente, per rendersi conto che Genova è davvero una città “diversa”, che permette un’esperienza altrove impossibile: farsi guidare per le vie, persino tra le case ed altri edifici, da versi di poesie e di canzoni. Ne ho la certezza sfogliando Parchi di parole, una piccola (e piuttosto anomala) guida alla città ed alla provincia di Genova pubblicata lo scorso anno dall’editrice Galata.

Una singolare guida per Genova

Una singolare guida per Genova

VERSI DI GUIDA. Il turista o il viaggiatore di pensiero possono percorrere luoghi noti o conosciuti per sentito dire con il gusto della scoperta e l’entusiasmo della rivelazione. Il verso di una poesia o l’immagine fermata da una canzone diventano il pretesto per raccontare un luogo, una storia, frammenti di vita. Pagina dopo pagina, il lettore familiarizza con ricordi e testimonianze, riscoprendo il valore di figure che a volte il tempo ha inspiegabilmente relegato in secondo piano (per i non genovesi, si intende): certo, Genova è stata la città di De André, Tenco, Fossati, quella d’adozione di Paoli e Lauzi, ma è bene non dimenticarsi di un artista di razza come Umberto Bindi e di poeti di valore come Giorgio Caproni e Camillo Sbarbaro, più di altri finiti nell’oblio per chi non abita all’ombra della Lanterna e non è solito frequentare la poesia.

Parchi di parole è l’occasione per conoscere meglio la città, ma anche per appagare un desiderio inconfessabile di molti: sezionare le canzoni più amate per calarle nella realtà e scoprire dove sono nate, cosa le ha rese speciali. Nel libro si mescolano dettagli noti a particolari pressoché inediti, piccole “rivelazioni” che fanno percorrere le pagine più volte, per essere certi di non aver trascurato nulla (e quasi fanno sentire la mancanza di un indice analitico che permetta di cercare subito i dettagli legati a questa o a quella lirica). Il casino con il soffitto viola che fa da culla a Il cielo in una stanza, la stazione di Sant’Ilario dove scende Bocca di rosa, i luoghi della gioventù di Caproni, il locale in cui verosimilmente le forme di una donna fanno nascere Mi sono innamorato di te sono solo alcune delle tappe di questo viaggio che può seguire un tracciato a piacere, quello suggerito dalle pagine o quello (sicuramente autentico) che scaturisce dalla curiosità e dall’istinto.

Se mi hanno appagato molto i dettagli legati a L’ufficio delle cose perdute (probabilmente uno dei brani più riusciti di Gino Paoli), è quasi ovvio che le emozioni maggiori siano arrivate con Fabrizio De André: è forse uno dei personaggi più citati nel centinaio di pagine della guida. Ho viaggiato ai tanti ricordi proposti nel libro, mi sono commosso nel ricordo di Gianni Tassio (che prima di lasciarci ha allestito un museo deandreiano nel suo negozio di musica di via del Campo, accanto a quell’ultima chitarra comprata da tutta Genova; un giorno troverò il tempo ed il coraggio di raccontare qualcosa su questo), mi sono incuriosito leggendo la ricostruzione che cerca di restituire un nome ed un volto a Marinella. Tra le storie ed i personaggi che in qualche modo sono legati a Faber, posso dire di essere particolarmente legato ad un nome: Riccardo Mannerini. Continua a leggere

Un anno senza Enzo Biagi

Esattamente un anno fa, gli italiani hanno dovuto salutare il loro «ultimo cronista». Il vuoto lasciato da Enzo Biagi, soprattutto negli spiriti più liberi di questo paese, è tangibile e nessuno pare essere in grado di colmarlo: forse perché «modelli così non ne fanno più», forse perché non li hanno ancora trovati, forse – purtroppo – perché li hanno già trovati e resi inoffensivi. Biagi ha saputo raccontare quasi tutto, dalla cronaca allo sport, dalla politica al cinema, senza mai far mancare il suo stile, ricco di ricordi e «senza sbrodolature»; leggendo i suoi pezzi si imparano molte citazioni, spesso di personaggi “insospettabili”, e si capisce come arrivare al cuore delle cose, senza girarci troppo attorno.

La sua casa editrice, la Rizzoli, manda oggi nelle librerie due volumi “del cuore” (così mi sento di chiamarli), che possono aiutare ogni volenteroso a scoprire – o riscoprire – chi era davvero quel signore che con capelli bianchi ed occhiali è entrato per anni nelle case degli italiani attraverso il televisore. Il primo libro porta la firma di Bice Biagi, la figlia maggiore di Enzo e Lucia Ghetti, giornalista come il padre (ha diretto con stile Novella 2000 ed è stata vicedirettore di Oggi); come titolo è stato scelto In viaggio con mio padre, ma non si deve pensare a diari di avventure, visite all’estero, ricordi di corrispondenze o vacanze lunghe condivise tra i due (è Bice stessa ad ammettere di aver seguito il padre solo una volta, a Roma, dopo la fine delle elementari). Il viaggio di cui la figlia parla inizia subito dopo la morte di Biagi e l’ha portata in giro per l’Italia, in grandi città come in paesi quasi sconosciuti; spesso in compagnia della sorella Carla, altre volte con persone molto vicine al padre, ma sempre con la stessa energia propulsiva: la memoria del padre. Poteva essere l’intitolazione di una biblioteca o di una sezione di partito, una festa dei partigiani o una celebrazione legata al 25 aprile; in ogni luogo Bice ha incontrato persone che avevano conosciuto Enzo o che gli sarebbero piaciute. È proprio alle loro storie che lascia generosamente spazio, raccontando la figura del padre anche attraverso di loro, oltre che con i suoi ricordi; la giornalista apre anche il suo album di famiglia e mette a disposizione del lettore 14 fotografie che sanno di ricordo e sorpresa, con un pizzico di commozione e tanta sincerità.

Il libro di Bice Biagi

Il libro di Bice Biagi

Per chi invece desidera conoscere meglio il Biagi-giornalista, in particolare quello della carta stampata, è più indicato Io c’ero, cospicua raccolta di scritti di Enzo che ripercorre in più di 500 pagine oltre 60 anni di devozione per i lettori. I brani sono ordinati per anno di pubblicazione (o di riferimento) e, senza una precisa logica di disposizione, offre un vastissimo campionario di argomenti ed altrettante “istantanee” nitide sulla storia d’Italia e del mondo. C’è spazio per la conversazione con la senatrice Angelina Merlin (quella della legge sulle “case chiuse”) o per un’intervista al comunista Enrico Berlinguer, per raccontare l’incontro con Malcom X prima del suo assassinio o per commentare la prima guerra irachena, la prima ad essere trasmessa in tv. Si tratta del classico libro che è possibile aprire a caso, vedendo quale lettura la sorte ha assegnato: difficile restare delusi da questa summa curata con dedizione dal suo amico e regista Loris Mazzetti.

Proprio l’esperienza maturata al fianco di Biagi e la successiva carriera di dirigente Rai (attualmente è capostruttura di Raitre) mi hanno suggerito di intervistare Loris quando si è trattato di completare la mia tesi di laurea sul pluralismo televisivo. A metà gennaio parlammo di Rai, di libertà (in un momento in cui lui stesso stava pagando la sua schiettezza sull’azienda), di Che tempo che fa (programma di cui ha seguito la nascita e che ha curato per vari anni) e di leggi sul pluralismo, ma Enzo Biagi riaffiorava spesso nelle sue parole, anche quando le domande non riguardavano direttamente lui. Credo si tratti del momento migliore per pubblicare integralmente quel nostro colloquio: è un modo per ricordare Biagi e per parlare di cose che – oso sperare – gli sarebbero piaciute.

La raccolta curata da Loris Mazzetti

La raccolta curata da Loris Mazzetti

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