Sudstock: una settimana di musica indipendente

Lo scorso anno, per i cultori degli anniversari, ha ospitato una ricorrenza importante: in tanti hanno dedicato almeno un ricordo a quei tre-quattro giorni all’insegna della musica (e non solo) vissuti 40 anni prima e passati alla storia con il nome di Woodstock.  Sarà che l’eco non si è spento, sarà che ogni occasione è buona per vivere momenti di musica autentica (senza preclusioni verso alcun genere), sta di fatto che nei giorni scorsi è partita una sfida ambiziosa, questa volta tutta italiana, sotto l’etichetta evocativa di Sudstock.

Il progetto nasce all’interno di Mini Radio Web, un’emittente radiofonica nata dall’omonima associazione che si propone un fine di assoluto rispetto: dare spazio agli artisti italiani giovani e, soprattutto, indipendenti, lontani dunque dal mondo delle major discografiche e quasi sempre senza possibilità di farsi conoscere ai loro potenziali appassionati; la radio trasmette in podcast 24 ore su 24 e propone interviste a molti artisti e la loro musica, da scoprire e valorizzare.

Nei giorni scorsi è stata lanciata l’idea: mettere in piedi un meeting di coloro che seguono con passione Mini Radio Web a Pantelleria, con la complicità della gestione del centro Jamal (stabilimento balneare, con una propensione per la musica) che offra ai musicanti un porto franco, dove suonare «senza rogne e senza regole».

«Abbiamo pensato alle isole pirata del Mediterraneo in cui, in passato, si attuavano scambi al di fuori delle regole: Pantelleria, infatti, era il centro della pirateria durante le guerre puniche – spiegano dalla radio – Ora vogliamo renderla il centro della musica secondo l’etica di MRW: indipendenza come libertà, una libertà non teorica, ma praticata e sperimentata». L’idea, dunque, è di scambiare risorse, saperi, conoscenza e arte, tutto questo suonando.

«In questa “Zona temporaneamente autonoma” potrebbero soprattutto crearsi relazioni, anche professionali, svincolate da dialettiche che ormai sono obsolete – continuano – Per fare ciò abbiamo attuato un attacco al sistema: Pantelleria non è certo un’isola turistica, non ha prezzi turistici … Li abbiamo forzati a farli con la precisa volontà di fare di Sudstock un evento che possa attirare il prossimo anno risorse “tradizionali”».

L’evento è previsto dal 3 al 10 luglio, con le «ciurme musicali» (in perfetto stile piratesco) che, proponendo i generi più diversi, si alterneranno sul palco dalle 11 del mattino fino alle 3 di notte, con la porta spalancata a jam sessions e a qualunque altro esperimento sonoro. «Gli artisti potranno registrare le loro esibizioni per poi utilizzarle successivamente – precisano gli ideatori – Nello spirito della manifestazione, le videocamere saranno ammesse, i registratori pure».

Da quando l’iniziativa è stata pubblicizzata su Myspace (lì si trovano tutte le informazioni), l’interesse della Rete è stato immediato e sono già molte le adesioni. Chi parteciperà all’evento si assicurerà certamente molte ore di musica “diversa” e che merita di essere ascoltata per lo meno con attenzione; è presto per sapere se Sudstock diventerà un altro rito collettivo, magari da ripetere, ma l’idea è coraggiosa e merita fortuna.

Addio Nanda, grazie di tutto

Era il 26 maggio 2000, per la prima volta entrai in quella bomboniera elegante che è il teatro Ariosto di Reggio, per un incontro a base di musica e poesia. Non andai là tanto per Luciano Ligabue (che, anche a 10 anni dal suo primo album, sentivamo ancora come il nostro rocker di Correggio) o per Patrizio Roversi (il moderatore più simpatico che si potesse immaginare): io, ragazzo non ancora 17enne, ero in quel luogo per ascoltare Fernanda Pivano.

Di letteratura ne avevo praticata poca, ma sulla mia strada avevo già incontrato questa donna, che allora aveva già superato gli 80 e trent’anni prima aveva contribuito alla nascita di uno dei dischi più belli della musica italiana, Non al denaro, non all’amore né al cielo di Fabrizio De André: alla base dei testi c’è l’Antologia di Spoon River, tradotta per la prima volta in Italia proprio dalla Pivano (uscì in piena Seconda guerra mondiale, nel 1943). Non sapevo ancora che l’originale di Edgar Lee Masters era arrivato nelle sue mani di ragazza poco più che vent’enne grazie a Cesare Pavese, suo insegnante al liceo, e che da lì era nata l’esperienza della maggiore traduttrice della letteratura americana.

Fernanda e Fabrizio

Fernanda e Fabrizio

Qualche anno più tardi avrei conosciuto da vicino la beat generation, tutto quel mondo a stelle e strisce fatto di visioni, ispirazioni, viaggi, messa in gioco, ritmo ed emozioni che lei tradusse e diffuse come nessun altro in Italia, con la passione di chi ha vissuto fianco a fianco con Allen Ginsberg, Jack Kerouack e il resto di quella Generazione. Dalla sua penna e dalla sua macchina da scrivere sarebbero uscite anche le traduzioni di Ernest Hemingway e di lei si sarebbero giovati anche tanti altri scrittori americani, si trattasse di un dissacratorio Bukowski (che mi ha fatto “incontrare” di nuovo Fernanda grazie a una conversazione pubblica con Paolo Roversi, autore mantovano e adepto di Buk) o dei “nuovi” Ellis e Wallace. Scrittrice a sua volta (dedita alla narrativa e all’autobiografia), la «Nanda» (come la chiamavano tutti) era però soprattutto innamorata della musica e degli artisti, sapendone riconoscere il valore: la ricordo nella giuria di qualità a Sanremo nel 1999, autrice di testi per la PFM (Domo doso) e Ricky Gianco (Danni collaterali), ma soprattutto amica di vari «poeti con la chitarra» (come li chiamerebbe il mio amico Ernesto Capasso). Non dev’essere un caso se, di Fabrizio De André (genovese come lei), arrivò a dire: «Sarebbe necessario che invece di dire che Fabrizio De André è il Bob Dylan italiano si dicesse che Bob Dylan è il Fabrizio De André americano».

Ora Fernanda non c’è più e temo che non se ne sia andata col sorriso, visto che di recente ha detto: «Con molto dolore per i morti e per la tragedia, devo dichiararmi perdente e sconfitta perché ho lavorato 70 anni scrivendo esclusivamente in onore e in amore della non violenza e vedo il pianeta cosparso di sangue». Di «Nanda» conservo il ricordo di quella serata reggiana e di un pomeriggio a Novellara, legato alla luna e al viaggio (pensato da un altro grande, Marco Incerti Zambelli, uno che ha visto Dylan in concerto venti volte, per capirci). Soprattutto, però, nella mia libreria custodisco la mia copia dell’Antologia, con la dedica personale fatta dalla sua vera Traduttrice: sarà per questo, per il Suonatore Jones o per George Gray (soprattutto in questi giorni, mi fa pensare tanto a un angelo di nome Pier) che, nello sfogliare le pagine, mi commuovo con facilità.

La dedica di Fernanda

La dedica di Fernanda

Sanremo è finito, viva Sanremo?

È passata meno di una settimana dalla fine di Sanremo, ma la breve distanza è già sufficiente per tirare qualche somma. «Carta canta» e Marco Carta ha vinto: prima partecipazione a Sanremo tra i “big” (e qualcuno, prevedibilmente, ha detto «Carta chi?»), vittoria immediata. Casi simili in passato non hanno portato molta fortuna (per stare nell’abbastanza recente, la coppia Jalisse – Annalisa Minetti degli anni 1997-98), anche se Carta è arrivato all’Ariston con un discreto carico di fama, soprattutto tra i giovanissimi. La forza mia, canzone vincitrice, non è un capolavoro, anche se tutto sommato si fa ascoltare: un brano in qualche modo d’amore, decentemente orecchiabile e forse cantabile, senza esagerare in originalità.

A Marco Carta va in ogni caso riconosciuto un merito: l’aver impedito lo sconcio di una seconda vittoria sanremese di Povia (il 2006, con la bella Dove si va dei Nomadi battuta da Vorrei avere il becco, brucia ancora e non solo a me). Mi sono imposto di ascoltare più di una volta Luca era gay, per cercare di afferrarne il testo, e mi sono convinto che di quel brano non c’era alcun bisogno. Vietato parlare di omosessuali sul palco dell’Ariston? No, del resto è già successo (dalla meteora Federico Salvatore ad Anna Tatangelo, passando per illustri sconosciuti non indifferenti, come Principe e Socio M.).

L’autoanalisi psicologica, tuttavia, non mi ha convinto per niente: la prima parte della storia di Luca somiglia a quella di tante altre (compresa, modestamente, la mia), ma non tutti quegli adolescenti sono diventati gay e non tutti gli omosessuali hanno un passato simile: non credo che valesse la pena dare in pasto quell’unica vita a milioni di telespettatori (soprattutto se il testo rimanda a «cliché abbondantemente presenti nella letteratura psicologica che danno un taglio generalmente patologizzato dell’omosessualità», come si legge su Wikipedia). Forse le polemiche della vigilia (senza che il testo fosse noto) erano esagerate, ma Povia si è difeso attaccando, con un misto di veemenza e supponenza che mi ha personalmente irritato. Dell’esibizione sanremese salvo con certezza la vocalist del cantante, Monia Russo, peraltro già vista nei giovani di Sanremo; a Povia auguro di vendere copie del disco (a proposito, fortunatamente quest’anno si è ritornati a una sola compilation e bella l’idea di far votare l’orchestra), ma non speri nel mio acquisto.

Spiace non avere visto a disputarsi il titolo chi lo meritava veramente, a partire da Marco Masini, che con L’Italia aveva offerto un affresco a tinte decise del nostro Paese, molto somigliante, purtroppo anche quando parla di «ragazze stuprate dalle carezze di un branco cresciuto dentro gabbie dorate»: questa Italia ci ha veramente rotto i coglioni e basta sfogliare un giornale per capirlo; poco premiati anche Francesco Renga, la canzone di Patty Pravo (anche se l’esecuzione ormai è discutibile) e i Gemelli Diversi. Tra gli ospiti non sono riuscito a vedere Roberto Benigni (e mi spiace molto), mentre ho apprezzato all’inverosimile il momento in cui la PFM ha festeggiato il compleanno di Fabrizio De André con Claudio Santamaria e Stefano Accorsi: quella Bocca di rosa e quell’accenno del Pescatore hanno elettrizzato l’Ariston e il pubblico a casa, anche se è durato tutto troppo poco.

Qualche parola, infine, su Arisa. Il giudizio va dato letteralmente ad occhi chiusi, giudicando la canzone in sé senza badare al look per lo meno spiazzante, molto “segretaria azzimata anni ’30” e la sua voce in condizioni di “parlato” normale, piuttosto fastidiosa. Ammetto che il pezzo non è male, soprattutto musicalmente, e la ragazza la canta bene. Il fatto è che quel brano sarebbe stato ideale per il mio amatissimo Quartetto Cetra (anche se Lucia Mannucci, l’unica voce femminile del gruppo, non avrebbe mai cantato versi come «fare e rifare l’amore / per ore, per ore, per ore», questione di banalità, di censura e magari anche di buon gusto): non a caso era azzeccato l’abbinamento con l’ottimo Lelio Luttazzi, che proprio per i Cetra ha scritto alcuni brani storici, a partire da Vecchia America. Insomma, il pezzo non era malvagio, ma vederlo cantato da una “nuova proposta” fa decisamente riflettere: se tra i giovani vince chi propone materiale più “vecchio” di loro, che rinnovamento e sperimentazioni ci si potrà attendere?

Ancora con Faber, tra buona e cattiva strada

«Mille anni sono come il giorno di ieri che è passato»: le parole del salmista parlano del tempo secondo «il punto di vista di Dio», ma possono applicarsi anche al pensiero umano, che dilata o restringe il fluire dei giorni senza badare alla realtà. Per questo è difficile non provare almeno un briciolo di stupore, quando cronache, calendari e almanacchi ci ricordano che sono già trascorsi dieci anni dalla scomparsa di Fabrizio De André. Capita di intristirsi, nel pensare che per così tanto tempo ci è mancata la sua voce avvolgente da sciamano; si prova malinconia per i versi, le riflessioni e le provocazioni che in questo periodo non sono arrivate attraverso nuovi dischi.

Impossibile, tuttavia, dire che Faber sia sparito: in tanti hanno colto l’occasione di anniversari, ricorrenze create ad hoc, eventi e incontri per ricordare De André, riascoltarlo, ricantarlo. Qualcuno, al solito, ne ha approfittato per racimolare indebitamente qualche soldo: nemmeno Fabrizio si è salvato dalle doppie o triple raccolte selvagge, dal repackaging di materiale già edito e presentato come nuovo ed altre amenità. I professionisti del raschiamento dei fondi di barile, tuttavia, non sono riusciti a rovinare la nostra immagine di quel «servo disobbediente alle leggi del branco», che a chi lo ha voluto ascoltare ha saputo insegnare molto, quasi sempre senza volerlo.

Fabrizio De André in concerto

Fabrizio De André in concerto

Nessuno come Fabrizio De André ha saputo avvicinare realtà come la Sardegna, l’America dei Sioux e una Sidone distrutta dal fuoco umano; nelle canzoni sanno convivere ancora oggi buona e cattiva strada, uomini in cella e persone libere, prostitute e donne sotto le croci. Che traducesse a modo suo maestri come Brassens, Dylan e Cohen o raccontasse le sue storie vive di dannati della terra, quell’artista ha saputo toccare le corde giuste, ha dipinto con pennellate decise e fini ogni figura che abbia ospitato nelle sue canzoni.

Fabrizio e la sua città sono stati testimoni di storie maggiori e avventure quotidiane: anche per questo, hanno permesso piccoli e grandi miracoli alla portata di chiunque. Nel 2000 un’associazione a delinquere, formata dal sottoscritto e dal collega di redazione (e professore di Storia dell’Arte) Roberto Rinaldi, brigò tanto da riuscire a deviare una gita scolastica all’Acquario di Genova verso il cimitero di Staglieno, pur di sostare per qualche minuto davanti alla cappella in cui Faber riposava da un anno: i compagni di classe non gradirono molto, ma l’intensità non si è cancellata.

Poco più di un anno dopo, dovetti ringraziare di nuovo l’Acquario. Tra un pranzo infinito della gita di una banca e l’ennesima visita alle creature d’acqua riuscii a infilarmi in «Via del Campo» e nel negozio di musica di Gianni Tassio: quel signore, che si definiva con un sorriso «figlio e nipote di bagascia», aveva allestito in un piccolo ambiente un museo caldo e imperdibile, pieno di testimonianze di De André (dischi, libri, fotografie). Gianni purtroppo se n’è andato da qualche anno, mentre l’ultima chitarra di Fabrizio, acquistata con i soldi di tutta Genova, è ancora al suo posto, in una vetrinetta là in alto, pronta per essere vista da tutti e, di tanto in tanto, suonata: io ho avuto questa fortuna per pochi minuti e non potrò mai dimenticarlo.

La chitarra era la sua ...

La chitarra era la sua ...

Il modo migliore per festeggiare questi dieci anni, probabilmente, è riprendere in mano quei cd stampati di recente, quelle cassette registrate dagli amici “per diffondere il Verbo”, quei vinili pieni di fruscii che ora riusciamo ad apprezzare. Può esserci, legittimamente, l’imbarazzo della scelta: l’affresco angiportuale della Città vecchia, la poesia grondante sangue innocente di Fiume Sand Creek, i classici come Il pescatore e La canzone di Marinella, i pugni nello stomaco di Ottocento; si può optare per la malinconia di Rimini, per la rabbia della Canzone del maggio o per la riflessione profonda del Testamento di Tito, così preziosa per noi cattolici inquieti. Ogni canzone, quale che sia, porta con sé un tassello del mondo di Fabrizio: spetta all’ascoltatore comporre il puzzle, con passione e voglia di scoprire. E pazienza se, nel farlo, ci sfuggirà qualche lacrima.

Articolo pubblicato sul numero di febbraio 2009 del periodico L’Eretico – Idee Arte Pensiero

Riccardo Mannerini: Genova, la ragione e Irish

Sono passati quasi sette anni e mezzo dal mio ultimo passaggio da Genova, in una gita organizzata da una banca nello spazio di una domenica; in quella città ero già stato altre due volte, un “mordi e fuggi” tipico delle gite scolastiche. Tutte e tre le volte non abbiamo mancato di visitare l’acquario, a quanto pare è una tappa obbligata per studenti e turisti, più importante di molte altre cose. Non c’è stato il tempo, probabilmente, per rendersi conto che Genova è davvero una città “diversa”, che permette un’esperienza altrove impossibile: farsi guidare per le vie, persino tra le case ed altri edifici, da versi di poesie e di canzoni. Ne ho la certezza sfogliando Parchi di parole, una piccola (e piuttosto anomala) guida alla città ed alla provincia di Genova pubblicata lo scorso anno dall’editrice Galata.

Una singolare guida per Genova

Una singolare guida per Genova

VERSI DI GUIDA. Il turista o il viaggiatore di pensiero possono percorrere luoghi noti o conosciuti per sentito dire con il gusto della scoperta e l’entusiasmo della rivelazione. Il verso di una poesia o l’immagine fermata da una canzone diventano il pretesto per raccontare un luogo, una storia, frammenti di vita. Pagina dopo pagina, il lettore familiarizza con ricordi e testimonianze, riscoprendo il valore di figure che a volte il tempo ha inspiegabilmente relegato in secondo piano (per i non genovesi, si intende): certo, Genova è stata la città di De André, Tenco, Fossati, quella d’adozione di Paoli e Lauzi, ma è bene non dimenticarsi di un artista di razza come Umberto Bindi e di poeti di valore come Giorgio Caproni e Camillo Sbarbaro, più di altri finiti nell’oblio per chi non abita all’ombra della Lanterna e non è solito frequentare la poesia.

Parchi di parole è l’occasione per conoscere meglio la città, ma anche per appagare un desiderio inconfessabile di molti: sezionare le canzoni più amate per calarle nella realtà e scoprire dove sono nate, cosa le ha rese speciali. Nel libro si mescolano dettagli noti a particolari pressoché inediti, piccole “rivelazioni” che fanno percorrere le pagine più volte, per essere certi di non aver trascurato nulla (e quasi fanno sentire la mancanza di un indice analitico che permetta di cercare subito i dettagli legati a questa o a quella lirica). Il casino con il soffitto viola che fa da culla a Il cielo in una stanza, la stazione di Sant’Ilario dove scende Bocca di rosa, i luoghi della gioventù di Caproni, il locale in cui verosimilmente le forme di una donna fanno nascere Mi sono innamorato di te sono solo alcune delle tappe di questo viaggio che può seguire un tracciato a piacere, quello suggerito dalle pagine o quello (sicuramente autentico) che scaturisce dalla curiosità e dall’istinto.

Se mi hanno appagato molto i dettagli legati a L’ufficio delle cose perdute (probabilmente uno dei brani più riusciti di Gino Paoli), è quasi ovvio che le emozioni maggiori siano arrivate con Fabrizio De André: è forse uno dei personaggi più citati nel centinaio di pagine della guida. Ho viaggiato ai tanti ricordi proposti nel libro, mi sono commosso nel ricordo di Gianni Tassio (che prima di lasciarci ha allestito un museo deandreiano nel suo negozio di musica di via del Campo, accanto a quell’ultima chitarra comprata da tutta Genova; un giorno troverò il tempo ed il coraggio di raccontare qualcosa su questo), mi sono incuriosito leggendo la ricostruzione che cerca di restituire un nome ed un volto a Marinella. Tra le storie ed i personaggi che in qualche modo sono legati a Faber, posso dire di essere particolarmente legato ad un nome: Riccardo Mannerini. Continua a leggere

A Tg2 Dossier, un Enrico Caruso

Nel mondo della musica è capitato più volte che un artista fosse identificato con il suo “strumento di lavoro”, la voce. Se un italoamericano di grande talento (Frank Sinatra) fu soprannominato «The Voice», prima di lui un’altra ugola – questa volta italianissima e ben più imponente – aveva stregato gli americani: si trattava di Enrico Caruso, definito «la più grande voce di tutti i tempi». Sono trascorsi quasi 90 anni dalla scomparsa del tenore napoletano (morto il 2 agosto del 1921), ma la sua storia di uomo e di cantante è ancora tutta da scoprire: lo dimostrano le oltre quattromila pagine di lettere scritte e ricevute dall’artista dal 1897 fino a poco prima della sua morte. A ritrovare questo rilevantissimo materiale è stata una coppia ormai collaudata, il giornalista del Tg2 Michele Bovi ed il funambolo della parola Pasquale Panella: a partire da quel “tesoro cartaceo” è stata realizzata una nuova puntata di Tg2 Dossier, dal titolo La Voce di Enrico Caruso, che andrà in onda su Raidue sabato 22 novembre alle 23.30.

«Destinatari e mittenti delle lettere – spiega Michele – sono soprattutto la prima compagna Ada Giochetti, da cui l’artista ebbe i figli Enrico jr. e Rodolfo, e la moglie americana Dorothy Benjamin Parker, madre di Gloria Caruso; tuttavia i rapporti epistolari riguardavano anche suoi eminenti contemporanei come Giacomo Puccini e Guglielmo Marconi». Il materiale ritrovato, peraltro, non contiene soltanto lettere: si scopre anche il Caruso caricaturista (sono emersi molti disegni e vignette realizzati da lui) e si fa maggiore luce sul Caruso quotidiano, attraverso polizze assicurative, ricevute, conti, rimesse bancarie, estratti conto, trasferimenti, ricevute di alberghi di tutto il mondo; ci sono persino gli atti del processo cui il tenore fu sottoposto a New York per «disorderly conduct» (il nostro disturbo della quiete pubblica), ma che lo vide alla fine pienamente assolto.

Le lettere ed il resto del materiale permetteranno agli esperti di ricostruire con grande precisione la biografia di Enrico Caruso e di contestualizzare meglio la sua figura all’interno del contesto temporale e sociale in cui è vissuto (in particolare, con l’occhio attento al periodo più luminoso del melodramma italiano); ai “comuni mortali” come noi, il Tg2 Dossier darà la possibilità di conoscere una figura che vive soprattutto nei ricordi e nel titolo di un clamoroso successo di Lucio Dalla (fatto proprio, non a caso, da un tenore di primo piano come Luciano Pavarotti).

Gli antenati del videoclip (e preziosi da parete) in mostra

Quando si pensa ai videoclip, i filmati utilizzati per promuovere una canzone, spesso li si immagina con un’aura di modernità e come qualcosa di inevitabilmente “straniero”; per anni in molti hanno creduto che il primo vero filmato promozionale fosse quello girato nel 1975 per accompagnare Bohemian Rapsody dei Queen. Nulla di più lontano dal vero: l’idea del videoclip ha almeno 16 anni in più e, soprattutto, è nata in Italia. Lo ha spiegato in tante occasioni Michele Bovi, caporedattore centrale e capo della redazione Speciali del Tg2: al Cinebox, sorta di “macchina dei sogni” ad uso e consumo degli appassionati di musica, ha dedicato una parte importante delle sue ricerche. Dopo aver realizzato vari programmi televisivi a tema (numeri unici o intere serie), l’anno scorso Michele aveva allestito una grande mostra a Caserta, con tanto di convegno sul “paleolitico del videoclip“: l’esposizione «Canzoni con vista: mezzo secolo di videoclip», dopo essere passata da Foggia all’inizio dell’anno, sta per arrivare a Roma al prestigioso Festival di Palazzo Venezia, dedicato a film e documentari di contenuto artistico.

Vittorio De Sica alla presentazione del Cinebox

Vittorio De Sica alla presentazione del Cinebox

Dall’8 al 17 novembre, ogni giorno dalle 18 alle 24, presso la sala del Mappamondo si potranno ammirare quattro apparecchi del tempo, ancora perfettamente funzionanti: due sono Cinebox, altri due sono Scopitone, una macchina analoga prodotta poco dopo da industriali francesi per fare concorrenza all’Italia ed esportata anche negli Stati Uniti. Dagli schermi di quegli apparecchi facevano capolino gli artisti più noti (o ritenuti di maggior presa) di allora, protagonisti di filmati rigorosamente a colori, oltre un quarto di secolo prima che gli italiani potessero vedere il loro teleschermo colorarsi; dietro la macchina da presa spesso c’erano autentici professionisti, magari agli esordi, come Vito Molinari e Enzo Trapani e (per lo Scopitone) Claude Lelouch, Francis Ford Coppola e Robert Altman. L’avventura del juke box ad immagini terminò bruscamente negli anni ’60 per colpa delle fragilità degli apparecchi e delle infiltrazioni mafiose che la distribuzione americana dello Scopitone conobbe, ma a Roma si potranno ancora vedere oltre 500 filmati dell’epoca, in riproduzione continua, assieme a centinaia di fotografie e manifesti originali rappresentanti artisti italiani e stranieri testimonial del Cinebox (da Giorgio Gaber a Gianni Morandi, da Vittorio De Sica a Frankie Avalon). Buona parte del materiale esposto, compresi vari fotogrammi dei video, è contenuta nel libro-catalogo Da Carosone a Cosa Nostra, pubblicato lo scorso anno da Coniglio Editore.

Un'esibizione dei Rokes

Esibizione dei Rokes

Contemporaneamente alla mostra di Palazzo Venezia, il Cinebox riserva un’altra sorpresa. Il primo gruppo beat chiamato ad esibirsi per quell’apparecchio, furono gli inglesi The Rokes, che con brani come Che colpa abbiamo noi e È la pioggia che va spopolarono nell’Italia degli anni ’60. Se ai più è noto soltanto l’ex cantante e chitarrista David “Shel” Shapiro (l’unico ad essere rimasto nell’ambito musicale), si innamorò dell’Italia anche il chitarrista Johnny Charlton, anche se dal decennio successivo si occupò essenzialmente di arte (oggi è anche perito di pittura d’arte per il Tribunale di Roma). Johnny divenne collaboratore stretto e gallerista esclusivo del pittore Mino Maccari, per poi impegnarsi in prima persona come artista; la sua galleria divenne il punto di riferimento di (vicina a Piazza di Spagna) grandi nomi come Giorgio De Chirico, Giulio Turcato, Renato Guttuso e Mario Schifano e da quelle frequentazioni Charlton apprese molto e concretizzò gli stimoli ricevuti. Le sale del Palazzetto del Burcardo, la Biblioteca della SIAE (Via del Sudario, 44), ospiteranno tanto la prima chitarra a forma di freccia (o a coda di rondine, secondo altri) che la Eko costruì per i Rokes su disegno dello stesso Johnny Charlton, quanto le ultime opere dell’artista, i “preziosi da parete” che raffigurano proprio quelle chitarre attraverso combinazioni di colori e foglie d’oro zecchino; nel mezzo, anche i filmati a colori che videro protagonisti i Rokes nei Sixties italiani.