Elezioni regionali: oltre l’amarezza

«Le cose vanno chiamate con il loro nome. Trattasi di cappotto, ciappa su e porta a ca’»: iniziava più o meno così l’articolo con cui Vittorio Feltri commentò su Libero le elezioni regionali di cinque anni fa, quando il centrosinistra conquistò la netta maggioranza dei presidenti. Questa volta il discorso purtroppo è invertito: il centrosinistra “vince” 7 a 6, ma perde quattro regioni chiave, alcune con una sonora batosta e in modo piuttosto annunciato (Campania e Calabria), altre di poche migliaia di voti, senza che questo renda la sconfitta meno dolorosa (Piemonte e Lazio).

Sarebbe fin troppo facile e comodo dare la colpa al popolo, che ha scelto di non votare o di dare il consenso di nuovo al centrodestra; bisognerebbe anche scansare la tentazione, pure forte, di far proprie con amarezza le parole di Ludovico Cerchiobot (splendida scimmiottatura di Sergio Romano impersonata da Roberto Herlitzka), secondo il quale «gli Italiani sono contenti quando sono dominati». Occorre, invece, che elettori e dirigenti del Partito Democratico (assieme al resto del centro sinistra) guardino la situazione con tutto il disincanto necessario e si interroghino per davvero, anche a costo di mettersi in discussione.

Bisogna capire, innanzitutto, perché un elettore su tre ha rinunciato ad esprimere il proprio voto: in quel 36% di astenuti c’erano sicuramente tanti potenziali (o perduti) simpatizzanti delle idee di centrosinistra, ma hanno scelto di disertare i seggi e non lo hanno fatto certo per pigrizia. Parlando domenica con un mio caro amico (di area centrodestra), cercando invano di convincerlo ad andare a votare, mi sono sentito rispondere: «Mi sono completamente disinteressato queste elezioni, sono amareggiato dai candidati e da certe figure fatte che ritengo inammissibili; a questo punto ritengo di non avere né il diritto, né il dovere di votare per questa gente». Hai un bel da ribattere con la democrazia, la partecipazione, l’importanza del voto: un’osservazione di questo tipo spunta qualsiasi arma e che costringe a riflettere. Siamo sicuri che anche chi ha vinto queste elezioni abbia davvero fatto l’unica cosa che conta veramente, cioè costruire qualcosa di utile e positivo, invece di distruggere (a partire dalla fiducia)?

In secondo luogo bisogna interrogarsi su chi, nei fatti, ha scelto. Di nuovo, vietato dire che gli italiani sono ignoranti e cose simili. Ci si chieda, piuttosto, perché gli elettori al progetto del Pd hanno preferito quelli del Pdl e della Lega e, con essi, tutti i loro limiti: chi ha votato non si è schifato davanti all’arroganza e all’insipienza di tante persone schierate dal centrodestra (basti vedere come Berlusconi prima e Cota poi hanno trattato Mercedes Bresso in Piemonte); non si è scandalizzato per quel giuramento ipocrita, imbarazzante e in spregio alla Costituzione fatto dai candidati presidenti in piazza San Giovanni e ha scelto comunque di stare da quella parte, probabilmente non per motivi ideologici. È il segnale che qualcosa davvero non va, se dei progetti ritenuti validi non riescono a prevalere su discutibili propugnatori di libertà (che chiamano i rappresentanti di lista «Difensori del voto»).

Da ultimo, è troppo facile tuonare contro Beppe Grillo e chi lo votato (o masticare amaro guardando il crescente consenso dell’Italia dei valori): se la gente ha scelto il Movimento a cinque stelle o ha trovato altri modi per esprimere la sua protesta, significa che quello che c’è non va, a dispetto delle primarie e di ogni altro meccanismo. Queste elezioni hanno dimostrato che non c’è un’alleanza preconfezionata per vincere: l’Udc può servire, ma a volte non basta e altre volte non è necessaria. E se l’unica soluzione fosse azzerare definitivamente tutti i vertici, costringendo i politici di lungo corso a farsi seriamente da parte? Il progetto non è realizzabile, per ragioni di ordine pratico e non solo, ma la tentazione è forte.

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Una firma dal retrogusto amaro

Dev’essere stato quel funambolo istituzionale di Francesco Cossiga ad aver fatto prendere familiarità agli Italiani con il concetto di «esternazione». Non che prima, ovviamente, gli inquilini settennali del Quirinale fossero muti; certamente però grazie a quel personaggio ci si è abituati a sentir parlare il Presidente della Repubblica in occasioni diverse da quelle “ufficiali”. A un messaggio rivolto a tutti i cittadini attraverso Internet, tuttavia, non si era ancora arrivati: oggi sembra «giunto il momento», senza che questa frase abbia nulla dell’ironia con cui Fiorello imitava Carlo Azeglio Ciampi, né il tono informalmente solenne di un messaggio augurale di fine anno.

Probabilmente Giorgio Napolitano ha sentito il bisogno di spiegare agli Italiani il motivo di quella firma, pesante come un macigno e stretta tra le etichette di «atto pilatesco» e «ripristino del diritto di voto». Il Presidente fotografa bene la situazione quando parla di due interessi in gioco nella partita di questi giorni (rispetto delle procedure e diritto di votare schieramenti alternativi), ma la risposta, pur comprensibile, non convince del tutto.

È tutto da vedere, innanzitutto, che si tratti di un mero decreto di “interpretazione autentica”: non si può far finta di non vedere che è proprio l’interpretazione a creare le norme e, in questo caso, si creano norme ben diverse rispetto alle precedenti, per cui parlare di «decreto meramente interpretativo» sembra una forzatura (fatta forse per aggirare il divieto, posto della legge 400/1988, di utilizzare la decretazione d’urgenza in «materia elettorale», a prescindere dall’interpretazione data a questa espressione).

Il vero problema, però, è un altro e molto meno tecnico. Quando si deve operare un bilanciamento tra interessi contrapposti, uno finisce comunque per soccombere e, anche qui, non è successo nulla di diverso; stavolta, però, gli effetti sembrano molto più gravi. Le attuali opposizioni nazionali erano consapevoli che elezioni cui non avessero partecipato le liste del maggior partito di governo (in Lazio) o addirittura di un intero schieramento (in Lombardia) avrebbero avuto un valore scarso, ma il decreto ha, in questo caso, del tutto accantonato il rispetto delle norme. Resta il fatto che delle mancanze ci sono state, probabilmente più in Lazio che in Lombardia; alla storia del “placcaggio” da parte di Radicali & co. personalmente non credo, non ci si presenta comunque all’ultimo minuto a depositare le liste e non si esce per mangiare o altri motivi in quel momento.

Con il decreto ora passa decisamente l’idea che rispettare le regole non conviene, perché tanto qualcuno penserà a sanare i pasticci combinati e quelli che hanno seguito con scrupolo le norme … beh, tanto peggio per loro. Facile essere «più eguali di altri» (citando Orwell) stando al governo e facendo decreti, senza nemmeno pagare pegno per le leggerezze e gli errori commessi (che persino membri del centrodestra hanno dovuto ammettere); le regole sono fatte per essere rispettate, non aggiustate in corsa e le liste che hanno sbagliato, secondo uno dei principî più elementari del vivere civile, avrebbero dovuto essere penalizzate in qualche modo (“quale” modo è tutto meno che ovvio, ma “passarla liscia” grida vendetta alla giustizia).

È terribilmente avvilente l’ipocrisia di chi, nelle file della maggioranza, dice che la soluzione sarebbe stata la stessa se al centro della polemica ci fossero state le liste del Pd: l’arroganza e la supponenza di vari soggetti di governo impedisce un pensiero diverso. Indubbiamente la posizione di Napolitano è tutto meno che invidiabile, bene ha fatto il Presidente a ricordare il proposito di «tenere ferma una linea di indipendente e imparziale svolgimento del ruolo, e di rigoroso esercizio delle prerogative», a deplorare le «aspettative e pretese improprie» di taluni soggetti e a richiamare il governo al costante rispetto delle funzioni presidenziali; ciò non riesce a cancellare il retrogusto amarissimo della firma su quel decreto e la convinzione che la soluzione doveva essere diversa.

Il mio impegno per far conoscere e difendere la Costituzione: il 25 ottobre io sto con Marino

Tra le cose cui un italiano dovrebbe tenere di più c’è un testo di poche pagine, scritto oltre 60 anni fa ma con un linguaggio che non ha perso smalto: all’interno si trovano le “regole del gioco” del nostro Stato, ma soprattutto sono fissati i principi di fondo, i diritti e i doveri di ciascuno, senza i quali il gioco della democrazia non è possibile o è iniquo.

La Costituzione italiana in passato è stata una bellissima ragazza e, ancora oggi, ha l’immagine di una bella signora. Certamente ha subito qualche segno del tempo, proprio come accade alle persone; anche per questo ha subito via via alcuni ritocchi (le revisioni costituzionali), a dire il vero non sempre riusciti. In ogni caso, essa rappresenta il fondamento del nostro Stato: riguarda tutti noi, anche coloro che arrivano in Italia per poco tempo e, magari, da clandestini. Parla di chi governa e di chi viene governato, di chi comanda e di chi non ha un potere, di chi vive all’interno di una famiglia, di un gruppo, di un territorio.

Conoscere e studiare la Costituzione è davvero fondamentale per ogni italiano: non passa giorno senza che almeno uno dei 139 articoli che compongono quel documento trovi un riscontro pratico o, purtroppo, sia messo in pericolo. È importante che la Costituzione sia studiata all’interno delle scuole in modo approfondito e con uno sguardo attento alla realtà, all’interno della materia «Cittadinanza e Costituzione» e tutte le volte che il sistema di valori contenuto nella nostra legge fondamentale emerga durante le lezioni; sarebbe bello che i ragazzi potessero parlarne anche con i loro genitori, sentendo il desiderio di crescere anche come cittadini, e che i genitori spiegassero con entusiasmo il significato di quelle parole.

Il 25 ottobre io sto con Marino

Il 25 ottobre io sto con Marino

Io sono un elettore del Partito Democratico e, alle primarie che si svolgeranno domenica 25 ottobre, ho deciso di schierarmi con Ignazio Marino, candidandomi nel collegio di Reggio 2 come membro dell’Assemblea  regionale del Pd (sostenendo come segretario Thomas Casadei). Noi, come sostenitori di Ignazio Marino ma soprattutto come italiani democratici, siamo convinti che la Costituzione meriti di essere conosciuta da chiunque viva o scelga di vivere in Italia: solo se è conosciuta può essere pienamente rispettata e (cosa ancora più importante) fatta rispettare.

Tutto questo vale naturalmente per tutti i diritti e i doveri contenuti nella prima parte del documento, vale per il principio di laicità che emerge pienamente dalla lettura della Carta, ma anche per le norme che regolano il funzionamento delle istituzioni. Basterebbe avere minime conoscenze di Diritto costituzionale per smontare tutte le critiche pretestuose circolate in questi giorni sulla sentenza della Corte costituzionale sul lodo Alfano, per capire se e quando il Presidente della Repubblica può rinviare al Parlamento una legge appena approvata, per sapere che i senatori a vita non sono parlamentari “di serie B”, ma valgono esattamente quanto gli altri (e spesso hanno più meriti di altri).

Io voglio che il Partito Democratico si impegni, con tutte le sue forze, perché la Costituzione abbia nel nostro Paese la dignità e il rispetto che merita tra la gente e all’interno delle istituzioni. Io ci credo, noi ci crediamo.

Ora di religione: sì, ma quale?

Penso che ben pochi di noi avrebbero creduto, solo fino a pochi anni fa, di leggere sui giornali o di sentire nei telegiornali che un uomo come Gianfranco Fini avrebbe visto di buon occhio l’introduzione della cosiddetta «ora di religione islamica» (anche perché non era facile prevedere che un giorno si sarebbe posta questa necessità). Come era immaginabile, la proposta del parlamentare Pdl Adolfo Urso e considerata accettabile dal Presidente della Camera ha scatenato una vespaio di reazioni, alcune di assoluta contrarietà (con i leghisti a sbraitare il loro dissenso), altre più possibiliste, se non addirittura soddisfatte.

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Alcune parole chiare sul lodo Alfano

Quando, intorno alle ore 18, le agenzie battevano la notizia della sentenza della Corte costituzionale sul cosiddetto “lodo Alfano”, non ho stappato nessuna bottiglia, né sono sceso in piazza a festeggiare. Ho solo pensato che, almeno questa volta, qualcuno si era ricordato che non ci sono persone «più uguali di altre», tanto per citare l’originale di Orwell, al posto della brutta copia ghediniana.

Quello che mi ha fatto veramente arrabbiare è quanto è accaduto dopo e che, tutto sommato, ci si poteva aspettare. Si usa dire che delle sentenze della Corte costituzionale (come di tutte le pronunce) si dovrebbe prendere semplicemente atto con rispetto, e questo non è sempre facile, ma una critica velenosa e denigratoria come quella che è rimbalzata su taccuini, microfoni e telecamere da parte di vari esponenti del centrodestra e della stampa ad esso riconducibile è per lo meno vergognosa. Continua a leggere

Giornalisti in galera? Ma facciano il piacere …

Ora basta, ci siamo rotti le scatole. «Dovrebbero metterli in galera, i giornalisti» ha detto Bossi iersera a un comizio in Trentino. Che avremmo fatto stavolta? «Hanno inventato la storia dell’inno nazionale. L’avete capito perché? Perché stiamo parlando di salari differenziati e territorializzati». Così avremmo deliberatamente messo in piedi un’operazione di depistaggio, questa volta contro la Lega, altre volte contro il governo (ormai le accuse del presidente del Consiglio non si contano più).

Ma è mai possibile che, se praticamente tutti i giornali e i telegiornali titolano nello stesso modo o riportano le stesse frasi, tutti quanti prendano un abbaglio? E se ci inventiamo fandonie, come mai i politici della stessa maggioranza si affrettano a rilasciare a microfoni, taccuini e lanci di agenzie le loro pregnanti dichiarazioni: che quell’abbaglio sia per lo meno credibile? Francamente è sfiancante sentirsi dire sempre «Non avete capito / Mi avete frainteso / Le mie parole sono state forzate», a prescindere dal colore politico di chi pronuncia quelle parole: mai l’accusatore è sfiorato dal pensiero che le sue parole fossero per lo meno ambigue e che un briciolino di responsabilità possa essere anche suo.

La sfrontatezza, tuttavia, non ha confini: c’è chi ha la faccia tosta di smentire o “aggiustare” persino le parole pronunciate davanti a un registratore o a una telecamera. Qui la colpa è un po’ anche nostra. Non ho mai sentito qualcuno che, stanco di essere sempre accusato di taroccare la verità, vada in onda in radio o in tv e dica: «Il tale nega di aver detto queste cose, ma questo è il filmato/registrazione con le sue esatte parole. Il tale taccia e, una buona volta, si vergogni». Certo, qualcuno potrebbe restare stranito di fronte a un servizio del genere, ma sbugiardare gli autocorrettori di professione farebbe bene a tutti: alla credibilità dei giornalisti, all’informazione e alla gente che non potrebbe più raccontarsi e farsi raccontare ciò che vuole.

Un professore di religione, inguaribilmente laico

Il 30 giugno scorso si è conclusa (temporaneamente) la mia esperienza di «insegnante di Religione cattolica» in una scuola media. Era iniziata a settembre del 2008, assolutamente inaspettata: nella mia vecchia scuola media c’era uno “spezzone” di otto ore che nessuno degli abilitati aveva coperto e l’ufficio diocesano si era rivolto a me (dopo l’assenso del mio parroco) per chiedermi di assumere l’incarico. In un primo tempo ero dubbioso: è vero, avevo fatto il catechista per vari anni e tuttora svolgo altri servizi nella mia parrocchia (sono organista e conosco bene la liturgia), ma non ero certo di poter affrontare un impegno simile senza un’adeguata preparazione (gli abilitati hanno pur sempre frequentato l’Istituto superiore di scienze religiose); l’insegnamento non era nuovo per me, ma avevo tenuto dei corsi limitati e non avevo mai avuto la responsabilità di un intero anno. Alla fine, tuttavia, decisi di accettare la sfida, accogliendola – lo ammetto – come una benedizione: ero laureato da pochi mesi, speravo di essere assunto dal quotidiano con cui collaboravo (non mi chiamarono mai) e non avevo all’orizzonte possibilità immediate di lavoro. Così il 17 settembre, a 25 anni e tre mesi, mi ritrovai per la prima volta dietro una cattedra.  Continua a leggere