Ora di religione: sì, ma quale?

Penso che ben pochi di noi avrebbero creduto, solo fino a pochi anni fa, di leggere sui giornali o di sentire nei telegiornali che un uomo come Gianfranco Fini avrebbe visto di buon occhio l’introduzione della cosiddetta «ora di religione islamica» (anche perché non era facile prevedere che un giorno si sarebbe posta questa necessità). Come era immaginabile, la proposta del parlamentare Pdl Adolfo Urso e considerata accettabile dal Presidente della Camera ha scatenato una vespaio di reazioni, alcune di assoluta contrarietà (con i leghisti a sbraitare il loro dissenso), altre più possibiliste, se non addirittura soddisfatte.

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Un professore di religione, inguaribilmente laico

Il 30 giugno scorso si è conclusa (temporaneamente) la mia esperienza di «insegnante di Religione cattolica» in una scuola media. Era iniziata a settembre del 2008, assolutamente inaspettata: nella mia vecchia scuola media c’era uno “spezzone” di otto ore che nessuno degli abilitati aveva coperto e l’ufficio diocesano si era rivolto a me (dopo l’assenso del mio parroco) per chiedermi di assumere l’incarico. In un primo tempo ero dubbioso: è vero, avevo fatto il catechista per vari anni e tuttora svolgo altri servizi nella mia parrocchia (sono organista e conosco bene la liturgia), ma non ero certo di poter affrontare un impegno simile senza un’adeguata preparazione (gli abilitati hanno pur sempre frequentato l’Istituto superiore di scienze religiose); l’insegnamento non era nuovo per me, ma avevo tenuto dei corsi limitati e non avevo mai avuto la responsabilità di un intero anno. Alla fine, tuttavia, decisi di accettare la sfida, accogliendola – lo ammetto – come una benedizione: ero laureato da pochi mesi, speravo di essere assunto dal quotidiano con cui collaboravo (non mi chiamarono mai) e non avevo all’orizzonte possibilità immediate di lavoro. Così il 17 settembre, a 25 anni e tre mesi, mi ritrovai per la prima volta dietro una cattedra.  Continua a leggere

Un sacerdote alla sua Chiesa: “Se tacete su Berlusconi, siete complici”

Mercoledì un ministro della Chiesa, tra quelli più noti e letti dai cattolici italiani, ha avuto il coraggio di dire una parola chiara. Sono rimbalzate su tutti i telegiornali le parole di don Antonio Sciortino, direttore di Famiglia cristiana, sulla questione morale legata a Silvio Berlusconi, che in questo momento occupa la poltrona di presidente del Consiglio. «La Chiesa […] non può abdicare alla sua missione e ignorare l’emergenza morale nella vita pubblica del Paese – si legge in uno dei passaggi più forti – Nessuno pensi di allettarla con promesse o ricattarla con minacce perché non intervenga e taccia». Puntualmente qualche anima bella dalla maggioranza si è sdegnato contro don Sciortino (cui ho già espresso la mia solidarietà in privato e la ribadisco qui), sostenendo che «Per fortuna la Chiesa è altra cosa»: se la Chiesa è quella di Sacconi, francamente me ne vergogno.

Do volentieri atto che la voce del direttore di Famiglia cristiana, per una volta, non è stata l’unica in questa direzione: prima di don Sciortino si sono espressi, tra l’altro, alcuni vescovi e vari sacerdoti (ma l’eco è stata decisamente ridotta). La Repubblica in questi giorni ha pubblicato una lettera di don Paolo Farinella, sacerdote e biblista genovese, indirizzata al cardinale Angelo Bagnasco: la propongo senza commento, si spiega benissimo da sé. Continua a leggere

Benedetto XVI, i critici sbagliano sempre?

Leggo che ieri il cardinale Angelo Bagnasco, presidente della Conferenza episcopale italiana, all’apertura del consiglio permanente della Cei ha detto, tra l’altro: «Non accetteremo che il Papa sui media o altrove venga irriso e offeso». Da cattolico dovrei sottoscrivere integralmente la frase (così come il documento che la contiene): ne condivido le parole, l’irrisione e l’offesa non sono mai un buon esercizio, ma sul significato e sul contesto devo necessariamente riflettere.

Cosa intenderà effettivamente per «irriso e offeso» il cardinale Bagnasco? Non mi risulta che in questi giorni la radio o la televisione nazionali abbiano fatto satira pesante sulla cosa (persino Maurizio Crozza ci è andato piuttosto leggero); non posso escludere che qualcuno in questi giorni abbia insultato il Pontefice, magari per non averne condiviso alcune posizioni, ma non sono convinto che il presidente della Cei si riferisse a questo. L’impressione è che questa frase della prolusione, come altre, voglia fare quadrato attorno a Benedetto XVI e condannare ogni critica “aperta”, tanto più se proviene dall’interno della Chiesa. Continua a leggere

Con Paolo di Tarso, «Fino al terzo Cielo»

Immaginate di percorrere, in auto o in bicicletta, una strada qualunque tra quelle che tagliano in varie direzioni la Bassa Reggiana; prendete la destra al semaforo e dopo poco andate di nuovo a destra. Fermatevi davanti a uno dei tanti capannoni che contraddistinguono una zona produttiva come questa e provate ad entrare. In questa terra, in cui il Fiume raccoglie e racconta favole vere, non bisogna mai stupirsi di nulla, nemmeno di trovare, oltre la porta di quel capannone, un palcoscenico già montato. Eppure è lì che, fino a poco tempo fa, abbiamo provato: in quel luogo, settimana dopo settimana, è nato un musical che è, ad un tempo, uno spettacolo e una coinvolgente esperienza di fede.

Il frutto dei nostri sforzi è Fino al terzo Cielo (http://www.sangiacomo-sanrocco.it/finoalterzocielo.html), il tentativo di condensare in circa due ore la vita e la teologia di Paolo di Tarso, senza imbrigliarla in formule o frasi fatte, ma comunicandola attraverso il canto, le coreografie e la recitazione, preservando un alone di mistero che rende sfuggente la materia raccontata e trasforma lo spettacolo in preghiera. Lo spettacolo è stato rappresentato al teatro «Ruggeri» di Guastalla dal 23 al 25 gennaio e ora (ancora abbastanza increduli) stiamo per farlo in varie località d’Italia. Vale la pena raccontare la storia di questo spettacolo, attraverso le immagini e le voci di chi, a vario titolo, ha contribuito a realizzarlo: ho cercato di raccontare tutto ciò che è accaduto in questi mesi di preparazione e, per noi, di crescita.

La locandinda del musical

La locandina del musical

Alla fine del quarto spettacolo in tre giorni eravamo indubbiamente stanchi (e chi poi ha dovuto smontare il palco ha consumato le sue ultime energie del fine settimana), ma sapevamo di aver vissuto un’esperienza che ci ha arricchiti in tempra e spirito. Ora stiamo per riprendere le prove, nell’attesa che un altro sipario si apra e ci permetta di raccontare a un altro pubblico l’avventura dell’Apostolo delle genti.

Leggi l’articolo nel sito del musical

Ipotesi su Gesù, senza pregiudizi

Dovessi scegliere una definizione relativa alla mia fede, credo che adotterei il titolo di «cattolico inquieto», come l’ho conosciuto attraverso il mio collega Paolo Ghezzi. Nei miei limiti, ho sempre cercato di interrogarmi sulle cose, non accontentandomi mai di verità preconfezionate e cercando sempre, più che risposte, stimoli e spunti di riflessione. Non posso dire di esserci riuscito sempre, ma credo di essere uscito arricchito da molti confronti. Per questo ho sfogliato con curiosità e molta attenzione un libro che l’editore Coniglio ha pubblicato due anni fa: Gesù e i manoscritti del Mar Morto. L’autore, David Donnini, è appassionato di fotografia e discipline orientali, ma da tempo indaga anche su Gesù e sulla religione che da quella figura deriva (o crede di derivare). In questo periodo scrivere del Cristianesimo è tutto meno che semplice, soprattutto per chi ha idee “non allineate”: il rischio di essere accusati di anticlericalismo, di «sparare sulla Chiesa come tutti» è forte e, in qualche caso, anche ingiusto.

PROLOGO. David mi spiega di aver avuto uno dei suoi primi impatti con il personaggio di Gesù una trentina di anni fa, quando vide il film di Pier Paolo Pasolini Il Vangelo secondo Matteo. «Avevo poco più di vent’anni e pensavo di essere un non credente – racconta – ma rimasi letteralmente fulminato dal personaggio, tra l’altro Pasolini è stato l’unico ad aver rappresentato il racconto evangelico con assoluta fedeltà al testo. Dopo la visione ero combattuto tra l’avversione per la dottrina dogmatica e l’amore per i valori che il Vangelo rappresentava per me, la mia ricerca è iniziata proprio lì. Negli anni ho fatto molte scoperte, ma non ho mai smesso di amare quel messaggio, sento che può davvero salvare l’umanità. Del resto, a pensarci bene, l’ebraismo è una religione etnica, il messaggio islamico di fatto porta alcuni a combattere con la spada in mano, il buddismo è bellissimo ma porta in fondo a chiudersi in sé stessi, anche l’induismo in teoria è bellissimo ma prevede le caste: l’unica religione in cui c’è un dio davvero “padre di tutti gli uomini” è proprio il cristianesimo». Con la stessa chiarezza, peraltro, Donnini non è tenero nei confronti della Chiesa: «L’istituzione rischia di ridurre il messaggio cristiano ad una conchiglia senza vita, con molte cerimonie ma poco vissuto».

L’indagine su Gesù (che ha portato l’autore a scrivere il primo libro, Nuove ipotesi su Gesù, nel 1992) non è però mossa da intenti anticlericali. Donnini parte da una convinzione: è necessario passare da un cristianesimo «del presepio» ad un cristianesimo «dell’anima» e, per far questo, occorre capire che non è necessario credere ciecamente alla storicità delle vicende contenute nei libri per ritenere valido ciò che la religione insegna (lo stesso, del resto, vale per gli altri culti). I principi ed i valori trasmessi rimarrebbero validi e lodevoli anche se i fatti su cui si fondano dovessero risultare non rispondenti al vero, dunque non bisogna aver paura della ricerca. È una prospettiva che può spaventare alcuni, ma forse vale almeno la pena tentare di seguirla.

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L’anima e il suo destino: incontro con Vito Mancuso

Parlare di anima ha senso anche nell’età della tecnologia, che per alcuni sembra la più lontana da tutto ciò che è «trascendente», che va oltre. Nei mesi scorsi l’affermazione è stata confermata, tra l’altro, dalle vendite (oltre 120mila copie) di un libro che ha creato un vasto dibattito culturale, a tratti anche piuttosto acceso: si trattava di L’anima e il suo destino, pubblicato per i tipi di Raffaello Cortina (un editore specialistico, ricercato, certo non da bestseller) e scritto dal teologo Vito Mancuso. L’autore, 46 anni, nato a Carate Brianza, insegna Teologia moderna e contemporanea alla Facoltà di Filosofia presso l’Università «Vita e Salute San Raffaele» di Milano; per presentare il suo volume ha girato gran parte dell’Italia, compresa la mia città (lo avevamo chiamato noi come gruppo «Il Pozzo di Giacobbe»).

La copertina del libro di Mancuso

La copertina del libro di Mancuso

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