Quanto ti è costato vivere, Alda …

Non mi sento di dire nulla di mio, non ne sarei capace. Ricorro dunque alle parole di un poeta in musica e, da parte mia, aggiungo solo il mio … Grazie, Alda.

Alda Merini
Alda Merini

Noi qui dentro si vive in un lungo letargo,
si vive afferrandosi a qualunque sguardo,
contandosi i pezzi lasciati là fuori,
che sono i suoi lividi, che sono i miei fiori.
Io non scrivo più niente, mi legano i polsi,
ora l’unico tempo è nel tempo che colsi:
qui dentro il dolore è un ospite usuale,
ma l’amore che manca è l’amore che fa male.
Ogni uomo della vita mia
era il verso di una poesia
perduto, straziato, raccolto, abbracciato;
ogni amore della vita mia
ogni amore della vita mia
è cielo è voragine,
è terra che mangio
per vivere ancora

Dalla casa dei pazzi, da una nebbia lontana,
com’è dolce il ricordo di Dino Campana;
perchè basta anche un niente per essere felici,
basta vivere come le cose che dici,
e divederti in tutti gli amori che hai
per non perderti, perderti, perderti mai.

Cosa non si fa per vivere,
cosa non si fa per vivere,
guarda… Io sto vivendo;
cosa mi è costato vivere?
Cosa l’ho pagato vivere?
Figli, colpi di vento…
La mia bocca vuole vivere!
La mia mano vuole vivere!
Ora, in questo momento!
Il mio corpo vuole vivere!
La mia vita vuole vivere!
Amo, ti amo, ti sento!

Ogni uomo della vita mia
era il verso di una poesia
perduto, straziato, raccolto, abbracciato;
ogni amore della vita mia
ogni amore della vita mia
è cielo è voragine,
è terra che mangio
per vivere ancora

Roberto Vecchioni

Addio Nanda, grazie di tutto

Era il 26 maggio 2000, per la prima volta entrai in quella bomboniera elegante che è il teatro Ariosto di Reggio, per un incontro a base di musica e poesia. Non andai là tanto per Luciano Ligabue (che, anche a 10 anni dal suo primo album, sentivamo ancora come il nostro rocker di Correggio) o per Patrizio Roversi (il moderatore più simpatico che si potesse immaginare): io, ragazzo non ancora 17enne, ero in quel luogo per ascoltare Fernanda Pivano.

Di letteratura ne avevo praticata poca, ma sulla mia strada avevo già incontrato questa donna, che allora aveva già superato gli 80 e trent’anni prima aveva contribuito alla nascita di uno dei dischi più belli della musica italiana, Non al denaro, non all’amore né al cielo di Fabrizio De André: alla base dei testi c’è l’Antologia di Spoon River, tradotta per la prima volta in Italia proprio dalla Pivano (uscì in piena Seconda guerra mondiale, nel 1943). Non sapevo ancora che l’originale di Edgar Lee Masters era arrivato nelle sue mani di ragazza poco più che vent’enne grazie a Cesare Pavese, suo insegnante al liceo, e che da lì era nata l’esperienza della maggiore traduttrice della letteratura americana.

Fernanda e Fabrizio

Fernanda e Fabrizio

Qualche anno più tardi avrei conosciuto da vicino la beat generation, tutto quel mondo a stelle e strisce fatto di visioni, ispirazioni, viaggi, messa in gioco, ritmo ed emozioni che lei tradusse e diffuse come nessun altro in Italia, con la passione di chi ha vissuto fianco a fianco con Allen Ginsberg, Jack Kerouack e il resto di quella Generazione. Dalla sua penna e dalla sua macchina da scrivere sarebbero uscite anche le traduzioni di Ernest Hemingway e di lei si sarebbero giovati anche tanti altri scrittori americani, si trattasse di un dissacratorio Bukowski (che mi ha fatto “incontrare” di nuovo Fernanda grazie a una conversazione pubblica con Paolo Roversi, autore mantovano e adepto di Buk) o dei “nuovi” Ellis e Wallace. Scrittrice a sua volta (dedita alla narrativa e all’autobiografia), la «Nanda» (come la chiamavano tutti) era però soprattutto innamorata della musica e degli artisti, sapendone riconoscere il valore: la ricordo nella giuria di qualità a Sanremo nel 1999, autrice di testi per la PFM (Domo doso) e Ricky Gianco (Danni collaterali), ma soprattutto amica di vari «poeti con la chitarra» (come li chiamerebbe il mio amico Ernesto Capasso). Non dev’essere un caso se, di Fabrizio De André (genovese come lei), arrivò a dire: «Sarebbe necessario che invece di dire che Fabrizio De André è il Bob Dylan italiano si dicesse che Bob Dylan è il Fabrizio De André americano».

Ora Fernanda non c’è più e temo che non se ne sia andata col sorriso, visto che di recente ha detto: «Con molto dolore per i morti e per la tragedia, devo dichiararmi perdente e sconfitta perché ho lavorato 70 anni scrivendo esclusivamente in onore e in amore della non violenza e vedo il pianeta cosparso di sangue». Di «Nanda» conservo il ricordo di quella serata reggiana e di un pomeriggio a Novellara, legato alla luna e al viaggio (pensato da un altro grande, Marco Incerti Zambelli, uno che ha visto Dylan in concerto venti volte, per capirci). Soprattutto, però, nella mia libreria custodisco la mia copia dell’Antologia, con la dedica personale fatta dalla sua vera Traduttrice: sarà per questo, per il Suonatore Jones o per George Gray (soprattutto in questi giorni, mi fa pensare tanto a un angelo di nome Pier) che, nello sfogliare le pagine, mi commuovo con facilità.

La dedica di Fernanda

La dedica di Fernanda

Ritratto di tre paesi, firmato Caprarica

Razza composita, quella dei viaggiatori per professione: c’è chi si sposta per concludere affari, chi per guidare turisti, chi per trasportare merci a bordo di un camion, trasformato in una “casa” massacrante. Una categoria sembra molto interessante: quella di chi viaggia di paese in paese per raccontarli a chi, ogni giorno, sfoglia un giornale o accende il teleschermo. Il corrispondente dall’estero – quando non si trova nel bel mezzo di una rissa, di una rivolta o di un attentato – è un testimone privilegiato: nel raccontare gli eventi, riesce a raccontare la vita di un paese; se rimane a lungo nella stessa sede, sa anche vedere come cambiano le persone, i loro meriti, stranezze e vizi più o meno inconfessabili.

Gli italiani affezionati all’informazione Rai a cavallo tra secondo e terzo millennio avevano individuato il loro corrispondente prediletto in Antonio Caprarica. Leccese, classe 1951, inizio carriera all’Unità e a Paese sera, iniziò nel 1988 la sua avventura estera con la tv pubblica, in Medio Oriente e (dal 1993) a Mosca; poi, il 1° maggio 1997, Caprarica approdò a Londra e iniziò la svolta. Lì è rimasto 9 anni di fila, eguagliando il record di due leggende catodiche, il “nuovaiorchese” Ruggero Orlando e il very English Sandro Paternostro: giorno dopo giorno, Antonio Caprarica ha ottenuto di diritto l’accesso ai «venerabili maestri», il grado più alto ed esclusivo (Alberto Arbasino docet) degli italiani di successo.

Tutto ha contribuito alla costruzione del mito: banale limitarsi al look, con barba e capelli ben curati, le cifre cucite su colletto e polsini della camicia e un numero indefinito di cravatte sfoggiate davanti alla telecamera (a metà del 2007 erano quasi mille, «suddivise in ordine cromatico» come ha confessato a Victoria Cabello). Erano imprescindibili i suoi servizi quotidiani, a base – quando latitavano notizie “serie” – di scivoloni reali, fatti curiosi, ricerche strampalate, il tutto condito con una sapiente dose di (auto)ironia: Caprarica si metteva direttamente in gioco nel racconto, “entrando” a far parte della notizia senza mai perdere il sorriso (spento solo il 7 luglio 2005, con l’attentato nella metro di Londra).

Antonio Caprarica tra Inglesi, Francesi e Italiani

Antonio Caprarica tra Inglesi, Francesi e Italiani

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Con Paolo di Tarso, «Fino al terzo Cielo»

Immaginate di percorrere, in auto o in bicicletta, una strada qualunque tra quelle che tagliano in varie direzioni la Bassa Reggiana; prendete la destra al semaforo e dopo poco andate di nuovo a destra. Fermatevi davanti a uno dei tanti capannoni che contraddistinguono una zona produttiva come questa e provate ad entrare. In questa terra, in cui il Fiume raccoglie e racconta favole vere, non bisogna mai stupirsi di nulla, nemmeno di trovare, oltre la porta di quel capannone, un palcoscenico già montato. Eppure è lì che, fino a poco tempo fa, abbiamo provato: in quel luogo, settimana dopo settimana, è nato un musical che è, ad un tempo, uno spettacolo e una coinvolgente esperienza di fede.

Il frutto dei nostri sforzi è Fino al terzo Cielo (http://www.sangiacomo-sanrocco.it/finoalterzocielo.html), il tentativo di condensare in circa due ore la vita e la teologia di Paolo di Tarso, senza imbrigliarla in formule o frasi fatte, ma comunicandola attraverso il canto, le coreografie e la recitazione, preservando un alone di mistero che rende sfuggente la materia raccontata e trasforma lo spettacolo in preghiera. Lo spettacolo è stato rappresentato al teatro «Ruggeri» di Guastalla dal 23 al 25 gennaio e ora (ancora abbastanza increduli) stiamo per farlo in varie località d’Italia. Vale la pena raccontare la storia di questo spettacolo, attraverso le immagini e le voci di chi, a vario titolo, ha contribuito a realizzarlo: ho cercato di raccontare tutto ciò che è accaduto in questi mesi di preparazione e, per noi, di crescita.

La locandinda del musical

La locandina del musical

Alla fine del quarto spettacolo in tre giorni eravamo indubbiamente stanchi (e chi poi ha dovuto smontare il palco ha consumato le sue ultime energie del fine settimana), ma sapevamo di aver vissuto un’esperienza che ci ha arricchiti in tempra e spirito. Ora stiamo per riprendere le prove, nell’attesa che un altro sipario si apra e ci permetta di raccontare a un altro pubblico l’avventura dell’Apostolo delle genti.

Leggi l’articolo nel sito del musical

Guida agli Italiani (e non solo) con Beppe Severgnini

Uno dei miei miti dichiarati – da quando l’ho letto per caso la prima volta – si chiama Beppe Severgnini. La tentazione di definirlo «collega» è forte, ma farò uno sforzo sovrumano per mettere a tacere la vanità tipica dei giornalisti. Per molto tempo ho cercato di ottenere un’intervista, a partire dagli spunti disseminati nei vari libri; l’ultimo diniego, cortese ed ironico («Passo, posso? Troppe domande, troppo buone. Troppo tempo. E poi io sto parlando troppo») mi ha spinto a cambiare obiettivo, ma neanche di molto.

L’intervista si farà, le domande resteranno le stesse e sarà sempre Beppe a rispondere; trucco ignobile (da parte mia), lo farà attraverso vari brani contenuti quasi per intero nei suoi libri. Saranno citati praticamente tutti, ad eccezione di Italians (l’ultimo, che devo ancora leggere), dell’Inglese (non ce l’ho) e degli Interismi, che mancano in una casa in cui è più facile trovare un dromedario che un nerazzurro (a parte qualche cravatta del sottoscritto). Buona lettura, e non me ne voglia Beppe se l’ho fatto parlare comunque: in fondo, questa fanta-intervista è una personalissima antologia o – se si preferisce – una mappa alla scoperta del  personaggio. Io ho compulsato quei libri; magari a qualcuno verrà voglia di sfogliarli di persona. Continua a leggere

We are the champions, Erik

Questa mattina era iniziata come le altre: risveglio, doccia, colazione, computer acceso, scrittura, … Tutto consueto, tranne un piccolo trillo del cellulare che ricordava un “appuntamento”, come di solito si fa con i compleanni. Il testo apparso sullo schermo, tuttavia, mi ha velato di tristezza: Erik – 7. Sono trascorsi sette anni da quella mattina maledetta in cui a scuola arrivò una notizia terribile. Continua a leggere

Prima e dopo Claudio Capone

Per i veri appassionati dei documentari televisivi è finita un’epoca: lunedì siamo rimasti orfani della voce di Claudio Capone, che ha guidato generazioni di persone che si sono imbattute (per caso o volutamente) in un filmato naturalistico o scientifico. Capone era un doppiatore, uno tra i più bravi, ma era soprattutto uno tra i più conosciuti dal pubblico, almeno come nome. Alcuni tra i suoi colleghi hanno acquistato notorietà per essersi messi in gioco come attori (mostrando anche il proprio volto); pochi hanno avuto l’occasione di vedere Claudio Capone in viso, magari in qualche trasmissione televisiva, ma la sua voce ha attraversato anni e (si sarebbe tentati di dire) diversi settori di pubblico.

Molte donne di varia età sono legate a quel timbro vocale: Capone è sempre stato il doppiatore di Ronn Moss, l’attore che impersona Ridge Forrester in Beautiful. L’identificazione di quella voce con Moss andò oltre il personaggio, al punto che anche in altre partecipazioni cinematografiche o televisive dell’attore la voce che lo doppiava era sempre la stessa. Molti altri hanno potuto valersi dell’apporto di Capone come doppiatore: tra i più noti, Mark Hammill, John Travolta, Michael Douglas, persino Chuck Norris (l’elenco pressoché completo è contenuto nella pagina che Antonio Genna ha dedicato al personaggio); quella stessa voce si poteva ascoltare anche in alcune campagne pubblicitarie (l’ultima, in ordine di tempo, è quella elaborata per «Uliveto e Rocchetta acque della salute»).

Il genere in cui però Claudio Capone ha lasciato le tracce più importanti (per il pubblico) è stato indubbiamente il documentario televisivo: anche qui, la sua voce calda e pulita ha finito per identificarsi in pieno con Quark e con tutte le successive trasmissioni di Piero Angela (e del figlio Alberto), al punto da divenire un marchio dei programmi, al pari dell’Aria sulla quarta corda di Bach eseguita dagli Swingle Singers. La stessa voce aveva caratterizzato anche filmati per Geo&Geo o Alle falde del Kilimangiaro (per fare qualche esempio), ma per tutti era sufficiente qualche parola letta da Capone per pensare a Quark e per catalogare quel doppiatore come «voce da documentario»: da piccoli, forse pensavamo che quel signore che raccontava tutti i filmati sapesse davvero tutto, dai pinguini alla riproduzione degli ippopotami e ci stupivamo ogni volta nel sentirlo parlare di qualcosa di nuovo.

Mi ha fatto molto piacere il commento di Piero Angela, che l’amica Daniela Sgambelluri ha riportato nel suo sito: «Claudio Capone era una persona deliziosa, non lo abbiamo mai visto arrabbiarsi una volta; lavorava con noi da 27 anni, non aveva solo una bellissima voce, ma la sua era una lettura intelligente; leggeva a prima vista e con il suo modo faceva capire anche ai telespettatori». Certamente i documentari andranno avanti anche senza Claudio Capone, ci sono ottimi professionisti ovunque, a partire dalla Rai (mi piace ricordare Alberto Lori, altra voce di Quark, soprattutto nei servizi di Marco Visalberghi, oltre che di tanti altri programmi come Mixer), ma nulla cancellerà il ricordo di quella voce che ci ha accompagnato in serate, pomeriggi, a volte anche la mattina presto (quando mandavano in onda le repliche del Mondo di Quark) e che ci ha ricordato per anni che, in tanta spazzatura da piccolo schermo, esisteva una buona tv, a volerla cercare bene.