Le molte vite di Gianfranco Funari

L’altro giorno, tv, siti internet e cellulari rimbalzavano una notizia: era morto Gianfranco Funari e tutti sembravano colpiti, quasi avessero perso un pezzo della loro storia (televisiva e non). In tutta onestà, non me la sento di iscrivermi tra coloro che santificano quel personaggio: non apprezzavo particolarmente il suo stile, troppo urlato e troppo “de panza” per i miei gusti. Ciò posto, devo ammettere che uno dei programmi che ricordo di quando ero piccolo era Aboccaperta, arrivata nel 1984 (quando non avevo ancora un anno) su Raidue: in trasmissione arrivarono perfetti sconosciuti, la famosa “gente comune” (o la ‘ggente, per dirlo nella lingua cara a Funari) che si confrontava o si scontrava su un argomento ogni settimana diverso; chi non entrava in studio poteva intervenire al telefono e gran sacerdote (nelle vesti di incendiario o, a seconda, di pompiere) era proprio Gianfranco Funari.

Quel viso caratteristico, la dentatura ben in vista e gli occhiali enormi (prima visibili su Telemontecarlo e, prima ancora, nei locali di cabaret) “bucarono” lo schermo di molte case italiane e divennero familiari al pubblico, che tributò a Funari un successo impensabile solo pochi anni prima. Ai programmi televisivi si aggiunsero le campagne pubblicitarie di prodotti che, inevitabilmente, puntavano a quella fascia di spettatori che lui stesso chiamava «delle casalinghe» (gli spot della carne Manzotin rimasero impressi a molti). La carriera televisiva di Funari, a partire dal 1992, si fece piuttosto tormentata, in bilico tra Rai, Mediaset, circuiti privati (il suo esperimento di Zona Franca gli permise di andare in onda comunque, grazie a 75 emittenti locali, nonostante l’ostracismo dei due poli tv maggiori); nella sua stessa vita Funari si è adattato a molti ruoli. Nella sua biografia trovano posto le attività più disparate, dal rappresentante di acque minerali al croupier, fino all’attore teatrale e il direttore del quotidiano L’Indipendente (ma tanti commentatori in questi giorni hanno ricordato come il conduttore abbia sempre rifiutato l’appellativo di giornalista, preferendo quello autoirridente di «giornalaio più famoso d’Italia»).

Se si escludono varie ospitate tv, il ritorno di Funari sulla tv generalista (in particolare su Raduno, che non aveva mai ospitato un suo programma) avvenne nel 2007; purtroppo Apocalypse show – Vietato Funari andò decisamente male sul piano degli ascolti e si disse che era mancato l’elemento che aveva fatto la fortuna di Funari, ossia l’improvvisazione (mentre questa volta prevaleva il copione, con la formula dell’one man show consacrata da Celentano e altri). Francamente ero convinto che in televisione si vedesse di ben peggio rispetto a quel programma (anche se la distanza della verve del conduttore, rispetto alle trasmissioni storiche degli anni ’80, era innegabile) e mi spiace sapere che da ora in poi i suoi programmi saranno solo nelle teche delle varie televisioni. Proprio sul piccolo schermo Funari aveva coniato una delle frasi più azzeccate, nel suo tipico stile corporale: «La televisione è come la cacca, la devi fa’ ma nun la devi guarda’» (l’amico ed esperto televisivo Luca Martera ne prese spunto per una sua pubblicazione). Fu lo stesso conduttore, tuttavia, a correggere in seguito quella frase, ritenendo che la tv (persistendo nel paragone coprofilo), dovesse essere fatta, ma anche guardata e portata ad analizzare: segno inequivocabile che anche per il giornalaio più famoso d’Italia la televisione era decisamente cambiata. In peggio, ovviamente.