I “passaggi di tempo” di Fabrizio De André

Si può rimanere ammirati, stupiti oppure (legittimamente) perplessi di fronte alla mole di libri circolanti su Fabrizio De André: nessun dubbio sul fatto che il personaggio meriti un approfondimento completo ma, se si considera che i volumi dati alle stampe negli anni hanno raggiunto quasi quota 70, è lecito domandarsi «non saranno troppi?». In casi come questi, le nuove uscite sono apprezzabili se apportano contributi davvero nuovi e originali (gli spunti utili non mancano, nonostante le molte piste già battute) oppure se consentono di rimettere in circolazione materiale valido, ma da tempo irreperibile.

Questa seconda strada è stata scelta ultimamente dalla romana Coniglio editore, la quale sta ripubblicando – aggiornandoli – alcuni titoli fondamentali legati alle produzioni dei cantautori: aveva iniziato con Pensieri e parole di Luciano Ceri dedicato a Lucio Battisti, proseguito con Battisti talk di Francesco Mirenzi ed ora ha appena dato alle stampe Fabrizio De André – Passaggi di tempo, curato da Doriano Fasoli, scrittore e giornalista con la passione della psicanalisi.

La copertina del libro di Fasoli

La copertina del libro di Fasoli

Il volume in questione (340 pagine, € 14,50 e una copertina chiaramente ispirata alla prima edizione della Buona novella) ha almeno due particolarità che tanti altri libri deandreiani non possono vantare: le sue prime due stesure, datate 1989 e 1995 – i titoli erano, rispettivamente, Amico fragile e La cattiva strada – sono state pubblicate prima della morte di Fabrizio e, soprattutto, pensate e scritte in collaborazione con l’artista.

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Addio Nanda, grazie di tutto

Era il 26 maggio 2000, per la prima volta entrai in quella bomboniera elegante che è il teatro Ariosto di Reggio, per un incontro a base di musica e poesia. Non andai là tanto per Luciano Ligabue (che, anche a 10 anni dal suo primo album, sentivamo ancora come il nostro rocker di Correggio) o per Patrizio Roversi (il moderatore più simpatico che si potesse immaginare): io, ragazzo non ancora 17enne, ero in quel luogo per ascoltare Fernanda Pivano.

Di letteratura ne avevo praticata poca, ma sulla mia strada avevo già incontrato questa donna, che allora aveva già superato gli 80 e trent’anni prima aveva contribuito alla nascita di uno dei dischi più belli della musica italiana, Non al denaro, non all’amore né al cielo di Fabrizio De André: alla base dei testi c’è l’Antologia di Spoon River, tradotta per la prima volta in Italia proprio dalla Pivano (uscì in piena Seconda guerra mondiale, nel 1943). Non sapevo ancora che l’originale di Edgar Lee Masters era arrivato nelle sue mani di ragazza poco più che vent’enne grazie a Cesare Pavese, suo insegnante al liceo, e che da lì era nata l’esperienza della maggiore traduttrice della letteratura americana.

Fernanda e Fabrizio

Fernanda e Fabrizio

Qualche anno più tardi avrei conosciuto da vicino la beat generation, tutto quel mondo a stelle e strisce fatto di visioni, ispirazioni, viaggi, messa in gioco, ritmo ed emozioni che lei tradusse e diffuse come nessun altro in Italia, con la passione di chi ha vissuto fianco a fianco con Allen Ginsberg, Jack Kerouack e il resto di quella Generazione. Dalla sua penna e dalla sua macchina da scrivere sarebbero uscite anche le traduzioni di Ernest Hemingway e di lei si sarebbero giovati anche tanti altri scrittori americani, si trattasse di un dissacratorio Bukowski (che mi ha fatto “incontrare” di nuovo Fernanda grazie a una conversazione pubblica con Paolo Roversi, autore mantovano e adepto di Buk) o dei “nuovi” Ellis e Wallace. Scrittrice a sua volta (dedita alla narrativa e all’autobiografia), la «Nanda» (come la chiamavano tutti) era però soprattutto innamorata della musica e degli artisti, sapendone riconoscere il valore: la ricordo nella giuria di qualità a Sanremo nel 1999, autrice di testi per la PFM (Domo doso) e Ricky Gianco (Danni collaterali), ma soprattutto amica di vari «poeti con la chitarra» (come li chiamerebbe il mio amico Ernesto Capasso). Non dev’essere un caso se, di Fabrizio De André (genovese come lei), arrivò a dire: «Sarebbe necessario che invece di dire che Fabrizio De André è il Bob Dylan italiano si dicesse che Bob Dylan è il Fabrizio De André americano».

Ora Fernanda non c’è più e temo che non se ne sia andata col sorriso, visto che di recente ha detto: «Con molto dolore per i morti e per la tragedia, devo dichiararmi perdente e sconfitta perché ho lavorato 70 anni scrivendo esclusivamente in onore e in amore della non violenza e vedo il pianeta cosparso di sangue». Di «Nanda» conservo il ricordo di quella serata reggiana e di un pomeriggio a Novellara, legato alla luna e al viaggio (pensato da un altro grande, Marco Incerti Zambelli, uno che ha visto Dylan in concerto venti volte, per capirci). Soprattutto, però, nella mia libreria custodisco la mia copia dell’Antologia, con la dedica personale fatta dalla sua vera Traduttrice: sarà per questo, per il Suonatore Jones o per George Gray (soprattutto in questi giorni, mi fa pensare tanto a un angelo di nome Pier) che, nello sfogliare le pagine, mi commuovo con facilità.

La dedica di Fernanda

La dedica di Fernanda

La rivoluzione di Bocca di Rosa

«Sicuramente Bocca di rosa!» fu la risposta che un sorridente Fabrizio De André diede a Vincenzo Mollica quando, in una delle ultime interviste, gli chiese quale canzone del suo repertorio gli somigliasse di più. Il brano è stato ripreso da vari artisti in momenti diversi, ma certamente deve al suo autore e alla sua voce la notorietà ed il bagaglio di emozioni che fin dall’inizio ha acquisito.

Ora Bocca di rosa è anche un libro, pubblicato dall’editore Zona (costa 9,90 euro) e scritto da Andrea Podestà, professore appassionato di musica d’autore che negli anni ha dato alle stampe altri libri, dedicati sempre a De André e a Francesco De Gregori. Il libro di Podestà è un’occasione imperdibile per contestualizzare perfettamente una canzone famosissima, cercando di coglierne tutti i livelli di lettura e i risvolti storici, sociali, emozionali e (naturalmente) musicali: il sottotitolo recita «Scese dal treno a Sant’Ilario. E fu la rivoluzione», quasi a sottolineare che, dopo quella discesa, il mondo non è più stato lo stesso.

Copertina di "Bocca di Rosa"

Copertina di "Bocca di Rosa"

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Ancora con Faber, tra buona e cattiva strada

«Mille anni sono come il giorno di ieri che è passato»: le parole del salmista parlano del tempo secondo «il punto di vista di Dio», ma possono applicarsi anche al pensiero umano, che dilata o restringe il fluire dei giorni senza badare alla realtà. Per questo è difficile non provare almeno un briciolo di stupore, quando cronache, calendari e almanacchi ci ricordano che sono già trascorsi dieci anni dalla scomparsa di Fabrizio De André. Capita di intristirsi, nel pensare che per così tanto tempo ci è mancata la sua voce avvolgente da sciamano; si prova malinconia per i versi, le riflessioni e le provocazioni che in questo periodo non sono arrivate attraverso nuovi dischi.

Impossibile, tuttavia, dire che Faber sia sparito: in tanti hanno colto l’occasione di anniversari, ricorrenze create ad hoc, eventi e incontri per ricordare De André, riascoltarlo, ricantarlo. Qualcuno, al solito, ne ha approfittato per racimolare indebitamente qualche soldo: nemmeno Fabrizio si è salvato dalle doppie o triple raccolte selvagge, dal repackaging di materiale già edito e presentato come nuovo ed altre amenità. I professionisti del raschiamento dei fondi di barile, tuttavia, non sono riusciti a rovinare la nostra immagine di quel «servo disobbediente alle leggi del branco», che a chi lo ha voluto ascoltare ha saputo insegnare molto, quasi sempre senza volerlo.

Fabrizio De André in concerto

Fabrizio De André in concerto

Nessuno come Fabrizio De André ha saputo avvicinare realtà come la Sardegna, l’America dei Sioux e una Sidone distrutta dal fuoco umano; nelle canzoni sanno convivere ancora oggi buona e cattiva strada, uomini in cella e persone libere, prostitute e donne sotto le croci. Che traducesse a modo suo maestri come Brassens, Dylan e Cohen o raccontasse le sue storie vive di dannati della terra, quell’artista ha saputo toccare le corde giuste, ha dipinto con pennellate decise e fini ogni figura che abbia ospitato nelle sue canzoni.

Fabrizio e la sua città sono stati testimoni di storie maggiori e avventure quotidiane: anche per questo, hanno permesso piccoli e grandi miracoli alla portata di chiunque. Nel 2000 un’associazione a delinquere, formata dal sottoscritto e dal collega di redazione (e professore di Storia dell’Arte) Roberto Rinaldi, brigò tanto da riuscire a deviare una gita scolastica all’Acquario di Genova verso il cimitero di Staglieno, pur di sostare per qualche minuto davanti alla cappella in cui Faber riposava da un anno: i compagni di classe non gradirono molto, ma l’intensità non si è cancellata.

Poco più di un anno dopo, dovetti ringraziare di nuovo l’Acquario. Tra un pranzo infinito della gita di una banca e l’ennesima visita alle creature d’acqua riuscii a infilarmi in «Via del Campo» e nel negozio di musica di Gianni Tassio: quel signore, che si definiva con un sorriso «figlio e nipote di bagascia», aveva allestito in un piccolo ambiente un museo caldo e imperdibile, pieno di testimonianze di De André (dischi, libri, fotografie). Gianni purtroppo se n’è andato da qualche anno, mentre l’ultima chitarra di Fabrizio, acquistata con i soldi di tutta Genova, è ancora al suo posto, in una vetrinetta là in alto, pronta per essere vista da tutti e, di tanto in tanto, suonata: io ho avuto questa fortuna per pochi minuti e non potrò mai dimenticarlo.

La chitarra era la sua ...

La chitarra era la sua ...

Il modo migliore per festeggiare questi dieci anni, probabilmente, è riprendere in mano quei cd stampati di recente, quelle cassette registrate dagli amici “per diffondere il Verbo”, quei vinili pieni di fruscii che ora riusciamo ad apprezzare. Può esserci, legittimamente, l’imbarazzo della scelta: l’affresco angiportuale della Città vecchia, la poesia grondante sangue innocente di Fiume Sand Creek, i classici come Il pescatore e La canzone di Marinella, i pugni nello stomaco di Ottocento; si può optare per la malinconia di Rimini, per la rabbia della Canzone del maggio o per la riflessione profonda del Testamento di Tito, così preziosa per noi cattolici inquieti. Ogni canzone, quale che sia, porta con sé un tassello del mondo di Fabrizio: spetta all’ascoltatore comporre il puzzle, con passione e voglia di scoprire. E pazienza se, nel farlo, ci sfuggirà qualche lacrima.

Articolo pubblicato sul numero di febbraio 2009 del periodico L’Eretico – Idee Arte Pensiero