Una nuova bibbia per Battistiani doc

Per gli autentici appassionati di Lucio Battisti questi mesi si presentano come davvero ricchi. La gratitudine va soprattutto alla Coniglio editore che ha ripubblicato (in veste completamente rinnovata) la prima “bibbia” dei battistiani e sta per dare alle stampe un’autentica pietra miliare per chi ha amato davvero l’artista di Poggio Bustone. Da poco è nuovamente disponibile, dopo la prima uscita nel 1996 per Tarab, Pensieri e parole – Lucio Battisti, una discografia commentata, di Luciano Ceri: 480 pagine (per un costo di 18,50 euro) che ripercorrono disco per disco la carriera di Lucio, con analisi, ricordi e testimonianze.

Si tratta di un lavoro accurato ed interessante, il cui ritorno in libreria non può che far felici gli estimatori; per loro, tuttavia, si prepara un piatto ancora più ghiotto. Il titolo della seconda uscita Coniglio (non si conosce ancora la data) è emblematico: Lucio Battisti – Discografia mondiale. A compilare il tutto è un grande esperto di musica, molto apprezzato nel settore dei collezionisti, Michele Neri; al suo fianco, il fondatore ed amministratore del sito più completo (forse l’unico propriamente detto) sull’opera di Battisti, Fabio Sanna. Il volume non sarà economico (si prevede un prezzo di 58 euro), ma le circa 570 pagine previste per l’opera promettono decisamente bene per tutti coloro che desiderano conoscere a fondo la produzione discografica di Lucio. In attesa della pubblicazione, ecco l’intervista che Michele mi ha concesso.

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A Tg2 Dossier, un Enrico Caruso

Nel mondo della musica è capitato più volte che un artista fosse identificato con il suo “strumento di lavoro”, la voce. Se un italoamericano di grande talento (Frank Sinatra) fu soprannominato «The Voice», prima di lui un’altra ugola – questa volta italianissima e ben più imponente – aveva stregato gli americani: si trattava di Enrico Caruso, definito «la più grande voce di tutti i tempi». Sono trascorsi quasi 90 anni dalla scomparsa del tenore napoletano (morto il 2 agosto del 1921), ma la sua storia di uomo e di cantante è ancora tutta da scoprire: lo dimostrano le oltre quattromila pagine di lettere scritte e ricevute dall’artista dal 1897 fino a poco prima della sua morte. A ritrovare questo rilevantissimo materiale è stata una coppia ormai collaudata, il giornalista del Tg2 Michele Bovi ed il funambolo della parola Pasquale Panella: a partire da quel “tesoro cartaceo” è stata realizzata una nuova puntata di Tg2 Dossier, dal titolo La Voce di Enrico Caruso, che andrà in onda su Raidue sabato 22 novembre alle 23.30.

«Destinatari e mittenti delle lettere – spiega Michele – sono soprattutto la prima compagna Ada Giochetti, da cui l’artista ebbe i figli Enrico jr. e Rodolfo, e la moglie americana Dorothy Benjamin Parker, madre di Gloria Caruso; tuttavia i rapporti epistolari riguardavano anche suoi eminenti contemporanei come Giacomo Puccini e Guglielmo Marconi». Il materiale ritrovato, peraltro, non contiene soltanto lettere: si scopre anche il Caruso caricaturista (sono emersi molti disegni e vignette realizzati da lui) e si fa maggiore luce sul Caruso quotidiano, attraverso polizze assicurative, ricevute, conti, rimesse bancarie, estratti conto, trasferimenti, ricevute di alberghi di tutto il mondo; ci sono persino gli atti del processo cui il tenore fu sottoposto a New York per «disorderly conduct» (il nostro disturbo della quiete pubblica), ma che lo vide alla fine pienamente assolto.

Le lettere ed il resto del materiale permetteranno agli esperti di ricostruire con grande precisione la biografia di Enrico Caruso e di contestualizzare meglio la sua figura all’interno del contesto temporale e sociale in cui è vissuto (in particolare, con l’occhio attento al periodo più luminoso del melodramma italiano); ai “comuni mortali” come noi, il Tg2 Dossier darà la possibilità di conoscere una figura che vive soprattutto nei ricordi e nel titolo di un clamoroso successo di Lucio Dalla (fatto proprio, non a caso, da un tenore di primo piano come Luciano Pavarotti).

Gli antenati del videoclip (e preziosi da parete) in mostra

Quando si pensa ai videoclip, i filmati utilizzati per promuovere una canzone, spesso li si immagina con un’aura di modernità e come qualcosa di inevitabilmente “straniero”; per anni in molti hanno creduto che il primo vero filmato promozionale fosse quello girato nel 1975 per accompagnare Bohemian Rapsody dei Queen. Nulla di più lontano dal vero: l’idea del videoclip ha almeno 16 anni in più e, soprattutto, è nata in Italia. Lo ha spiegato in tante occasioni Michele Bovi, caporedattore centrale e capo della redazione Speciali del Tg2: al Cinebox, sorta di “macchina dei sogni” ad uso e consumo degli appassionati di musica, ha dedicato una parte importante delle sue ricerche. Dopo aver realizzato vari programmi televisivi a tema (numeri unici o intere serie), l’anno scorso Michele aveva allestito una grande mostra a Caserta, con tanto di convegno sul “paleolitico del videoclip“: l’esposizione «Canzoni con vista: mezzo secolo di videoclip», dopo essere passata da Foggia all’inizio dell’anno, sta per arrivare a Roma al prestigioso Festival di Palazzo Venezia, dedicato a film e documentari di contenuto artistico.

Vittorio De Sica alla presentazione del Cinebox

Vittorio De Sica alla presentazione del Cinebox

Dall’8 al 17 novembre, ogni giorno dalle 18 alle 24, presso la sala del Mappamondo si potranno ammirare quattro apparecchi del tempo, ancora perfettamente funzionanti: due sono Cinebox, altri due sono Scopitone, una macchina analoga prodotta poco dopo da industriali francesi per fare concorrenza all’Italia ed esportata anche negli Stati Uniti. Dagli schermi di quegli apparecchi facevano capolino gli artisti più noti (o ritenuti di maggior presa) di allora, protagonisti di filmati rigorosamente a colori, oltre un quarto di secolo prima che gli italiani potessero vedere il loro teleschermo colorarsi; dietro la macchina da presa spesso c’erano autentici professionisti, magari agli esordi, come Vito Molinari e Enzo Trapani e (per lo Scopitone) Claude Lelouch, Francis Ford Coppola e Robert Altman. L’avventura del juke box ad immagini terminò bruscamente negli anni ’60 per colpa delle fragilità degli apparecchi e delle infiltrazioni mafiose che la distribuzione americana dello Scopitone conobbe, ma a Roma si potranno ancora vedere oltre 500 filmati dell’epoca, in riproduzione continua, assieme a centinaia di fotografie e manifesti originali rappresentanti artisti italiani e stranieri testimonial del Cinebox (da Giorgio Gaber a Gianni Morandi, da Vittorio De Sica a Frankie Avalon). Buona parte del materiale esposto, compresi vari fotogrammi dei video, è contenuta nel libro-catalogo Da Carosone a Cosa Nostra, pubblicato lo scorso anno da Coniglio Editore.

Un'esibizione dei Rokes

Esibizione dei Rokes

Contemporaneamente alla mostra di Palazzo Venezia, il Cinebox riserva un’altra sorpresa. Il primo gruppo beat chiamato ad esibirsi per quell’apparecchio, furono gli inglesi The Rokes, che con brani come Che colpa abbiamo noi e È la pioggia che va spopolarono nell’Italia degli anni ’60. Se ai più è noto soltanto l’ex cantante e chitarrista David “Shel” Shapiro (l’unico ad essere rimasto nell’ambito musicale), si innamorò dell’Italia anche il chitarrista Johnny Charlton, anche se dal decennio successivo si occupò essenzialmente di arte (oggi è anche perito di pittura d’arte per il Tribunale di Roma). Johnny divenne collaboratore stretto e gallerista esclusivo del pittore Mino Maccari, per poi impegnarsi in prima persona come artista; la sua galleria divenne il punto di riferimento di (vicina a Piazza di Spagna) grandi nomi come Giorgio De Chirico, Giulio Turcato, Renato Guttuso e Mario Schifano e da quelle frequentazioni Charlton apprese molto e concretizzò gli stimoli ricevuti. Le sale del Palazzetto del Burcardo, la Biblioteca della SIAE (Via del Sudario, 44), ospiteranno tanto la prima chitarra a forma di freccia (o a coda di rondine, secondo altri) che la Eko costruì per i Rokes su disegno dello stesso Johnny Charlton, quanto le ultime opere dell’artista, i “preziosi da parete” che raffigurano proprio quelle chitarre attraverso combinazioni di colori e foglie d’oro zecchino; nel mezzo, anche i filmati a colori che videro protagonisti i Rokes nei Sixties italiani.

Il plagio: una caccia di idee senza fine

Nell’antica Grecia, in cui ogni attività aveva la sua divinità protettrice, Hermes (Mercurio a Roma) non era solo il dio dei commercianti e dei messaggeri, ma anche «dell’astuzia caratteristica di ladri e bugiardi» (lo riporta Wikipedia, controllate pure). Chissà se, con queste credenziali, avrebbe potuto aspirare anche a diventare “patrono” dei plagiatori di professione; in Italia, in base al titolo di una trasmissione televisiva, quel ruolo poteva toccare a «San Remo», visto il numero consistente di somiglianze e ispirazioni indebite legate alla più nota manifestazione canora. Ora l’autore di quel programma, il caporedattore centrale del Tg2 Michele Bovi, torna sull’argomento affrontandolo in maniera decisamente più ampia: sabato 27 settembre alle ore 23 e 30 andrà in onda su Raidue una puntata di Tg2 Dossier intitolata Cacciatori di idee.
Il fenomeno del copia-copia, infatti, non ha cittadinanza solo nel mondo della musica (anche se spesso ha molta più risonanza), ma attraversa vari campi dell’espressione, da quelli tradizionali (come la letteratura e il cinema) fino alle implicazioni più recenti, legate ai format televisivi. Si tratta di storie più o meno note, che hanno coinvolto artisti famosi e autori non affermati, “rubacchiamenti” (veri o presunti) tra stelle di prima grandezza o idee di personaggi di secondo piano che diventano successi in mani più famose e scaltre.
Pochi tra i soggetti più noti si sono salvati dall’accusa di plagio: tra gli scrittori non sono stati immuni Melania Mazzucco, Umberto Galimerti, né tantomeno Susanna Tamaro, nella duplice veste di accusata (da Ippolita Avalli per il suo Rispondimi) ed accusatrice (di Daniele Luttazzi per la sua parodia irriverente Va’ dove ti porta il clito); cause di plagio hanno riguardato registi ben noti come Mel Gibson (per il truculento Apocalypto) e l’italiano Gabriele Muccino (per aver usato come titolo di un libro e di un film Ricordati di me, brano storico di Venditti). In televisione assai frequentemente si registrano liti tra autori di format (dunque di formule di programmi replicabili) o tra società che ne posseggono i diritti: era accaduto in passato per Quiz show e Chi vuol essere miliardario, mentre più di recente sono finiti sotto accusa Colpo di genio e Cultura moderna (per non parlare di tutte le parentele rintracciabili con programmi come Portobello o La corrida).
Quanto all’ambito musicale, i casi di somiglianze, finiti o meno in tribunale, negli anni sono stati moltissimi, dalle Lucciole vagabonde ritenute (ingiustamente) debitrici di Puccini all’appuntamento ormai consueto con il plagio sanremese. Nel mezzo, vicende più o meno note, una delle quali in Italia ha fatto molto scalpore: si trattava della causa che ha visto Albano Carrisi accusare Michael Jackson di aver copiato la sua I cigni di Balaka per scrivere Will you be there? La lite finì con un accordo tra le parti, con la vox populi a sottolineare l’inconfutabile somiglianza dei brani, ma Michele Bovi annuncia che «Tg2 Dossier dimostrerà che il ritornello sotto accusa aveva a sua volta un inconfutabile precedente: se Jackson se ne fosse accorto in tempo avrebbe potuto affrontare con più efficaci argomentazioni le accuse di Albano». Per sapere di quale ritornello si tratti, l’appuntamento è con l’approfondimento del Tg2, per appassionati di musica e semplici curiosi.