4 novembre? Meglio il Tricolore

Giornata strana e delicata, quella di oggi. Per i cultori della storia questo è un anniversario irrinunciabile: esattamente 90 anni fa a Villa Giusti si firmava l’armistizio che sanciva la fine della Prima guerra mondiale, con l’impero Austro-ungarico che si arrendeva all’Italia. Quella data è ricordata tuttora da parecchie vie e piazze, magari intitolate alla «Vittoria», e per lungo tempo il 4 novembre è stato una festa nazionale a tutti gli effetti. Da alcuni anni non è più così, anche se è rimasta nello stesso giorno la festa delle forze armate. Ora il ministro La Russa ci fa sapere che «è intenzione del Governo ripristinare la festività del 4 Novembre, ricorrenza della vittoria italiana nella Grande guerra»: la notizia non è sconvolgente, mi tange poco e – sono sincero – mi perplime (ammesso che questo verbo sia lecito).

Fa un certo effetto sapere che, mentre l’economia mondiale sta andando a rotoli, Alitalia è in una situazione a dir poco delicata e per tante famiglie ogni mese ha una settimana di troppo (mentre curiosamente i ristoranti sembrano spesso pieni), i governanti trovino il tempo per pensare anche a ripristinare un giorno di festa (che tra parentesi fa malissimo all’economia, visto che il presidente si lamenta spesso dei “ponti”). La perplessità maggiore, tuttavia, è sulla natura della festa: è davvero opportuno solennizzare una delle ricorrenze più “muscolari” del nostro calendario? Con la fine della Grande Guerra arrivò la pace (purtroppo non duratura), ma se proprio quel giorno è stato scelto come festa delle forze armate e come tale viene ricordato, la ricorrenza sembra assai meno pacifica. Anche il presidente Napolitano ha ricordato che è stata la prima occasione in cui gli Italiani sono stati davvero uniti: rispetto questo pensiero, ma preferirei che l’unità nazionale fosse esaltata attraverso altri esempi, meno cruenti e più pacifici.

Certo ho provato molto dispiacere per la morte di Delfino Borroni, l’ultimo reduce della Prima guerra mondiale: in lui però, a differenza di altri, non ho visto un eroe (parola bandita dal mio vocabolario) o un “servitore della patria”, ma un testimone prezioso e – soprattutto – una persona che ha sofferto moltissimo, per essere passato attraverso l’esperienza della guerra. Nessuno schiaffo a chi è morto per una tappa incancellabile del cammino della storia, massimo rispetto per chi ha creduto che fosse giusto combattere ed è stato mandato al massacro; prima di festeggiare una cosa simile, tuttavia, ci penserei due volte.

Mi oriento piuttosto su una proposta alternativa, partendo da una provocazione lanciata dall’amico Renato Ceres in un racconto di La messa a punta (Lampi di Stampa): «A Reggio cosa c’è di reggiano e solo reggiano? […] Il Tricolore. Se anche diamo per buona che il vessillo della napoleonica Repubblica Cispadana possa essere considerato la prima bandiera italiana […] della sua festa, il 7 gennaio, se ne accorgono in pochi oltre gli impiegati del municipio; mah. Sarà colpa della Pifanìa, che tutte le feste la para via, ma sono più che convinto che se l’episodio fondativo fosse accaduto a Grosseto o a Treviso o a Lecce, oggi il 7 gennaio sarebbe Festa Nazionale; scuole chiuse, caro». Ecco, reggianità doc a parte, questa potrebbe essere una buona idea: se Presidenti come Ciampi e Napolitano hanno tenuto alla valorizzazione dei nostri emblemi, preferirei festeggiare il Tricolore, piuttosto che la vittoria di una guerra. Lo dico da reggiano (sia pure “bastardo”, perché tali sono considerati i guastallesi), lo dico da Italiano.

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La Costituzione, un testo per tutti (e gratis con Utet)

Probabilmente in ogni casa, più o meno nascosta, si può trovare una copia della Costituzione: magari in un vecchio codice usato a scuola o in qualche fotocopia consunta e infilata in uno scaffale si può trovare il testo che da sessant’anni è alla base della Repubblica e della nostra convivenza. Se, tuttavia, qualcuno si accorgesse di non possedere la Legge fondamentale, ha l’occasione di rimediare: la casa editrice Utet, in occasione del sessantesimo anniversario dell’entrata in vigore della «Costituzione della Repubblica Italiana», ne offre in omaggio una copia a tutti coloro che ne fanno richiesta.

L’iniziativa è singolare e merita di essere conosciuta ed apprezzata; la storica casa editrice di Torino – che oggi fa parte del Gruppo Editoriale De Agostini e cura con attenzione la produzione e distribuzione di grandi opere di cultura generale – è in questo caso affiancata dalla Fondazione Maria e Goffredo Bellonci (che ogni anno organizza il premio Strega), dopo che nel 2006 la giuria degli «Amici della Domenica» ha deciso di assegnare alla Costituzione un riconoscimento speciale, visto che tanto l’apertura dei lavori della Costituente quanto la nascita del premio letterario compivano sessant’anni.

«Conoscere la Carta costitutiva è un diritto e un dovere di tutti i cittadini. Per questo – dichiara il Direttore generale Marco Castelluzzo in occasione della convention annuale che si è tenuta in questi giorni – abbiamo pensato di realizzare questa iniziativa editoriale, che dimostra ancora una volta l´impegno della Utet per la diffusione dei valori fondamentali della nostra identità nazionale nel rispetto degli insegnamenti dei Costituenti più volte richiamati alla nostra attenzione dal Presidente Napolitano. La nostra Costituzione è custode e rappresentante di tutti quei principi per cui l’Italia si può dire patria: la democrazia, la libertà, l’uguaglianza, il rispetto per la dignità umana e la difesa dei diritti inviolabili dell’uomo».

Il volumetto stampato dalla Utet non è un commento specialistico scritto da costituzionalisti o comunque da giuristi; tutti, in ogni caso, potranno trovare spunti interessanti di riflessione attraverso i saggi di due voci eccellenti della cultura italiana: il linguista Tullio De Mauro e lo storico Lucio Villari. Il primo, nell’introduzione, ci ricorda che quel documento, prima di essere una fonte del diritto, è soprattutto un testo e come tale può essere trattato. Ogni testo ha più dimensioni e livelli di lettura e, se spesso ci si ferma alla grammatica, ai vocaboli o al mero valore informativo di un discorso, non va mai dimenticato l’intento pragmatico di molti scritti, quello che riguarda i rapporti con gli eventuali utenti di quelle parole: ciò è particolarmente valido per le leggi e ancora di più per la Costituzione, «testi che informano sì, ma lo fanno con il fine di prescrivere certi comportamenti. Sono testi – precisa De Mauro – che ci parlano, ma usano il parlare […] come strumento per realizzare fini pratici ulteriori».

A ciò bisogna aggiungere il valore sanzionatorio dei testi legislativi, ma la Costituzione ha generalmente qualcosa in più rispetto alle altre fonti di norme: è un testo chiaro, che usa un linguaggio comprensibile, nonostante alcune incursioni nel lessico specialistico del diritto. «La Costituzione italiana – spiega il linguista – conta 9.369 parole, che sono le occorrenze di 1.357 lemmi, dei quali 1002 (pari al 74%) appartengono al vocabolario di base della lingua italiana». Il «vocabolario di base», costituito in massima parte da parole che comparivano già nella lingua di Dante, permette la comprensibilità di un testo da parte di un ampio strato di persone: per questo, nonostante il diffuso analfabetismo successivo alla caduta del fascismo, «la Costituzione – sottolinea ancora De Mauro – fu ed è un testo capace di raggiungere tutta la popolazione italiana con almeno la licenza elementare; non vi è testo legislativo italiano che possa vantare […] così larga accessibilità»; tra gli altri scritti che hanno raggiunto un simile livello di leggibilità, significativamente, c’è Lettera ad una professoressa della scuola di Barbiana guidata da don Lorenzo Milani.

Lucio Villari, nella nota storica finale, mette sulla stessa linea storica la nostra Costituzione e la Costituzione della Repubblica Romana del 1849 (testo che riportato nel libro): nel primo articolo di entrambe «le parole chiave sono le stesse, repubblica democratica, popolo, sovranità; entrambi i costituenti erano al centro di svolte fondamentali della storia italiana». Nell’elezione dei deputati della costituente per la Repubblica Romana si era posta fine alla divisione per censo e si era iniziato un processo di “eguaglianza” dei diritti (anche se per le donne ci sarebbe voluto ancora quasi un secolo): «Il seme della “democrazia”, gettato a Roma nel 1849 – sottolinea lo storico – è germogliato un secolo dopo in una Costituzione […] tra le più dirette ed esplicite nella rivendicazione e nella difesa di valori democratici».

Per richiedere una copia della Costituzione sarà sufficiente telefonare al numero verde 800-224664 e comunicare i propri dati agli operatori (oppure visitare questa pagina). Può essere davvero una buona occasione per conoscere meglio una fonte irrinunciabile per la vita del nostro Paese: il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ricorda che «Nella Costituzione c´è tutto quel che ci unisce, un insieme di principi, di valori, di regole e di equilibri, di diritti e di doveri». Il suo predecessore Carlo Azeglio Ciampi sosteneva che la Carta costituzionale fosse «frutto quasi di un miracolo, della lungimiranza di una intera classe dirigente, divisa su tante questioni […] ma che si ritrovò unita da valori morali, senso dello Stato, amor di Patria»: forse anche per questo Ciampi definiva senza esitazione la Costituzione una «Bibbia laica». Per comprenderla, senza uscire di metafora, non si dovrebbe mai dimenticare nemmeno la «preghiera mattutina dell’uomo laico» (Hegel), ossia la lettura dei quotidiani: a volte rovina lo stomaco, ma aiuta a non abbassare gli occhi.