Micocci, inventore dei cantautori: racconto a più voci

Quando si ascolta un disco oppure si assiste a un concerto, generalmente ci si limita ad apprezzare o a non gradire gli artisti e il loro repertorio; difficilmente si ricorda che quelli sono solo i punti di arrivo di un percorso piuttosto lungo, spesso non lineare, cui hanno un ruolo molte persone quasi sempre “invisibili”. È il caso, in particolare, dei direttori artistici delle case discografiche, i quali hanno (o forse avevano, visto che oggi si inseguono soprattutto le vendite) il compito delicato di vagliare i nuovi cantanti e proporli al pubblico, intercettando e magari anticipando i suoi gusti. Certamente lo ha fatto Vincenzo Micocci, che ebbe quel  ruolo prima alla Rca italiana (alla fine degli anni ’50), poi alla Ricordi (dal 1961) e, dal 1970, alla It, etichetta discografica distribuita dalla Rca e fondata dallo stesso Micocci per valorizzare la produzione di musica italiana. A distanza di oltre cinquant’anni dal suo ingresso nel mondo della discografia, è proprio Micocci a raccontare la sua ricchissima esperienza in un libro-documento, Vincenzo, io t’ammazzerò (276 pagine, € 19,50), pubblicato da Coniglio editore e curato da Luciano Ceri.

La copertina del libro

La copertina del libro

Romano, classe 1928, Vincenzo Micocci si è appassionato in fretta alla musica: l’ascolto assiduo della radio (quando l’emittente si chiamava ancora Eiar) e l’esperienza maturata nel negozio di dischi e strumenti dello zio furono il trampolino di un percorso molto fortunato, iniziato con la collaborazione a varie testate e la scrittura del Libro del jazz, opera monumentale in materia firmata con Salvator Galeazzo Biamonte (il maggior esperto di quel genere musicale). La lunga carriera del personaggio è certamente indice di successo, ma il sottotitolo del libro («La storia dell’uomo che inventò i cantautori») è forse il miglior biglietto da visita di Vincenzo Micocci. Innanzitutto è stato lui ad avere coniato il termine «cantautore», riferendolo per la prima volta a Gianni Meccia, il quale aprì la lunga serie di artisti che chiedevano di cantare in prima persona i brani che avevano prodotto (il primo pezzo era Odio tutte le vecchie signore, non famoso come le successive Il barattolo e Il pullover, ma dirompente come “prima volta”): da lì, il timido ruscello dei primi cantautori sarebbe diventato un fiume travolgente, che ha attraversato i decenni fino a oggi, partendo proprio da Meccia, Nico Fidenco ed Edoardo Vianello, tutti e tre “lanciati” dall’autore-narratore del libro.

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A Tg2 Dossier, un Enrico Caruso

Nel mondo della musica è capitato più volte che un artista fosse identificato con il suo “strumento di lavoro”, la voce. Se un italoamericano di grande talento (Frank Sinatra) fu soprannominato «The Voice», prima di lui un’altra ugola – questa volta italianissima e ben più imponente – aveva stregato gli americani: si trattava di Enrico Caruso, definito «la più grande voce di tutti i tempi». Sono trascorsi quasi 90 anni dalla scomparsa del tenore napoletano (morto il 2 agosto del 1921), ma la sua storia di uomo e di cantante è ancora tutta da scoprire: lo dimostrano le oltre quattromila pagine di lettere scritte e ricevute dall’artista dal 1897 fino a poco prima della sua morte. A ritrovare questo rilevantissimo materiale è stata una coppia ormai collaudata, il giornalista del Tg2 Michele Bovi ed il funambolo della parola Pasquale Panella: a partire da quel “tesoro cartaceo” è stata realizzata una nuova puntata di Tg2 Dossier, dal titolo La Voce di Enrico Caruso, che andrà in onda su Raidue sabato 22 novembre alle 23.30.

«Destinatari e mittenti delle lettere – spiega Michele – sono soprattutto la prima compagna Ada Giochetti, da cui l’artista ebbe i figli Enrico jr. e Rodolfo, e la moglie americana Dorothy Benjamin Parker, madre di Gloria Caruso; tuttavia i rapporti epistolari riguardavano anche suoi eminenti contemporanei come Giacomo Puccini e Guglielmo Marconi». Il materiale ritrovato, peraltro, non contiene soltanto lettere: si scopre anche il Caruso caricaturista (sono emersi molti disegni e vignette realizzati da lui) e si fa maggiore luce sul Caruso quotidiano, attraverso polizze assicurative, ricevute, conti, rimesse bancarie, estratti conto, trasferimenti, ricevute di alberghi di tutto il mondo; ci sono persino gli atti del processo cui il tenore fu sottoposto a New York per «disorderly conduct» (il nostro disturbo della quiete pubblica), ma che lo vide alla fine pienamente assolto.

Le lettere ed il resto del materiale permetteranno agli esperti di ricostruire con grande precisione la biografia di Enrico Caruso e di contestualizzare meglio la sua figura all’interno del contesto temporale e sociale in cui è vissuto (in particolare, con l’occhio attento al periodo più luminoso del melodramma italiano); ai “comuni mortali” come noi, il Tg2 Dossier darà la possibilità di conoscere una figura che vive soprattutto nei ricordi e nel titolo di un clamoroso successo di Lucio Dalla (fatto proprio, non a caso, da un tenore di primo piano come Luciano Pavarotti).