Una firma dal retrogusto amaro

Dev’essere stato quel funambolo istituzionale di Francesco Cossiga ad aver fatto prendere familiarità agli Italiani con il concetto di «esternazione». Non che prima, ovviamente, gli inquilini settennali del Quirinale fossero muti; certamente però grazie a quel personaggio ci si è abituati a sentir parlare il Presidente della Repubblica in occasioni diverse da quelle “ufficiali”. A un messaggio rivolto a tutti i cittadini attraverso Internet, tuttavia, non si era ancora arrivati: oggi sembra «giunto il momento», senza che questa frase abbia nulla dell’ironia con cui Fiorello imitava Carlo Azeglio Ciampi, né il tono informalmente solenne di un messaggio augurale di fine anno.

Probabilmente Giorgio Napolitano ha sentito il bisogno di spiegare agli Italiani il motivo di quella firma, pesante come un macigno e stretta tra le etichette di «atto pilatesco» e «ripristino del diritto di voto». Il Presidente fotografa bene la situazione quando parla di due interessi in gioco nella partita di questi giorni (rispetto delle procedure e diritto di votare schieramenti alternativi), ma la risposta, pur comprensibile, non convince del tutto.

È tutto da vedere, innanzitutto, che si tratti di un mero decreto di “interpretazione autentica”: non si può far finta di non vedere che è proprio l’interpretazione a creare le norme e, in questo caso, si creano norme ben diverse rispetto alle precedenti, per cui parlare di «decreto meramente interpretativo» sembra una forzatura (fatta forse per aggirare il divieto, posto della legge 400/1988, di utilizzare la decretazione d’urgenza in «materia elettorale», a prescindere dall’interpretazione data a questa espressione).

Il vero problema, però, è un altro e molto meno tecnico. Quando si deve operare un bilanciamento tra interessi contrapposti, uno finisce comunque per soccombere e, anche qui, non è successo nulla di diverso; stavolta, però, gli effetti sembrano molto più gravi. Le attuali opposizioni nazionali erano consapevoli che elezioni cui non avessero partecipato le liste del maggior partito di governo (in Lazio) o addirittura di un intero schieramento (in Lombardia) avrebbero avuto un valore scarso, ma il decreto ha, in questo caso, del tutto accantonato il rispetto delle norme. Resta il fatto che delle mancanze ci sono state, probabilmente più in Lazio che in Lombardia; alla storia del “placcaggio” da parte di Radicali & co. personalmente non credo, non ci si presenta comunque all’ultimo minuto a depositare le liste e non si esce per mangiare o altri motivi in quel momento.

Con il decreto ora passa decisamente l’idea che rispettare le regole non conviene, perché tanto qualcuno penserà a sanare i pasticci combinati e quelli che hanno seguito con scrupolo le norme … beh, tanto peggio per loro. Facile essere «più eguali di altri» (citando Orwell) stando al governo e facendo decreti, senza nemmeno pagare pegno per le leggerezze e gli errori commessi (che persino membri del centrodestra hanno dovuto ammettere); le regole sono fatte per essere rispettate, non aggiustate in corsa e le liste che hanno sbagliato, secondo uno dei principî più elementari del vivere civile, avrebbero dovuto essere penalizzate in qualche modo (“quale” modo è tutto meno che ovvio, ma “passarla liscia” grida vendetta alla giustizia).

È terribilmente avvilente l’ipocrisia di chi, nelle file della maggioranza, dice che la soluzione sarebbe stata la stessa se al centro della polemica ci fossero state le liste del Pd: l’arroganza e la supponenza di vari soggetti di governo impedisce un pensiero diverso. Indubbiamente la posizione di Napolitano è tutto meno che invidiabile, bene ha fatto il Presidente a ricordare il proposito di «tenere ferma una linea di indipendente e imparziale svolgimento del ruolo, e di rigoroso esercizio delle prerogative», a deplorare le «aspettative e pretese improprie» di taluni soggetti e a richiamare il governo al costante rispetto delle funzioni presidenziali; ciò non riesce a cancellare il retrogusto amarissimo della firma su quel decreto e la convinzione che la soluzione doveva essere diversa.

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