Preparare a camminare

Immaginate di essere altro da voi, di essere un uomo giovane, amante della vita che sorride, dello sport (soprattutto del calcio). Immaginate di essere cresciuti negli anni ’60 – ’70 e di esservi nutriti della musica migliore di tutti i tempi. Figuratevi di avere una moglie dolce, carina, molto impegnata nel suo lavoro ma che, quando ritorna a casa, non perde mai il sorriso. Soprattutto, immaginate di avere un figlio, piccolo di età ma sveglissimo di mente e ancor più di cuore: certo, per i propri figli si ha sempre un occhio di riguardo, ma dentro di voi siete certi di avere di fronte una creatura speciale.

All’improvviso, un segno. Inizialmente si maschera dietro una malattia qualunque, poi il sospetto si accresce. Quando ci si decide ad indagare, cartelle, esami, analisi danno un unico responso: di tempo da trascorrere con le persone più care della vostra vita ne resta poco. La candela si sta consumando, non sapete quanta cera rimane, ma ogni giorno la fiamma si abbassa. Turbini di vento attraversano i pensieri e ne sconvolgono l’ordine consueto; solo una certezza rimane ben salda: la vostra famiglia. Più di tutto, vostro figlio.

Ora fermatevi e riflettete: quanti di voi sarebbero in grado di farsi forza, guardare quel bimbo negli occhi, prendergli serenamente la mano e sceglierlo come compagno di viaggio, giorno per giorno, fino a che il vostro sole calerà? Io so di una persona che c’è riuscita. Dopo aver visto in lontananza la fine della strada, quel padre ha scelto di vivere (con) suo figlio, standogli vicino e raccontandosi a lui, sera dopo sera. Non passava giorno che i due non passassero varie ore insieme e il papà trasmettesse al bimbo un pezzo della sua vita, raccontandogli della sua gioventù, delle sue esperienze, delle sue passioni; il bambino era attento ad ogni singola parola, custodendole dentro di sé man mano che i racconti aumentavano. Se il corpo di quell’uomo era sempre più provato, il viso rimaneva sereno e lo sguardo rassicurante accompagnava quel tesoro sotto forma di parole. Così, con lo sgretolarsi del tempo, il padre preparava il figlio a quando avrebbe dovuto camminare solo e, ad un tempo, gli trasmetteva il suo passato, perché potesse vivere in lui.

Alcuni scrittori latini, per indicare l’atto del lasciare la terra, dicevano «diem obire supremum», andare incontro all’ultimo giorno: in un certo senso, è accaduto questo, perché quel papà ha percorso il cammino e, facendolo con il figlio, ha messo a frutto ogni giorno di quel viaggio fatto assieme. Le strade si sono divise per davvero dopo oltre un anno, in un giorno che era vicino a Pasqua. Non passa giorno in cui quel bambino, che ancora non ha 10 anni (nacque – incredibile a dirsi – sotto Natale), non dimostri un sereno attaccamento a quell’uomo che non vede più, ma che rivive con discrezione in molto: nei suoi pensieri, nei suoi scritti, nella musica che suona e ascolta, nei suoi piedi quando gioca a calcio.

Sono onorato di conoscere quel bambino, che della condanna ad esser grande non sente minimamente il peso: sono stato il suo catechista – e ne ero felice – ma sono convinto che lui potesse insegnare a me. Grazie Fede, salutami papà Pier (e, già che ci sei, anche l’altro nostro Pier che gli fa compagnia).