Casa Editora: un gatto scapestrato come guida

In una delle mie frequenti “puntate” alla piccola libreria sotto la mia università (ricca di testi accademici ma con imperdibili occasioni di lettura per i curiosi di natura), nell’attendere che il buon Franco Casanova mi scovasse due volumi di diritto internazionale e procedura penale, l’occhio mi cadde su due curiosi libri, con la copertina di cartoncino ruvido paglierino. Su entrambi campeggiava un gatto sornione, accattivante, che a giudicare dai titoli doveva chiamarsi Ernesto, anche se in un caso era abbigliato con cappello, grembiule e forchettone da cuoco, mentre l’altra copertina lo incorniciava in una carta da gioco e lo vestiva di saggezza d’erbolario; alla sommità della pagina notai la stessa firma, «G.C.Ben & Topo Gaia», e al fondo la stessa provenienza editoriale, «Casa Editora». Attratto dai due esemplari, chiesi informazioni a Casanova, che mi disse: «L’autore è un signore piuttosto curioso che ogni tanto passa di qui e scrive cose molto particolari, è da leggere».

Il ricordo, come spesso accade, fu archiviato senza sparire del tutto: riaffiorò all’improvviso, una sera di gennaio, quando il mio amico (e ora collega) Renato Ceres mi chiese di dialogare con lui sulla sua prima creatura, Parrokkia progressive. Tra i coraggiosi convenuti per la presentazione, c’era un signore piuttosto curioso, con occhiali e baffi, che alla fine mi si svelò proprio come autore di quei due tomi d’impronta felina, culinaria ed officinale. Iniziare a sfogliarli può risultare interessante, perseverare può addirittura far scattare la molla della curiosità, difficilmente disinnescabile. Per chi non è spaventato e desidera iniziare questo percorso, il viaggio comincia qui, inevitabilmente, dal gatto Ernesto.

ernesto

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4 novembre? Meglio il Tricolore

Giornata strana e delicata, quella di oggi. Per i cultori della storia questo è un anniversario irrinunciabile: esattamente 90 anni fa a Villa Giusti si firmava l’armistizio che sanciva la fine della Prima guerra mondiale, con l’impero Austro-ungarico che si arrendeva all’Italia. Quella data è ricordata tuttora da parecchie vie e piazze, magari intitolate alla «Vittoria», e per lungo tempo il 4 novembre è stato una festa nazionale a tutti gli effetti. Da alcuni anni non è più così, anche se è rimasta nello stesso giorno la festa delle forze armate. Ora il ministro La Russa ci fa sapere che «è intenzione del Governo ripristinare la festività del 4 Novembre, ricorrenza della vittoria italiana nella Grande guerra»: la notizia non è sconvolgente, mi tange poco e – sono sincero – mi perplime (ammesso che questo verbo sia lecito).

Fa un certo effetto sapere che, mentre l’economia mondiale sta andando a rotoli, Alitalia è in una situazione a dir poco delicata e per tante famiglie ogni mese ha una settimana di troppo (mentre curiosamente i ristoranti sembrano spesso pieni), i governanti trovino il tempo per pensare anche a ripristinare un giorno di festa (che tra parentesi fa malissimo all’economia, visto che il presidente si lamenta spesso dei “ponti”). La perplessità maggiore, tuttavia, è sulla natura della festa: è davvero opportuno solennizzare una delle ricorrenze più “muscolari” del nostro calendario? Con la fine della Grande Guerra arrivò la pace (purtroppo non duratura), ma se proprio quel giorno è stato scelto come festa delle forze armate e come tale viene ricordato, la ricorrenza sembra assai meno pacifica. Anche il presidente Napolitano ha ricordato che è stata la prima occasione in cui gli Italiani sono stati davvero uniti: rispetto questo pensiero, ma preferirei che l’unità nazionale fosse esaltata attraverso altri esempi, meno cruenti e più pacifici.

Certo ho provato molto dispiacere per la morte di Delfino Borroni, l’ultimo reduce della Prima guerra mondiale: in lui però, a differenza di altri, non ho visto un eroe (parola bandita dal mio vocabolario) o un “servitore della patria”, ma un testimone prezioso e – soprattutto – una persona che ha sofferto moltissimo, per essere passato attraverso l’esperienza della guerra. Nessuno schiaffo a chi è morto per una tappa incancellabile del cammino della storia, massimo rispetto per chi ha creduto che fosse giusto combattere ed è stato mandato al massacro; prima di festeggiare una cosa simile, tuttavia, ci penserei due volte.

Mi oriento piuttosto su una proposta alternativa, partendo da una provocazione lanciata dall’amico Renato Ceres in un racconto di La messa a punta (Lampi di Stampa): «A Reggio cosa c’è di reggiano e solo reggiano? […] Il Tricolore. Se anche diamo per buona che il vessillo della napoleonica Repubblica Cispadana possa essere considerato la prima bandiera italiana […] della sua festa, il 7 gennaio, se ne accorgono in pochi oltre gli impiegati del municipio; mah. Sarà colpa della Pifanìa, che tutte le feste la para via, ma sono più che convinto che se l’episodio fondativo fosse accaduto a Grosseto o a Treviso o a Lecce, oggi il 7 gennaio sarebbe Festa Nazionale; scuole chiuse, caro». Ecco, reggianità doc a parte, questa potrebbe essere una buona idea: se Presidenti come Ciampi e Napolitano hanno tenuto alla valorizzazione dei nostri emblemi, preferirei festeggiare il Tricolore, piuttosto che la vittoria di una guerra. Lo dico da reggiano (sia pure “bastardo”, perché tali sono considerati i guastallesi), lo dico da Italiano.

Parrokkie perdute e “messe a punta”, firmate Ceres

Tra le esperienze che ho accumulato nel mio carniere estivo, c’è anche l’essere intervenuto per la seconda volta a FestaReggio: da sempre «Festa dell’Unità», quest’anno è stata legata al Partito Democratico ed interpretata soprattutto in chiave autoanalitica (per cercare di indagare tra i sostenitori le ragioni della sconfitta elettorale e capire come correre ai ripari). Una vera svolta per molti, che hanno visto sparire la festa di partito per antonomasia (anche se alcune edizioni locali mantengono il riferimento al vecchio organo del Pci); che l’aria sia cambiata, tuttavia, lo si è visto anche da alcuni elementi del programma, tra cui il dibattito cui ho partecipato io. Si trattava di ripercorrere un pezzo di storia di Reggio (e non solo) attraverso le pagine di Parrokkia progressive, romanzo d’esordio del mio amico Renato Ceres, di cui avevo già parlato nel vecchio blog.

La copertina di Parrokkia progressive

La copertina di Parrokkia progressive

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